Esempi di generosità proposti al popolo italiano/Chi fida in Dio, e chi fida in se stesso

Chi fida in Dio, e chi fida in se stesso

../Il servitore affettuoso ../Modestia animosa IncludiIntestazione 10 giugno 2008 75% Saggi

Il servitore affettuoso Modestia animosa


Cominciò, Saul troppo presto a montare in orgoglio, e a guardare d’alto in basso il popolo dal cui seno era sorto; come cavaliero che in mezzo a una folla di pedoni sprona il destriero, e mena a tondo lo scudiscio, e s’adira degli intoppi, e si tiene dappiù, perch’egli ha una bestia sotto, che lo fa più in alto di tutti. Ma vennero ben presto a trovarlo le disgrazie, e mostrare al superbo re, quanto poca cosa egli fosse.

I Filistei s’accolsero a guerra; e posero il campo tra Socot e Azeca nella tribù di Giuda, sui confini di Dòmmin. Saul co’ figliuoli d’Israello vennero nella valle detta del Terebinto, e si accamparono sul monte di faccia. Sull’un colle erano i Filistei, Israello sull’altro, la valle tra mezzo. Quand’ecco uscire dal capo de’ Filistei un guerriero per nome Golia, del paese di Get; uomo che era alto sei braccia e un palmo, e aveva in capo una grande celata di rame, e vestiva una corazza a scaglie, pesante molto; e aveva gambiere di rame, e di rame lo scudo rovesciato sulla spalla, e grande lancia il cui ferro era di lunghezza strana. Gli andava innanzi lo scudiere, pieno di baldanza quasi più del signore. E, venuto nel mezzo della valle, dov’era più sgombro d’alberi, stava il gigante pavoneggiandosi; e gridava verso l’esercito d’Israello: «Perchè dunque siete venuti a far le viste di attaccare battaglia? Non sono io forse un Filisteo, e non siete voi altri i servi di Saul? Scegliete un de’ vostri che venga a provarsi qui meco. S’egli mi vince, noi saremo servi vostri; ma s’io l’ammazzo, sarete voi i servi nostri, e ci servirete». E stava aspettando risposta con alta fronte. Ma tutti d’Israello tacevano per paura. Re Saul, perduto l’ardimento delle prime vittorie, giaceva accasciato come da una malattia di sgomento; non conosceva sè stesso, non sapeva nemmeno sentire vergogna. Gli altri, guardando a lui, prendevano quasi coraggio a non avere coraggio. «E chi (pensavano) può venire al paragone con forza d’uomo così smisurata?». E non innalzavano a Dio la mente. I migliori pregavano senza speranza; pregavano di poter scampare al pericolo, non di salvare da vergogna Israello. Il Filisteo se ne ritornava col suo servitore; e diceva ai Filistei boriosamente: «Io li ho chiamati fuora; ho gridato a tutti e a ciascuno di quella turba de’ servi di Saul, che scelgano un uomo il quale venga a battere due colpi meco. E’ fanno il sordo all’affronto». Nota come Golia chiama il popolo d’Israello servi di Saul; la quale parola non si sapeva che cosa volesse dire al tempo che gl’Israeliti si reggevano a giudici.

Dunque Saul e tutto il popolo stavano istupiditi dalla paura. C’era in Betlemme, luogo della tribù di Giuda, un vecchio d’anni molti, che aveva nome Isai, figliuolo di Obed, il quale Obed era figliuolo di quella buona Rut che s’è detto, nuora della buona Noemi. Questo Isai aveva otto figliuoli; e i tre più grandi, Eliab il maggiore, Abinadab il secondo, il terzo Samma, erano con Saul a campo alla valle del Terebinto. Davide era il più giovanetto. Quando andarono via, venne Davide di campagna ove stava a badare alle pecore di suo padre e li abbracciò e baciò, forse voglioso in cuore d’accompagnarli e se ne tornò alla sua gregge. Intanto Golia filisteo tutti i giorni faceva questa sortita e questa smargiassata e i suoi pigliavano sempre più ardire, e que’ d’Israello sempre più rannicchiavano nella paura, come animale nel covo. Dopo alquanti dì, disse il vecchio Isai a Davide suo figliuolo: «Prendi, Davide, dieci di cotesti pani, e va presto al campo, e portali a’ tuoi fratelli; e prendi queste dieci forme di cacio, e le porterai al capitano della loro compagnia: e vedrai come stanno i tuoi fratelli; e sentirai con chi e’ sono di compagnia; e mi saprai dire ogni cosa». Era intanto seguita tra Israeliti e Filistei qualche scaramuccia di poco. Davide si levò di buon mattino, e raccomandò la piccola greggia a un guardiano, e se n’andò con la roba, secondo il cenno d’Isai.

