Giulio Cesare/Atto quarto

Atto quarto

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William Shakespeare - Giulio Cesare (1599)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1858)
Atto quarto
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ATTO QUARTO




SCENA I.

Una stanza nel palagio di Antonio.

Antonio, Ottavio e Lepido seduti ad una tavola.

Ant. (tenendo una lista di proscrizione) Tutti costoro morranno; è statuito.

Ott. Tuo fratello ancora, Lepido, deve morire, se vi acconsenti.

Lep. Muoia; non m’oppongo.

Ott. Notalo, Marcantonio.

Lep. A patto però che Publio non gli sopravviva; i’ dico Publio figliuolo di tua sorella, Antonio.

Ant. Ei non vivrà. Vedi (segnandolo): è con lui già morte. Va, Lepido, al palagio dei Cesari, e togline il testamento di Giulio, perchè ne attenuiamo i troppi lasci.

Lep. Rinverrovvi poscia qui?

Ott. Sì, qui, o al Campidoglio.                         (Lepido esce)

Ant. Costui è un dappoco, atto a recar messaggi, e nulla più. Oh! allorchè si divide in tre parti il mondo, deve un tal uomo farsi innanzi, per succedere al retaggio?

Ott. Se così lo giudicavi, a che carpire il suo voto nel funesto decreto di proscrizione che segnammo testè?

Ant. Ottavio, io ho vissuto più che tu non hai fatto; e so che sebbene carichiamo quest’uomo d’onori, per alleviarne l’odioso fardello che ci gravita sul dosso, ei non farà che portare il suo carico come lo stupido giumento porta l’oro, anelante e affannato sotto il peso, condotto o cacciato per la via in cui vien posto. Allorchè il nostro tesoro sarà giunto in luogo sicuro, caccieremo da noi l’animale che il portò, come inutile e increscioso.

Ott. Farete che più vi piacerà; ma certo è bene che Lepido è un guerriero prode.

Ant. Il mio destriero lo è ugualmente, Ottavio; e per tal merito lo fo ricco di biade. Essere passivo e scevro di volontà, è la mia intelligenza che lo fa muovere, correre, combattere. Non dissimile è Lepido: ingegno sterile, inetto, che agli altrui voleri s’informa, e dalle azioni altrui ha sempre norma e reggimento. Noi nomar quindi, ten prego, che come stromento al nostr’uopo, [p. 136 modifica]e volgi invece i tuoi pensieri a più degno subbietto. — Bruto e Cassio innalzarono il vessillo della rivolta; forza è abbatterli. Pensiamo ora al mezzo: chiamiamo i più fidi nostri a raccolta, e apprestiamoci a spiegare tutto il nostro valore. Vieni intanto al Consiglio.

Ott. Andiamo; e possano i nemici che ne latrano intorno, e quelli che sotto il sorriso covano il tradimento, essere in breve da noi interamente disfatti.                         (escono)


SCENA II.

Un campo innanzi alla tenda di Bruto, In vicinanza di Sardi.

Suono di guerra. Entrano Bruto, Lucilio, Lucio, con seguito di soldati. Titinio e Pindaro gli incontrano.

Br. Fermatevi.

Luc. La parola d’ordine; olà! fermatevi.

Br. Ebbene, Lucilio; Cassio dov’è?

Luc. Ne segue da presso; e Pindaro l’ha preceduto per salutarvi in nome suo.               (Pindaro dà una lettera a Bruto)

Br. M’è caro il suo saluto. Pindaro, il tuo signore, e per sè e per suggestione nemica, ha fatta cosa che vorrei fatta non fosse; ma posciachè qui viene, ei me ne darà ragione.

Pind. Confido che il mio nobile signore non ismentirà se medesimo giammai.

Br. E fermamente io pure io credo. — Lucilio (a parte), dimmi, come fosti da lui accolto?

Luc. Con civile riguardo; ma non con quella fraterna confidenza che gli era un tempo famigliare.

