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Lezione IX - Grandezza d’animo

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Lezione VIII - Sensibilità Lezione X - Dignità e pudore

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LEZIONE IX.

Grandezza d’animo.

Avvi una dote, figlia mia, che più di ogni altra s’apprezza, la quale caratterizza la persona superiore e distinta. È questa la grandezza d’animo. Chi la possiede rifugge istintivamente da qualsiasi bassa azione, da qualsiasi pettegolezzo; non conosce invidia, rancore, vendetta, e la manifesta ad ogn’istante della vita, non solo cogli atti e coi detti nobili e squisiti, ma con un’espressione di fisionomia semplice, affabile e dignitosa ad un tempo stesso, che rapisce, innamora.

Lo scordare il male ricevuto e il vendicarsi col beneficare i nostri nemici; il rammentare il male da noi fatto, solo per poterlo riparare; il dimenticare le nostre buone azioni, per non pretendere gratitudine, e non provare risentimento verso gl’ingrati, ed il ricordare ciò che agli altri dobbiamo per non mancar noi di [p. 43 modifica] riconoscenza, sono atti che costituiscono la linea di condotta d’un cuor nobile, generoso, magnanimo.

Nella storia di Napoleone I e di Pietro il Grande troviamo molti tratti della loro grandezza d’animo. Napoleone si degnava di trattenersi a conversare famigliarmente co’ suoi semplici soldati e beveva alla bottiglia d’uno di essi dopo di lui. Una notte, passeggiava da solo presso la fortezza e vi trovò una sentinella addormentata. Pensando che fosse stata vinta dal sonno e dalla stanchezza, per le fatiche militari sostenute e non già per indifferenza al dovere o poltroneria, invece di destarla e punirla col rigore della legge, come avrebbe fatto qualunque altro superiore, tolse egli in ispalla il fucile e si pose in sua vece a fare la guardia. Quando il soldato fu desto, non trovandosi più l’arma al fianco balzò in piedi sgomentato, ed allorchè vide ch’essa stava in braccio all’imperatore, che passeggiava com’egli avrebbe dovuto fare, si credette perduto, e, buttatosi in ginocchio ne implorò pietà. Napoleone restituendogli il fucile, si limitò a dirgli: «Procura che ciò non t’avvenga un’altra volta perchè io non potrò sempre venire ad occupar il tuo posto.» Quest’atto di magnanimità e di clemenza commosse il povero soldato, il quale sentì quasi adorazione pel suo sovrano; e da quel giorno in poi espose più volentieri la sua vita per lui, mostrandosi un leone sul campo di battaglia e compiendo con maggiore zelo i doveri del suo stato. [p. 44 modifica]

Pietro il grande poi per ben conoscere i bisogni de’ suoi sudditi e la loro devozione al monarca non isdegnava di travestirsi da contadino, da mendicante. Entrava non conosciuto nella casa dell’operaio, del povero; accettava da essi l’ospitalità, li invitava a parlare dello Czar, nascondeva la sua commozione quando ne sentiva a dir bene, ed allorchè s’imbatteva in qualcuno che lagnavasene, avea la magnanimità di conservarsi impassibile, e riflettendo sulle cause dello scontento, vi poneva tosto riparo, se ciò era in suo potere, e mutava così un avversario in un beneficato riconoscente e spesso in un caldo partigiano, che si sarebbe di buon grado sacrificato pel suo Czar. Si narra ch’egli si contentò di dormire una notte intiera in una stalla, sulla paglia, con 7 od 8 poveri ragazzi, dopo aver mangiato con essi, per cena, una scodella di cattiva minestra, per non tradire la parte di mendicante che rappresentava; e che essendo nato appunto in tale notte in quella famiglia un bimbo, egli s’offri di esserne padrino. Il genitore del neonato che dopo tanti battesimi, mal sapeva a chi ricorrere perchè compiesse sì pio ufficio, accettò. Il finto mendicante, chiesto un po’ di tempo per recarsi ad indossare un abito più decente ch’ei diceva possedere presso un amico, volò alla reggia ed il giorno susseguente ritornò, vestito colle insegne imperiali, colle carrozze di gala, con numeroso seguito ed infiniti doni pel suo prossimo figlioccio e per la sua famiglia. Ti lascio immaginare, Mariella mia, lo stupore, la [p. 45 modifica] gioia di quella povera gente ad una sì grande fortuna! Pietro il Grande contraccambiò largamente l’ospitalità ricevuta, assicurando un lieto avvenire a suo figlioccio, che fece educare alla sua corte, ed a’ suoi buoni parenti.

Tu sai che l’uomo ha diritti da esercitare e doveri da compiere. Bisogna conoscere, per ben vivere in società, e gli uni e gli altri. Chi ignora i primi è facilmente vittima dei birbi, degl’ingannatori; chi manca ai secondi, viola la legge di Dio o la sociale e merita disistima e biasimo. Chi poi, conoscendo gli uni e gli altri, puntualmente adempie ad ogni suo dovere e volontariamente rinunzia all’esercizio di qualche suo diritto, per clemenza, per bontà, per generosità, qualificato grande d’animo. I genitori, il maestro, il padrone p. es., hanno diritto di comandare, di punire anche con severità il figlio, lo scolaro, il servo. Se invece pregano, se perdonano o con dolcezza ammoniscono, rinunziano ad un loro diritto. Se un debitore non ci restituisce il denaro dovuto, siamo in diritto di farlo chiamare in tribunale; se invece pazientiamo, se, in vista delle sue disgraziate circostanze, veniamo a patti amichevoli con lui, ed anche, potendolo, gli condoniamo il debito, rinunziamo al nostro diritto. Siamo in diritto pure di chiudere la porta di casa nostra a chi ci ha insultato o fatto danno o dispiacere in qualsiasi modo. Se invece dimentichiamo l’offesa ricevuta, attribuendola ad un istante di leggerezza e non [p. 46 modifica] a perversità d’animo, se, per le vie del cuore e della persuasione, cerchiamo di farlo pentire de’ suoi torti e ci mostriamo superiori al risentimento prodotto forse da un pettegolezzo, da un istante di vivacità, dimostriamo grandezza d’animo. E questa dote, che si spesso s’incontra ne’ veri sapienti, nei filosofi, nelle persone che sentono la propria dignità, che più di sè stesse amano la virtù, il loro prossimo e che è affatto sconosciuta agli egoisti, ai vanitosi, desidero, figlia mia, che tu procuri d’acquistarla.