E venne al luogo degli accampamenti; e trovò che gli armati d’Israello erano usciti dallo steccato; e che i Filistei dall’altra parte della valle e si allestivano anch’essi. Lasciò Davide in fretta tra le bagaglie le robe portate; e corre al luogo del combattimento; e a’ soldati che incontrava, domanda novelle de’ suoi fratelli. Ed ecco, in quel ch’e’ parlava, avanzarsi nel mezzo delle due schiere Golia; e Davide intese le solite bravate che costui veniva facendo. Tutti que’ d’Israello al vedere la mole di quel guerriero, fuggono impauriti. Quando furono in salvo, un tale, mandato forse da re Saul per infondere con le promesse coraggio in alcuno, cominciò a dire: «Cotest’uomo che viene a sfidare con raffacci Israello, sapete voi quel che farebbe il re nostro a chi lo ammazzasse costui? Lo arricchirà di ricchezza grande, e gli darà la sua figliuola sposa; e la famiglia del padre d’esso vincitore rimarrà in Israello libera da tributo». A questo bando, saranno a taluno del popolo ritornate in mente le parole del vecchio Samuele, che, quand’essi schiamazzavano per la voglia d’un re, diceva: «Ve lo caverete cotesto gusto, e l’avrete». A sua Maestà pare un gran che promettere a chi lo liberi dal gigante, esenzione dalle regie gabelle. E questo viene, s’intende, dopo la promessa della figliuola propria. Tanto pareva il re contare più le gabelle che il sangue proprio; e tanto dovevano al popolo già pesare i tributi, se questo premio viene per ultimo, quasi corona. Davide a coloro che erano più presso domandò che esponessero più chiaro la cosa. E molti gliene ripetevano perchè il pur pensare che taluno potesse camparli da quello spavento, era ad essi sollievo. A Davide non importava tanto sapere del premio; ma dalla grandezza del premio promesso riconosceva la gran paura del re, e la stringente necessità della cosa. E a lui, buono e semplice, quella promessa che più lusingava il pensiero, era di poter liberare il vecchio padre e i fratelli suoi dal tributo. Onde diceva, come parlando con le proprie speranze, ispirarsi: «Ah, questo sarà dato a chi metterà a giacere quello straniero superbo, e toglierà tale vergogna dal popolo d’Israello! E chi è questo forestiero impuro, che strapazza l’esercito del Dio vivente?». Intese questi discorsi Eliab il maggior fratello di Davide, e si sdegnò contro il giovanetto, e disse: «Oh perchè se’ tu venuto qua, e hai lasciato quelle poche di pecore, che si smarriscano per le balze? Io ti conosco, sai? So il tuo orgoglietto segreto, bacchillone che sei! Gli è venuto a vedere come si fa a combattere, gli è venuto!» Davide rispose: «Che c’è egli di male? Non si può dire una parola?». E sgusciò tra la folla. E domandava a un altro la medesima cosa, e gli rispondevano il simile. Di bocca in bocca le parole di Davide vennero infino a Saul. A cose allegre, non si sarebbe badato punto al linguaggio d’un pastorello; ma la necessità è gran maestra di stare attenti, e di riguardare con rispetto anche la povera gente. La necessità è come la notte profonda, quando si sente ogni mormorio, ogni bisbiglio lontano, che il giorno si perde nel gran vortice de’ rumori i quali s’avvolgono per l’aria e da opposti lati la fanno ondeggiare.