Br. E con ciò tu mi pingi un caldo amico, il cui affetto a un tratto intepidisce. Bada, Lucilio, che l’amistà, quando comincia ad alleviarsi, ad estinguersi, s’adorna sempre con cerimonie d’affetto; e bada che nella schietta ed ingenua fede non è artifizio, non finzione veruna. Gli uomini di cuor arido e secco rassomigliano a que’ corsieri che fan pompa d’ardore e di prodezza finchè la sola mano gli preme; ma che inclinano vilmente il fiacco capo nell’istante in cui lo sperone insanguinato gli incita ad avventarsi. — E il suo esercito è seco?

Luc. Stanzierà stanotte in Sardi. Il grosso delle armi e tutta la cavalleria verran con lui.          (s’ode una marcia lontana)

Br. Ascoltiamo... ei giunge; andiamo ad incontrarlo.

(entra Cassio co’ suoi soldati)

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Cass. Fermatevi, ola!

Br. Fermatevi! Mandate intorno il comando, (si ode per tre volte ripetere al di dentro) Fermatevi! — Fermatevi! — Fermatevi!

Cass. Nobile fratello, perchè m’oltraggiasti?

Br. Oh Dei, giudicatemi! Offesi io mai i miei nemici? E se nol feci, come avrò ingiuriato un fratello?

Cass. Bruto, la tua fronte serena fa velo sovente agl’insulti; e allorché tu offendi....

Br. Cassio, frenati. — Esponi placidamente la tua querela, né farlo sotto gli occhi dello esercito; il quale veder non dee fra noi che amistà e concordia. Comanda che di qui sgombri, e vieni nella mia tenda, ove riposatamente e finché piaceratti t’ascolterò.

Cass. Pindaro, imponi agli ufficiali di condur l’esercito a qualche distanza.

Br. Dà lo stesso ordine, Lucilio; e finché durerà la nostra conferenza, non s’appressi alcuno alla tenda, di cui Lucio e Titinio custodiran l’entrata.                                   (escono)


SCENA III.

La tenda di Bruto.

Lucio e Titinio in distanza. Entrano Bruto e Cassio.

Cass. L’onta che mi facesti é palese per la condanna e per la taglia che ti piacque infliggere a Lucio Pella, pubblicano di Sardi: il mio intercedere per quest’uomo fu disprezzato.

Br. Oltraggiavi te stesso frapponendoti in tal causa.

Cass. Ne’ tempi in cui viviamo mal s’addice lo scrutar sì addentro i falli degli uomini

Br. Ma tu, Cassio, tu medesimo, permetti ch’io ’l menzioni, incorri in questa fatai pecca dell’oro; e la tua mano ahi pur troppo! é avida del vile metallo.

Cass. Avida? oh! proferendo tali parole ben avevi coscienza d’esser tu Bruto. S’altri dette le avesse, sarebbero state le ultime.

Br. La corruzione s’abbellisce col nome di Cassio: ecco perchè il castigo non osa alzar la testa!

Cass. Il castigo!

Br. Ricordati del dì di marzo; ti rimembra delle Idi di marzo. Il sangue del gran Cesare non fu sparso in quel dì per la giustizia? Quale scellerato avrebbe ardito investirlo, trafiggerlo, se [p. 138 modifica]da causa meno pura fosse stato inspirato? Ed ora noi, noi che atterrammo il più sublime uomo dell’universo, fatto lo avrem solo per proteggere rapaci esattori, per contaminarci con simili turpitudini? Trafficheremo noi ora l’immenso campo della nostra gloria, per la vile materia di cui una mano è capace? Ah! meglio amerei esser l’abbietto animale che sconcio latra alla luce delle stelle, che un tal Romano.

Cass. Bruto, non ingiuriarmi; non far che il fele dell’invidia in te trabocchi. Te stesso obblii quando m’oltraggi; e l’onta degl’insulti tuoi non patirò. Vecchio soldato io sono, e di te assai meglio nell’armi provetto.

Br. Va; tu non sei Cassio.

Cass. Il sono.

Br. No, più nol sei.

Cass. Ancor m’insulti? Oh! pensa a te, Bruto, pensa alla tua vita; non incitarmi di più.

Br. Via da me, miserabile...

