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Elettra (D'Annunzio)/Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini

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Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini
Per la morte di Giuseppe Verdi Nel primo centenario della nascita di Vittore Hugo


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NEL PRIMO CENTENARIO
DELLA NASCITA DI
VINCENZO BELLINI.


NELL’ISOLA divina che l’etnèo
Giove alla figlia di Demetra antica
donò ricca di messi e di cavalli,
di lunghe navi e di città potenti,
5d’aste corusche e di cerate canne,
di magnanimi eroi e di pastori
melodiosi,

dal santo lido ove apparì l’Alfeo
terribile che tenne la sua brama
10immune dentro all’infecondo sale,
da Ortigia ramoscel di Siracusa,
che fu sorella a Delo e abbeverava

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nell’orrore notturno la sirena
ai fonti ascosi,

15il re degli inni Pindaro tebano
assiso in ferreo trono,
invocando le Grazie dal sen vasto
e l’Ardire e la Forza e l’Abondanza
sopra l’anima pura,
20celebrò le vittorie dei mortali.
Per gli inni trionfali,
con l’olivo selvaggio e il bronzeo vaso,
i vincitori furono gli eguali
dei belli iddii nel sole senza occaso.

25Inni, rapidi figli del furore
e della fiamma, qual degli iddii, quale
eroe, quale uomo noi celebreremo
oggi al conspetto del religioso
popolo accolto che offre alla Potenza
30generata dal suo dolente grembo
una preghiera?

Il dio celebreremo noi, pel cuore
innumerevole avido di eterna
vita, l’eroe celebreremo e l’uomo

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35in una sola forma di bellezza
giovenile, rapita negli alti astri
ma sempre ritornante in terra come
la primavera.

Simile al mare procelloso incontro
40alle foci dei fiumi,
che sforza verso le sorgenti prime
verso le auguste origini montane
la gran copia dell’acque
(beve intorno la terra e si feconda),
45simile al mare l’onda
del canto volga impetuosamente
questa che palpita anima profonda
verso l’antichità di nostra gente.

Dove il veglio Stesicoro per Ilio
50ereditò la cecità di Omero,
dove Pindaro assunse ai cieli il carro
del re Ierone fondatore d’Etna
e Teocrito addusse tra i bifolchi
eloquenti le Càriti dal fresco
55fiato silvano,

quivi improvvisa dopo il lungo esilio

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la doriense Musa ricomparve
tra l’immemore popolo, improvvisa
animò la siringa dell’occulto
60Pan, cui la cera dato avea l’odore
del miele (appreso aveale a lamentarsi
il labbro umano);

e il dolore degli uomini e l’amore
degli uomini e le cieche
65speranze e le bellezze della vita
e della morte e tutte le virtudi
riebbero nel Canto
la purità sublime e necessaria.
Oh sagliente nell’aria
70la nutrì, semplice nuda e sola,
come nel tempio la colonna paria,
la melodìa che vince ogni parola!

Gli Itali palpitaron di novella
attesa udendo quella giovenile
75voce nell’aria limpida salire;
e l’olivo che cinge i poggi curvi
lungh’essi i patrii mari santo parve
alle dischiuse ciglia e ancor più santo
parve l’alloro;

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80però ch’eglino, tristi servi, in quella
voce riconoscessero l’antica
lor giovinezza e la meravigliosa
verginità dell’anima primiera
che creò nella luce l’immutato
85ordine e bianco per gli intercolunnii
condusse il coro.

Cantava inconsapevole, su i giorni
e su l’opre comuni
il figlio degli Ellèni in false vesti,
90tra vane moltitudini loquaci,
lungi ai marmi natali;
e in cor gli ardeva una tristezza ignota,
mentre nella remota
isola i suoi teatri pel notturno
95silenzio biancheggiavano e la vota
scena attendeva l’urto del coturno.