Re Saul volle tosto vedere questo pastore il quale mostrava d’avere più coraggio in corpo che tutti i suoi capitani. Davide venne, e disse franco al re: «Non si perda nessuno d’animo per cotesto. Andrò io, e combatterò il Filisteo». Vedete gentile parola del semplice giovanetto. Non dice al re: Non ti perdere d’animo; non vuole aggiungere alla vergogna di lui altri pungoli dolorosi. Non si perda nessuno d’animo, David dice. Re Saul, nè gli adulatori di lui, non avrebbero trovate di queste delicatezze; perchè la gentilezza vera non viene dall’altezza del grado, ma da affetto di cuore. Re Saul, parte mosso a compassione di quel giovanetto, che era biondo e d’aspetto avvenente, parte per meglio provare l’animo di lui, dice a Davide: «Tu non ce ne puoi, giovanetto, con quel guerriero. Tu se’ quasi fanciullo; e egli è uomo da primi anni cresciuto nell’armi». Allora disse Davide a Saul: «Il servo vostro che qui vedete, signore, badava alla piccola greggia di suo padre (piccola perchè noi siamo poveretti): e talvolta veniva dalla foresta un orso o un leone, e prendeva un montone di mezzo al gregge, e lo strascinava. Allora io correvo dietro alla fiera, e gliene davo con la mia mazza, e glielo strappavo di bocca. Allora la fiera s’avventava su me e io mi cacciavo tra le zampe, e l’afferravo per il collo, e stringevo stretto tanto che non scappasse dalle canne aperto il respiro, e la strangolavo. Il servo vostro ha strangolato e spaccato le mascelle all’orso e al leone: ora Dio farà che noi siamo liberati da questo straniero. Chi è egli questo straniero che ardisce scagliare improperii contro l’armi del Dio vivente?». Due cose dolgono al giovanetto: la vergogna del popolo suo, e il dispregio del nome divino. Però soggiungeva: «Il Signore che mi sottrasse alle zanne dell’orso e alle zanne del leone, egli mi libererà dalla mano di quello straniero».

Al sentire come Davide sperasse fermamente nell’aiuto di Dio, re Saul anch’egli sperò, e disse a lui: «Va, che il Signore sia teco». E re Saul vestì Davide di ricca armatura, lo coprì di corazza, e gli allacciò l’elmo grave, e gli mise la spada al fianco. Davide, così vestito, fece l’atto di camminare, se potesse con quel peso. Poi disse a Saul «Così non mi posso io. Non sono uso a quest’armi». E se le spogliò: prese la sua mazza, che sempre portava per la campagna pascendo; e scelse dal torrente cinque pietre ben lisce e bene arrotate dal corso dell’acque, e le mise entro la sua zana da pastore; e prese in mano la fionda. Re Saul, in vederlo disposto a così affrontare il nemico, sperò più che mai perchè pensò a Dio più che mai. Que’ dell’esercito, chi benedicevano al giovanetto, ringraziandolo in cuore ch’abbia pure sperato levarli da quella vergogna; chi lo incuoravano con parole, e i più lontani con cenni; chi stavano a guardare, crollando il capo, e a costoro pareva che il pur tentare l’impresa fosse un oltraggio fatto al loro senno e un rimprovero alla loro pusillanimità; chi tacevano istupiditi, non sapendo che si credere.

Uscì Davide dallo steccato con in mano la fionda. Pensa quel che avranno i suoi tre fratelli provato al vedere lui gracile giovanetto inesperto, e il Filisteo che gigante gli veniva incontro. Pareva Golia come un masso altissimo che pende sopra la casuccia d’un povero pescatore. Quando il gigante vide Davide venire armato a quel modo, sogghignò con disdegno: «Oh che? son io un cane, gli disse, che tu col bastone mi venga incontro?». E Golia bestemmiava, e fra le maledizioni diceva: «Vieni, vieni, e darò le tue carni agli uccelli dell’aria e alle bestie della terra». Davide a lui: «Tu vieni a me con ispada e lancia e scudo; io vengo a te nel nome del Dio degli eserciti, del Dio di questo popolo che tu hai disfidato insultando. Iddio ti farà oggi cadere per la mia mano: e t’abbatterò, e reciderò cotesta tua testa, e darò i cadaveri de’ molti tuoi, costì armati, ai volanti dell’aria e alle bestie della terra; acciocchè tutti sappiano che Dio difende Israello; e tutta questa moltitudine dell’uno e dell’altro campo sia qui raccolta a vedere che non solo per forza di spada o di lancia Iddio fa salvi chi e come vuol Egli. Egli è il giudice della guerra; e darà voi costì in mano nostra». Non potendo più a lungo soffrire, Golia veniva senz’essersi coperto il gran capo dell’elmo, veniva contro Davide; e pareva poter con un piede schiacciarlo; ma Davide lesto prese dalla zana una pietra, la posò sulla fionda, girò la fionda, e colse il gigante nel mezzo dell’ ampia fronte. Gli si conficcò nella dura fronte il sasso, come se caduto nel fango; e il gigante stramazza bocconi per terra. Davide corse su lui che era sopraffatto e dallo stordimento e dal colpo; e, piantatogli l’un piede sulla schiena, non avend’egli la spada, afferrò la grave spada del caduto, e la sguainò, e con la mano vincitrice de’ leoni sollevata un poco da terra la testa pallida, gliela troncò.