Cass. Bruto, pensa a te...

Br. Ascoltami... m’ascolta... te lo comando. Forsechè dovrò lasciar libero il freno alla scapigliata tua rabbia? forse mi sarà di spavento il tuo frenetico minacciare?

Cass. Oh Dei! tanta moderazione infondeste dunque nel cuor di Cassio?

Br. Sì, e maggiore ancora, per soffrir quello che ti dirò. Fremi pur entro il cuore finchè quel vano tuo cuore si franga, o va a far mostra del tuo furore innanzi agli schiavi, e intimidisci a tua posta le loro anime abbiette. Ma io, m’arretrerò io dinanzi a te? m’inchinerò sommesso al tuo insano furore? No, per gli Dei: divora tu solo tutto il tuo veleno, dovessi esserne soffocato; e spiegalo innanzi a me, ch’io ne riderò.

Cass. A tanto giungi?

Br. E poichè miglior di me nell’armi ti vanti, provalo, e ne sarò lieto; e pieno di gioia incrocierò la mia spada.

Cass. In mille guise m’insulti, ingrato Bruto! Mi dissi di te più antico, non migliore nell’armi. Pensa, e il rammenterai.

Br. Sdegno di ricordarmene.

Cass. Allorchè Cesare viveva, ei non avrebbe osato pugnermi tanto.

Br. Nè tu l’avresti provocato così.

Cass. Non l’avrei...

Br. No.

Cass. Non l’avrei provocato? [p. 139 modifica]

Br. No, per la una vita, che ardito non lo arresti.

Cass. Non fidar troppo nell’amicizia che sento per te. Ben potresti indurmi a cosa... che fatta mi dorrìa.

Br. Già facesti quello di che ti dèi pentire. Cassio, le tue minaccie, il vedi, non mi spaventano; l’onore mi copre d’un’egida impenetrabile, contro cui inutili, come soffio di vento, s’abbattono le tue parole. — Mandai a chiederti un po’ d’oro, e tu mei rifiutasti, perchè io sdegnava procacciarlomi con mezzi vili. Ma, per il Cielo, meglio amerei fonder nel crogiuolo il mio cuore, e versare il sangue goccia a goccia, perchè trasformato venisse in metallo, che carpire dall’incallita mano dell’artefice il povero suo obolo con alcuna iniqua frode. Per pagar le mie legioni ti chiesi quell’oro; e tu mel rifiutasti. Per questo fine, non per niun altro, ricorsi all’amico, e l’amico mi disertò. Cassio, tale opera era ella da te? Avre’io cosi risposto alla dimanda di Cassio? Dei, quando Marco Bruto sarà fatto tanto sordido da nasconder lungi dalla mano de’ suoi amici pochi miseri pezzi di metallo, siate voi presti co’ vostri fulmini ad annientarlo.

Cass. Ma ciò non feci.

Br. Questo facesti.

Cass. Nol feci. Stolto fu il messaggiero che tal risposta ti rese. Ma, Bruto, tu già straziasti il mio cuore; e lungi dall’alleggiare i mali dell’amico, barbaramente gli aggravi.

Br. Il fo soltanto quando in me ne ricadono gli effetti.

Cass. Ah Bruto! tu non m’ami.

Br. Non amo i falli tuoi.

Cass. Tali falli sfuggirebbero all’occhio d’un amico.

Br. Di’ all’occhio d’un adulatore, che non vorrebbe vederli quand’anche immensi come l’Olimpo.

Cass. Vieni, Antonio, omai; giovine Ottavio, vieni; e vendicatevi entrambi sul solo Cassio, ch’è stanco del mondo, che abborre la luce, dacchè ha con sè l’odio dell’uom ch’egli ama, gl’insulti del fratel suo, il disprezzo di colui che gli facea bella l’esistenza. Oh! sento che le lagrime mi corrono agli occhi, malgrado mio, e potessi stemprare in pianto tutto il mio dolore! Prima che ciò segua, prendi, eccoti il mio pugnale; eccoti nudo un petto che nasconde un cuore più ricco di tutte le miniere della terra. Se del cuore d’un altro Romano, ma sincero e libero, abbisogni, eccoti, lo strappa... e feriscimi come feristi Cesare, cui meglio amavi, anche recandogli morte, che mai tu non abbia amato Cassio.