“Egli è morto, l’Orfeo dorico è morto!
Sicelie Muse, incominciate il carme
fùnebre! O rosignoli, annunziate
100ad Aretusa ch’egli è morto e il canto
morto è con lui, e il latte non fluisce
più, né dai favi il miele, ché perito

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è nella cera

per lo dolore; e il verde apio nell’orto
105langue, e l’aneto aulente; e le montagne
son tacite, e le fonti nelle selve
plorano, e al mare Cèrilo fa lai.
Sicelie Muse, incominciate il carme
fùnebre! Varca il doriense Orfeo
110l’atra riviera.„

Non sonò forse questo antico pianto
sul trapassato auleta?
“Omai chi canterà su le tue canne?
Respiran elle come le tue labbra.
115Pan non si ardisce. E oppresso
tu dal silenzio della Terra sei!
Ma, se canti a colei
che pur pensosa è d’Enna in Acheronte,
ella in memoria dei narcissi ennèi
120ti ridona al tuo mare ed al tuo monte.„

Non piansero così forse i selvaggi
flauti contesti con la cera e il lino,
al mar siciliano e a piè del cavo
rogo vulcanio? E le città illustri

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125piangevano, come Ascra per Esiodo,
per Archiloco Paro, per Alceo
Lesbo su l’acque.

Inno di gloria, irràggiati dei raggi
più fulgidi recando all’ansiosa
130moltitudine, accolta nel Teatro
riconsacrato dalla reverenza,
l’imagine del giovine Cantore.
auspice e i testimonii del fatale
suolo ove nacque.

135Alto pel mar duplice ei vien cantando,
il figlio degli Ellèni,
il subitaneo fiore della Madre
Ellade. Ei vien cantando la bellezza
e il dolore dell’Uomo.
140Il genio della stirpe lui conduce,
pervigile. La luce
è la sua legge. E l’orizzonte immenso,
con tutto che la Terra alma produce
volgesi a lui come un divin consenso.

145Saluta, mentr’ei viene, Inno, l’ignita
vetta e il lido aretùside, sospiro

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d’Atene, e le vocali selve, e i fiumi
che il chiaro Ionio beve, e Siracusa
e Taormina e la natal Catana
150con l’orme che v’impressero congiunte
Ellade e Roma.

La luce regna. Una profonda vita
anima le ruine respiranti
per mille bocche cerule nel mare
155e nel cielo. L’alta erba occupa i gradi
marmorei, ove i secoli silenti
e invisibili ascoltano il tragedo
che non si noma.

Tra il cielo e il mare le deserte orchestre
160come stromenti cavi
s’aprono per accogliere la voce
misteriosa cui risponde il coro
dei Vènti peregrini.
E la tempesta che laggiù percote
165le grandi rupi immote
contra i frangenti, e il tremito del lieve
stelo tra i rotti fregi, son le note
dell’istessa parola eterna e breve.

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Italia, Italia, quale messaggero
170di popoli trarrà da quel silenzio
venerando il messaggio che s’attende?
Quivi taluno interroga i vestigi?
pacato curvasi ad apprender come
si tagli il marmo per edificare
175immortalmente?

O altrove, altrove affòrzasi il pensiero
liberatore in qualche eroica fronte
su cui ventò lo spirito dell’alba
promessa? Dove? Dove Leonardo
180temprò il sorriso, penetrò le ambagi
del corpo umano, dominò la forza
della corrente?

Sotto l’ombra dell’Alpi vigilate?
Nella ligure piaggia
185onde salpò la prua ferrea di cuori?
Nella candida pace della valle
umbra dove Francesco
nutrì di sé le dolci creature?
Fra l’alte sepolture
190della città ch’ebbe di Dante l’ossa
e al gran nome sfavilla di future
sorti qual fredda selce alla percossa?

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O nella polve (Inno d’amore, batti
l’ale tue forti!) nella sacra polve
195del Fòro suscitata oggi dai ferri
animosi che rompono i suggelli
del Tempo e riconducono alla luce
dell’Anima e del Sole i testimonii
primi dell’Urbe?

200Ovunque i bei pensieri e i grandi fatti
si preparino, quivi arde un altare
alla Dea Roma e il buono Eroe s’attende.
Inno, che nell’ardore della mia
anima come in fervida fucina
205foggiarono le mie speranze invitte,
saluta l’Urbe!

Saluta, nella gloria del Cantore
fiorito a piè dell’Etna,
l’Aventino sul Tevere d’Italia,
210il monte che salivano i Carmenti
aedi del Futuro;
però che tutto alla Gran Madre torni
e d’ogni raggio s’orni
il suo capo che sta sopra la Terra.
215Sveglia i dormenti e annunzia ai desti: “I giorni
sono prossimi. Usciamo all’alta guerra!„