A quella vista, scoppiano da’ due campi due contrari suoni di grida, qui di maraviglia esultante, là d’attonito spavento; e Israello si slancian tutti e brandiscono le armi, e i Filistei tutti fuggono via senza mente. Così, quando sulla faccia del mare si leva subito il vento, le onde tutte commosse si volgono l’una sull’altra, e si sospingono, e vanno con suono furioso a frangersi negli scogli. Gli armati d’Israello li inseguono gridando, e spargono, de’ cadaveri di que’ superbi, dianzi trionfanti, la via di Sarian e tutto lo spazio fino a Get, e giù fino ad Accaron. E ritornati di là, come torrente sui seminati, si gettano sulle tende rizzate nel poggio, e fanno ampia preda.

Re Saul, mentre Davide moveva incontro al gigante, disse rivolto a Abner ch’era il maggior capitano dell’esercito d’Israello: «Abner, sai tu di che schiatta sia cotesto ragazzo?» Gli aveva parlato a lungo re Saul; ma, parte per lo sgomento dell’animo, parte per la vergogna del dover invocare il braccio d’un giovane poveretto, parte per la noncuranza malcreata che i grandi della terra hanno e che affettano di dimostrare verso la povera gente, non aveva il re domandato a Davide di che sangue egli fosse. Ed era di schiatta più nobile che quella del re; questi da Beniamino, il pastorello da Giuda, al quale aveva così grandi cose vaticinate il patriarca Giacobbe morendo. Abner a quella domanda con simile noncuranza rispose: «Così la vostra vita sia lungamente gloriosa, com’io non ne so niente». E Abner, allorchè fu ritornato dal campo, lo presentò innanzi a Saul; non già che a lui, capitano superbo, importasse dimostrare gratitudine e riverenza verso quel poveretto; ma non ne poteva a meno. Venne Davide tenendo pei lunghi ruvidi capelli il teschio del gigante e nella fronte insanguinata pareva un terz’occhio aprisegli fondo. E re Saul gli domandò: «Di che famiglia sei tu, giovanetto?». Davide rispose: «Isai, servo vostro, è mio padre; che sta in Betlemme». Nelle accoglienze del re, tra la gioia del passato pericolo, si vedeva non so che confusione del dovere tal gioia al figliuolo di Isai. Non si ricordava più Saul d’essere anch’egli nato uomo di campagna e povero e d’oscura famiglia. Fissava gli occhi nel giovanetto, parte per leggergli in cuore s’egli insuperbisse di quel benefizio portato a Israello, parte per confondere l’umil pastore con l’aspetto della reggia maestà. Ma l’umile pastore lo riguardava libero e sereno senza nè peritanza nè orgoglio; e rispondeva alle sue moltiplicate interrogazioni con senno candidamente. Onde il re lo guardava sempre più sospettoso e più torvo; e i sorrisi della sua degnazione parevano come lampi di nuvola nera. Faceva le viste di compiangere la sua giovinezza: e i grandi uffiziali dell’esercito misurando dal proprio animo l’animo del re, dimostravano di non si curare punto del figliuolo d’Isai. Ma i soldati semplici e tutto il popolo povero lo accarezzava riverenti; il fratello maggiore che lo aveva tanto acremente gridato, adesso non sapeva che si dire. Poc’anzi e’ s’era creduto molto più brava persona di questo ragazzo presuntuoso. E così spesso segue a chi corre troppo leggermente a’ dispregi. Questo ragazzo fu come la prima pallottolina di neve, che ruzzola giù dal monte: che involge nella rovina e gran massi e querce antiche, e schiaccerà il paesello sottostante, come il cervo fuggendo pesta l’arida fronda.