Br. Riponi quel pugnale, Cassio; desisti da inutili preghi, e [p. 140 modifica]pensa che ti ponesti sotto l’istesso giogo con tal uomo, in cui lo sdegno è rapido come la scintilla che si sprigiona dalla selce, e che tosto s’annienta.

Cass. Vissi io dunque solo per essere schernito da Bruto ogni volta che inferme cure mi aggravavano la mente?

Br. No; e quando t’offesi, io forse ancora era lungi da me.

Cass. Ciò m’assicuri? Dammi ora la mano.

Br. E con essa il mio affetto.

Cass. Oh Bruto!...

Br. Che dir vuoi?

Cass. Compatir mai non saprai a’ falli del tuo amico, e a quella tempra sdegnosa che dalla madre ebbe?

Br. Sì, Cassio; e in avvenire, se t’avverrà di sdegnarti contro Bruto, Bruto attribuirà il tuo sdegno all’umor materno che ti ribolle nel sangue. (s’ode dentro rumore e la voce del Poeta che grida: Lasciatemi andare dinanzi ai duci; mestieri è ch’io li vegga).

Luc. (dentro) No, non v’andrai.

Poeta. (dentro) Nulla, tranne morte, potrà trattenermi.

(entra il Poeta)

Cass. Chi sei? che vuoi?

Poeta. In nome del vostro onore, capitani, che è questo? Discordie fra due uomini quali voi siete? Oh! abbiatene vergogna.

Cass. (a Bruto) Senti cotesto cinico ardito come favella?

Br. Lungi di qui, impronto; esci di questa tenda.

Cass. Il soffri Bruto; familiari omai ne sono i suoi modi.

Br. Sopporterò l’umor suo quando più propizio tempo scelga a mostrarlo. A che debbono seguirci nella guerra questi insulsi cianciatori? — Esci di qui.

Cass. Va, va; t’allontana. (il Poeta esce; entrano Lucilio e Titinio)

Br. Lucilio e Titinio, ordinate agli ufficiali di apprestare gli alloggiamenti dell’esercito per questa notte.

Cass. E ritornate poscia guidando con voi Messala.

(Lucilio e Titinio escono)

Br. Lucio, reca una coppa di vino.

Cass. Riputato non t’avrei suscettibile di tanto sdegno.

Br. Cassio, tremendi dolori dilaniano le viscere del tuo amico.

Cass. Mal usi di tua filosofia, se schermo non ne fai ai colpi della fortuna.

Br. Ninno meglio di me sa sopportare le avversità. Ma, Cassio... Porzia è estinta. [p. 141 modifica]

Cass. Che ascolto! Porzia.....

Br. Morì.

Cass. Oh! e non m’uccidesti mentre ti oltraggiavo? Oh perdita funesta, perdita irreparabile! — E quale sventura te la tolse?

Br. Il dolore di viver lungi da me, e di vedere Antonio ed Ottavio sì rapidamente aggrandirsi. Sola e senza speranza, l’infelice insanì; e, colto l’istante, trangugiò accesi carboni (1).

Cass. E in tal guisa perì?

Br. In tal barbara guisa.

Cass. Oh immortali Dei....!

Br. Di lei si taccia sempre. (entra Lucio con una coppa e con fanali) Dammi quella tazza, e in essa seppelliscasi ogni rancor nostro.                                                                 (beve)

Cass. Il mio cuore è assetato di rispondere al generoso tuo invito. Dà ora a me quella coppa, Lucio; e mesci, mesci, finchè trabocchi: ber non potrò mai troppo in quelle tazze cui attiepidirono le labbra dell’amistà. (beve; rientra Titinio con Messala)

Br. Avanzati, Titinio; e sii tu il benvenuto valoroso Messala: a consiglio ti feci chiamare, poichè uopo è che insieme deliberiamo sulle nostre necessità.

