Esodo

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Euripide - Eraclidi (430 a.C. / 427 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1929)
Esodo
Terzo stasimo Eraclidi


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Giunge Euristèo tratto prigioniero. Lo conduce un

messo

Ben tu lo vedi, eppure io voglio dirtelo:
a condurti Euristèo veniam, signora;
vista per te tanto inattesa quanto
fu per costui l’evento. Ei non pensava
mai di cader nelle tue mani, quando
da Micene partí, con tante schiere,
oltre giustizia presumendo, a struggere
Atene; e un Dio gli rese avverso l’esito,
la sua fortuna sperse. Ed Illo, adesso,
e Iolao valoroso, a Giove innalzano
sgominator di schiere un simulacro
per la vittoria. E a te qui m’inviarono,
a recarti costui, per farti lieta:
ché un nemico veder dalla fortuna
a disgrazia piombar, cosa è dolcissima.

alcmena

Odio mio, sei pur qui? T’ha colto infine
Giustizia. Volgi innanzi tutto il volto

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verso di me, guardar negli occhi ardisci
i tuoi nemici: ché ricever devi
comandi, ora, e non darne. Or dimmi: quello
sei tu, lo vo’ saper, che al figlio mio
ch’ora si trova ove si trova1, ardivi
scagliare oltraggi? Quale offesa mai
contro lui non osasti? All’Ade vivo
scendere lo facesti, idre e leoni
a uccider l’inviasti; e gli altri rischi
che macchinasti, non dirò: sarebbe
troppo lungo il discorso. E tanto ardire
non ti bastò? Ché me da tutta l’Ellade
e i suoi figliuoli via scacciasti, quando
dei Numi all’are sedevamo supplici,
alcuni vecchi, altri che ancor non parlano.
Ma una libera gente, ed una libera
città trovasti, che di te non ebbero
timore. Ed or, di trista morte devi
morire; e tutto ancor sarà pel tuo
vantaggio: dopo tanto mal commesso,
non dovresti morir solo una volta.

messo

Che tu morte gl’infligga, esser non può.

alcmena

Dunque, prigione l’abbiam fatto invano?

messo

Giusto non par di questa terra ai principi.

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alcmena

Bello i nemici uccidere non reputano?

nunzio

Non quel che vivo sia preso in battaglia.

alcmena

E a tal decreto Illo si rassegnò?

nunzio

Ribelle a questa terra esser doveva?

alcmena

Doveva a questo infligger morte, ucciderlo.

nunzio

Errore fu non dargli morte súbito.

alcmena

E che sconti la pena or non è giusto?

nunzio

Nessuno v’è che morte or possa infliggergli.

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alcmena

Io ci sono; e qualcuno esser presumo.

nunzio

Attirerai su te biasimo grande.

alcmena

Amo questa città, non c’è contrasto.
Ma questo, poiché in mano alfin mi cadde,
nessuno v’è che possa piú strapparmelo.
E temeraria lascia che mi dicano
e ch’io presumo piú che debba femmina;
ma tal opera a fine io condurrò.

corifeo

È terribile, o donna, io ben lo vedo,
l’odio tuo per quest’uomo; e perdonabile.

euristeo

Io non ti blandirò, sappilo, o donna,
né tu m’udrai che per salvar la vita
altra parola io dica, ond’io m’acquisti
la nomea di viltà. Non di buon grado
in tal contesa io mi gittai: sapevo
ch’ero cugino tuo, ch’ero parente
ad Ercole tuo figlio: in me tal febbre
senza volere mio, Giunone accese,
ch’era una Diva. Ed io, quando contratta

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ebbi tal nimistà, quando convinto
fui che affrontar dovevo un tal cimento,
mille cordogli a escogitar mi diedi,
molti la mente mia ne partorí,
consigliera la notte ognor prendendo,
perché, perseguitando e sterminando
i miei nemici, non dovessi in casa
piú vedermi il terror, bene sapendo
che non era un da nulla il tuo figliuolo:
era un uomo — se pur mi fu nemico,
sempre lo esalterò, ch’egli era un prode.
E poi ch’egli fu morto, io, che odïato
ero dai figli, e ben sentia la loro
d’inimicizia eredità, cercare
la loro morte non dovea, bandirli,
tramare insidie, e terra e ciel sconvolgere?
Sol facendo cosí, la sicurezza
acquistare potevo. Or dimmi tu,
se fossi stata in me, con ogni male
perseguitati non avresti i figli
d’un infesto leone, anzi li avresti
lasciati in Argo vivere tranquilli?
Niuno convincer ne potresti. E adesso,
poi che ucciso non m’han quando la morte
io m’aspettavo, per le leggi d’Ellade
chi m’uccide sarà contaminato.
E mi risparmia la città, che piú
che alla mia nimistà, bada all’ossequio
dovuto ai Numi; e si dimostra saggia.
Or m’hai parlato, udito m’hai, chiamarmi
puoi coraggioso oppur codardo: è tale
l’animo mio: morire non desidero,
né pur mi cruccia abbandonar la vita.

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coro
ad Alcmena.

Odi un consiglio mio: quest’uomo libero
lascia, e il voler della città rispetta.

alcmena

E se potessi rispettarlo e ucciderlo?

coro

Sarebbe il meglio. E come esser potrebbe?

alcmena

Chiaro te lo dirò. L’ucciderò,
ed agli amici renderò la salma,
che giungano a cercarla. E rispettate
cosí le leggi avrò d’Atene, ed egli
con la morte scontata avrà la pena.

euristeo

Dammi pur morte, io non t’imploro. E a questa
città che m’ha risparmiato, che
di darmi morte ebbe riguardo, in dono
offro un antico oracolo d’Apollo,
che un dí le gioverà piú ch’or non creda.
Quando morto sarò, sepolcro datemi
dov’è fatale, innanzi alla divina
vergine di Pallène2. E a te benevolo
e per Atene salvator metèco

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io giacerò sotterra, e nimicissimo
ai nepoti di questo, allor che qui
con molte schiere giungano, tradendo
i benefici vostri: ecco a quali ospiti
deste soccorso. Or, come mai, se ciò
sapevo, io venni qui, senza all’oracolo
badar del Dio? Giunone io mi credei
che piú possente fosse d’ogni oracolo,
e che tradito non m’avrebbe. Ma
non consentite ch’ella sul mio tumulo
libagïoni rechi e sangue, ch’io
preparo ad essi un misero ritorno
per guiderdone. E un duplice vantaggio
otterrete da me: farò morendo
l’utile vostro e dei nemici il danno.

alcmena

Avete udito? E che indugiate, quando
ad Atene salvezza e ai vostri posteri,
con ciò potete procurare, a ucciderlo?
La piú sicura via mostra il nemico,
e morendo ci giova. Accompagnatelo,
o servi, e quando poi l’avrete ucciso,
datelo ai cani. — Non sperar di vivere
piú, per bandirmi dalla patria terra.

coro

Parli bene. Movete, o vincitori,
giacché, per mia parte
resteran senza macchia i miei príncipi.

Note

  1. [p. 320 modifica]Si trova ove si trova, cioè in cielo, fra i Numi.
  2. [p. 320 modifica]La divina vergine di Pallene è Minerva che a Pallene aveva un tempio a lei dedicato. Cfr. pag. 62, v. 1