Elettra (Euripide - Romagnoli)/Esodo

Esodo

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Euripide - Elettra (413 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1930)
Esodo
Terzo stasimo Elettra (Euripide - Romagnoli)

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta I poeti greci tradotti da Ettore Romagnoli

Indice dell'opera, volumi I / VI

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Tragedie di Euripide (Romagnoli) V-0112.png


Al disopra della casa appaiono i Dioscuri.


CORIFEO
Oh, vedete che immagini apparvero
in vetta alla casa, di Dèmoni,
O d’urànidi Numi! Ché quella
la via de’ mortali non è!
Perché dunque si mostran visibili
all’occhio mortale?
UNO DEI DIOSCURI
D’Agamènnone figlio, odi. Ti chiamano
I due fratelli di tua madre, i gèmini
figli di Giove: Castore e Polluce.
Salvato or or da un’orrida tempesta
nel mare un legno, siam venuti in Argo,
poiché l’eccidio della madre tua,
della nostra sorella, abbiam veduto.
Giusta la morte fu; ma non fu giusta
l’opera tua: Febo, sí, Febo — taccio

ché mio signore egli è — sebbene saggio,

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non die’ saggio responso. E rassegnarsi
certo conviene; ma tu devi compiere
quanti per te la Parca e Giove impongono.
Dà sposa Elettra a Pilade, che seco
l’adduca in patria; ed Argo lascia tu,
ché calpestare il suolo non t’è lecito
ove alla madre desti morte. Orribili
l’Erinni, Dee visi di cagne, a fuga
t’incalzeranno; e, folle errando, andrai.
Quando in Atene sarai giunto, stringiti
di Palla al santo simulacro. Il clipeo
con l’effigie gorgonia a te sul capo
protenderà, le scaccerà sgomente,
ché con Torride serpi a te non possano
avvicinarsi piú. Di Marte il poggio
è qui, dove gli Dèi prima sederono,
d’un misfatto di sangue a dar giudizio,
quando Are diede ad Alirrotio morte,
figlio del Dio del mare, a far vendetta
della sua figlia vïolata. È qui
santissimo il suffragio ed infallibile,
che proviene da un Nume; e qui tu devi
la sentenza affrontar del tuo misfatto.
Ti salverà la parità dei voti
dalla pena di morte: il Nume ambiguo
che t’imponeva la materna strage
ne assumerà la colpa. E pel futuro
questa legge varrà, che i voti pari
prosciolto sempre l’accusato mandino.
Ma dal corruccio queste Dee terribili
colpite, al poggio presso, in fondo a un baratro
sprofonderanno; e avrà sede un oracolo
qui pei mortali, santo e venerabile.

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E tu d’Arcadia una città dovrai
sopra i rivi d’Alfeo per sede avere,
di Licèo presso al tempio; e nome avrà
quella città da te: questo a te dico.
Alla salma d’Egislo, i cittadini
d’Argo daran sepolcro; ed a tua madre ’
darà sepolcro Menelao, che giunse
solo or, dal di’ che Troia prese, a Nauplia,
ed Elena con lui. Vien dalla reggia
di Pròteo costei, vien dall’Egitto,
e mai tra i Frigi non andò. Ma volle
Giove che risse, che sterminio fossero
fra i mortali, e un’immagine plasmò
pari ad Elena, e ad Ilio la mandò.
E la vergine sposa adduca Pllade
dalla terra d’Acaia alla sua patria; A
e quei che tuo cognato è sol di nome,
alla Fòcide adduca, e copia molta
di ricchezza gli dia. Tu sopra il giogo
dell’Istmo il pie’ sospingi, e al tempio recati
di Cècrope felice. E alfine libero
da queste pene, avrai prospera vita.
CORIFEA
O figliuoli di Giove, è concesso
rivolgere a voi la parola?
IL DIOSCURO
È concesso; voi lorde non siete

di questo assassinio.

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ORESTE
                                        O Tindàridi.
anche a me favellare è concesso?
IL DIOSCURO
Anche a te: questa impresa omicida
la imputo ad Apollo.
ORESTE
Come mai, Numi essendo, e fratelli
dell’estinta, lontan dalla casa
non teneste le Parche?
IL DIOSCURO
                                        La forza
del Destino sospinse gli eventi,
e di Febo il men saggio responso.
ELETTRA
Ma qual Febo, ma quali responsi
della madre assassina me resero?
IL DIOSCURO
Fu comune lo scempio, e comune
il destino; la colpa dei padri

su entrambi pesò.

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ORESTE
O sorella, poiché dopo tanto
t’ho visto, rimango
dei tuoi balsami subito privo,
e ti lascio, e tu devi lasciarmi.
IL DIOSCURO
Uno sposo una casa possiede:
altro male costei non patisce
che d’Argo lasciar la città.
ELETTRA
E qual cosa è piú degna di lagrime,
che lasciar della patria i confini?
ORESTE
Ed io lascio la casa dei padri,
ed affido ad estraneo suffragio
il giudizio del mio matricidio.
IL DIOSCURO
Fa’ cuore: di Pàllade
la città troverai pietosa.
ELETTRA
Al mio seno il tuo seno avvicina,

fratello diletto.

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ché lungi dai tetii paterni
l’Erinni cruente
della rnadre ci tengon divisi.
ORESTE
Su via, stringiti a me: scorra, come
sul sepolcro d’un morto, il tuo pianto.
IL DIOSCURO
Ahimè, ahi, tu pronunci parole
dolorose anche ai Numi che l’odono:
ché nel cuor mio, nel cuor degli Urànidi,
c’è pietà pei tapini mortali.
ORESTE
Piú veder non ti debbo.
ELETTRA
                                                  Vicina
al tuo sguardo mai piú non sarò.
ORESTE
Per me sono questi gli estremi
tuoi detti.
ELETTRA
                                   Salute,

o mia patria! Salute, o compagne.