Cass. (fra sè) O Porzia, più non sei!

Br. Cessa, te ne scongiuro. — Messala, queste lettere, che ho ricevuto, m’ammoniscono come Ottavio e Antonio intendano assalirci con poderoso esercito, e dirigano i loro passi alle pianure di Filippi.

Mess. Lettere dello stesso tenore a me pervennero.

Br. E nulla di più dicevano?

Mess. Solo che col bando e colla proscrizione i triumviri fecero perire cento senatori.

Br. In ciò le lettere nostre differiscono; e le mie non m’annunziano che settanta senatori morti, fra cui Cicerone.

Cass. Cicerone ancora?

Mess. Sì, Cicerone proscritto morì. — E di vostra consorte aveste novelle, Bruto?

Br. No, Messala.

Mess. E nulla di lei dicevano le lettere a voi dirette?

Br. Nulla.

Mess. Mi sorprende.

Br. A che la sorpresa? Forse di lei sapesti.....

Mess. Signore..... [p. 142 modifica]

Br. La verità Messala; e qual Romano la debbe.

Mess. Sopportatela adunque romanamente, e vi sìa noto che ella morì.

Br. Mia Porzia, addio per sempre, per sempre addio! — Messala, morir ora convienmi; poichè pensando ch’ella più non è, mi sarà lieve, dolce, amabile la morte.

Mess. Ed è in questa guisa che i valorosi uomini debbono sopportare le grandi sventure.

Cass. Dalla filosofia io pure attinsi quei virili precetti che poni in opera; ma la mia tempra ribellerebbesi in così fiera catastrofe.

Br. Riempiamo il dovere che ancora da compiere ci resta. — Qual riputate il disegno d’andar ora a Filippi?

Cass. Non buono l’estimo.

Br. E a creder ciò qual ragion t’induce?

Cass. Quello che sto per dirti. Migliore consiglio parmi l’aspettare il nemico, primachè affaticar l’esercito nostro andando in traccia di lui. I soldati d’Antonio e d’Ottavio affraliti pei lunghi viaggi, perderanno ogni vigore, e ne appresterai facile vittoria.

Br. Ma i popoli che sono tra Filippi e il nostro campo non istanno in freno che a forza; e tel dimostri la ritrosia con cui ne pagarono il contributo: il nemico, attraversando il lor paese, s’accrescerà di tutti i malcontenti, e ne attaccherà con un vantaggio che non avrebbe dove andassimo ad incontrarlo a Filippi.

Cass. Mio buon fratello.....

Br. Lascia ch’io continui. — Osserva ancora, che già logorammo i nostri ultimi sussidi; che le nostre legioni sono intere; che la nostra causa è matura; che di giorno in giorno il nemico s’aumenta: mentre noi, venuti al vertice della piramide, dovremo a forza discenderne. E’ v’è nelle cose umane un’alterna marea, che assecondata guida gli uomini in porto; sconosciuta o sprezzata, gli getta miseramente fra gli scogli. In quest’istante l’onda impetuosa c’incalza; e c’è forza o profittarne, o cessare da ogni speranza.

Cass. Ebbene, il vuoi? si vada: i campi di Filippi dichiareranno a chi appartiene il mondo.

Br. Le ombre della notte discendono rapide e fosche sui nostri capi: la natura obbedisce alle sue leggi e ne forza al riposo. Tutto è detto fra noi

Cass. Tutto; e l’alba di dimani schiarirà il nostro cammino.

Br. Lucio, la mia tunica. (Lucio esce) Addio, generoso Messala; addio, Titinio; nobile Cassio, addio.

Cass. O fratello, lieto si compie questo dì, che tanto mai [p. 143 modifica]cominciava. Deh! mai più non sorga discordia fra noi; mai più, Bruto.

Br. Va, non temere; essa fa l’ultima, tel giuro.

Cass. Addio, Bruto.

Br. Addio, fratello.

Tit e Mess. Addio, signore.

Br. Amici tutti, addio. (escono Cassio, Titinio e Messala; rientra Lucio colla tunica).

Br. Dammi quella veste. Ove ponesti la lira?

Luc. Qui nella tenda.

Br. Con fioca voce rispondi? Va, non te ne fo carico, mio fidato famiglio; le lunghe vigilie assopirono il tuo antico vigore. Chiama Claudio e qualche altro de’ miei; e dormano tutti per questa notte nella mia tenda.

Luc. Varrone, Claudio... (entrano i chiamati da Lucio)

Varr. Chiamaste, signore?

Br. Ve ne prego, amici, vogliate dormir per questa notte nella mia tenda: esser puote che d’impiegarvi m’occorra per qualche negozio.

Varr. Permetteteci, signore, di vegliare in attenzione de’ vostri comandi.

Br. No, noi consento: dormite; e all’uopo risveglierovvi. Vedi Lucio: ecco quel libro che tanto cercai; e’ stava nella mia tunica.

Luc. Era sicuro che nol mi avevate dato.

Br. Accagionane la mia debole memoria, e non darmene carico, buon famiglio. Ma puoi tener gli occhi aperti anche per un istante e suonare con la tua lira?

Luc. Sì, mio signore, se questo sa recarvi diletto.

Br. Oh! non dubitarne, amico; e obblia setroppo ti comando.

Luc. È mio dovere obbedirvi.

Br. Ma non sin dove le forze non tel consentono: so che la giovinezza ha bisogno di riposo. Ma va, Lucio: se vivo, sarò un buon signore per te. (Lucio suona un’aria malinconica) Il tuo concento, mio caro giovine, è quello d’uomo stanco... (Lucio insensibilmente inchina il capo e s’addorme) Oh sonno omicida! la tua clava di piombo abbattè dunque il mio fido...? Virtuoso garzone, dormi... lieto dormi; non io ti sveglierò. Ma se cadi fra il sonno, frangerai la lira: io salverolla (gliela toglie); e dormi ora benedetto. S’inganni intanto la notte colla usata lettura. (s’asside, e legge; tutti gli altri dormono profondamente; appare lo spettro di Cesare.

Br. Perchè diventa sì fosco il chiarore di questa lampada...? [p. 144 modifica]Ah! che vegg’io? Quale orrenda visione mi sta dinanzi. (lo spettro fa un passo verso Bruto) Ei mi vien contro...! Oh! sei tu vera cosa? Sei tu un Dio, un Genio, un Demone d’Averno, tu che m’agghiacci il sangue e mi fai rizzare le chiome? Parla; chi sei?

Spett. Il tuo cattivo Genio, Bruto.

Br. Ma che vuoi da me?

Spett. Dirti che mi rivedrai a Filippi.

Br. Ti rivedrò?

Spett. Sì a Filippi. (lo spettro svanisce)

Br. Ebbene, ciò sia; colà ti rivedrò. Ed ora, che ritornavano tutto il mio coraggio, perchè, malvagio spirito, svanisci? Vieni, ch’io ti parli ancora; che di più io senta da te! Oh! invano! invano...! Ebbene, destatevi, amici. Lucio, Varrone, Claudio, destatevi tutti.

Luc. Le corde della lira, signore, non si armonizzano.

Br. Ei crede ancora tenerla. Lucio, ti sveglia.

Luc. Signore!

Br. Sognavi, Lucio, mandando quel gemito?

Luc. Non ho memoria d’aver gemuto mai.

Br. Sì; dianzi esalasti dal petto un lamento. Vedevi forse qualche oggetto fuor di natura?

Luc. Nulla vidi, signore; nulla.

Br. Riaddormiti; e voi invece svegliatevi.

Varr. e Claud. Signore!

Br. Perchè mandaste quelle grida dormendo?

Varr. e Claud. Noi, signore?

Br. Sì. Aveste fiere visioni?

Varr. Nulla vidi, signore.

Claud. Nè io tampoco; vel giuro.

Br. Ite allora a Cassio e ditegli che metta tosto in moto l’esercito, e ci preceda in quella via in cui fra poco lo seguiremo.

Varr. e Claud. Sarà fatto, signore.                         (escono)




Note

  1. Qui è anacronismo di qualche mese.