Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro secondo – Cap. VI

Libro secondo – Cap. VI

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Quali Legnami sieno più commodi alle fabbriche delli edificii, et quale sia la loro natura, la loro utilità, et come si debbino mettere in uso, et qual parte dell’edificio ciascuno sia più atto.

cap. vi.


T
Eofrasto si penfa che i Legnami non siano ben secchi da farne Asse, et massimo per Porte, innanzi a tre anni. Alle opere de gli edificii estimaron questi Alberi commodissimi: Il Cerro, la Quercia, la Rovere, la Ischia, l’Albero, il Tiglio, il Salicone, l’Ontano, il Frassino, il Pino, l’Arcipresso, l’Ulivo salvatico, et modestico, il Castagno, il Larice, il Bossolo, et il Cedro, et l’Ebano ancora, et altresì la Vite. Ma tutti questi hanno varia natura, però si debbono accommodare a varii usi. Percioche alcuni sono più de gli altri migliori a stare allo scoperto; alcuni si mantengono più al coperto; altri si fanno belli dell’aria; altri diventan sempre più duri nelle acque; et fotterrati son eterni; et per quello alcuni son buoni per tavole sottili, et per le scolture, et opere de Legnaiuoli; alcuni altri per correnti, et travi: altri a reggere Terrazzi scoperti, o Tetti son più saldi; et l’Ontano per palafitte da farsi per fondamenti in fiumi, o in pantani, sopravanza ogni altro Albero, et sopporta patientemente l’humore, et il medesimo all’Aria, o al Sole non dura. Per l’opposto la Ischia è impatientissima dell’humore. L’Olmo all’Aria, et allo scoperto si rassoda tuttavia; altrove, si apre et non dura. La Picea, et il Pino, se si sotterrano, sono eterni. Ma la Rovere per essere spessa, et nervosa, et serrata, et piena di picciolissimi fori, che non ricevono l’humore, è attissima a qual tu ti voglia sotterraneo edificio, et commoda a reggere grandissimi pesi; et quasi colonna validissima. Ma havendo la natura datoli tanta durezza, ch’ella non si possa forare, se non bagnata; Affermano nientedimanco, che sopra terra, ella è inconstante, et diventa ritrosa, et si torce, et la medesima facilmente si corrompe dalle acque del Mare. Il che nè allo Ulivo, nè al Leccio, nè allo Ulivo salvatico, che nelle altre cose convengono con la Rovere, non accade, che nelle acque si macerino. La Quercia non si consuma mai per vecchiaia, perche ella è di dentro sugosa, et quali come se ella fusse verde. Il Faggio medesimamente, et il Castagno non si corrompono dalle acque, et annoveransi in fra gli primi Alberi, che si sotterrano. Il Sugero ancora, a servire per colonne, et il Pino salvatico, et il Moro, et l’Acero, et l’Olmo, non sono disutili. Teofrasto pensa che il Noce di Negroponte, sia alle Travate, et a correntami utile, percioche avanti ch’egli si rompa, ne fa segno con il suono, et che però già nel bagno di Andro avenne, che tutti coloro, che vi si trovarono, fuggirono a salvamento, dalla sopravenente rovina de tetti. Ma l’Abeto è più di tutti gli altri migliore: Percioche essendo esso, et per grandezza, et per grossezza infra primi Alberi, da un suo naturale rigore contenuto, non si piega cosi facilmente sotto i pesi, che gli stan sopra, ma stà diritto, et senza lasciarsi vincere. Aggiugni ch’egli è agevole, et con il suo peso, non è poi molesto sopra le mura: a questo solo si attribuiscon grandissime lodi, et dicono, che presta di se grandissime utilitadi; nientedimanco, non niegano ch’egli ha uno difetto, cioè che facilmente è sottoposto allo ardere, et offeso grandemente da i fuochi. A questo non si pospone nel fare i palchi delli edificii l’Arcipresso, Albero per certo di sorte, che infra li nostri primi Alberi, si usurpa la principale et precipua lode. Gli antichi l’annoverano infra gli eccellentissimimi Alberi, nè ultimo da il Cedro, et dall’Ebano. In India l’Arcipresso è annoverato infra le Drogherie, et certo meritamente: lodi pur chi vuole la Thuia Ammonia, o Cirenaica, la quale Teofrasto dice che è eterna: Percioche o vogli tu in quanto all’odore, o alla bellezza, o alla fortezza, o alla grandezza, o alla [p. 36 modifica]dirittura, o all’eternità, o a tutte queste lodi; quale Albore metterai tu a paragone dell’Arcipresso? Eglino affermano che l’Arcipresso non patisce punto nè di tarli, nè di vecchiezza, nè mai da per se si fende. Nè è maraviglia se per questo Platone voleva che le leggi, et li statuti publici, si descrivessino in tavolette sacre d’Arcipresso; perche e’ pensava che elleno dovessero essere più durabili, che di rame. Questo luogo ne avertisce ch’io racconti quel che io mi ricordo di haver letto, et veduto di esso Arcipresso. Affermano che in Efeso le porte del Tempio di Diana, essendo d’Arcipresso, durarono quattrocento anni; et che mantennero la bellezza talmente che parevano del continuo nuove. Io in Roma nella Chiesa di San Pietro, ho veduto nel rassettar le Porte che fece Papa Eugenio, che dove le mani de gli inimici non li havevano fatto ingiuria per spogliarle de l’argento, del quale erano coperte, che elle si erano mantenute salde, et intere più di cinquecento anni; percioche se noi andiamo annoverando bene gli annali de’ Pontefici di Roma, tanti ne furono dal tempo di Adriano Papa Terzo, che le fece, insino ad Eugenio Quarto. Et per tanto nel fare le impalcature lodano l’Abeto, et antepongongli l’Arcipresso; per questa sola forse cagione, che egli è più eterno; ma è più grave che l’Abeto. Lodano il Pino, et la Picea: pensano che il Pino sia della medesima specie che lo Abeto, quanto allo sforzarsi contro al peso postogli sopra: Ma infra l’Abeto, et il Pino ci sono sì altre differentie, sì ancora questa, che l’Abeto è manco offeso da tarli, percioche il Pino è di più dolce sugo che l’Abeto. Io penso che il Larice non sia da posporre ad alcuno Arbore, perche io ho veduto che egli ha retti pesi di edificii fermissimamente, et lunghissimamente sostentati, sì altrove, sì in Venetia ancora in una antichissima opera del Mercato: et tengono per certo, che e’ pressi di se tutte le utilitadi, come gli altri Alberi: egli è nervoso, mantien le forze, fermissimo contro le temperie, non è offeso da tarli; Et è openione antica, che contro le ingiurie de fuochi, duri invitto, et quasi senza alcuna lesione: che più? che e’ comandano che da quel lato, onde si dubiti che il fuoco non venga a nuocerti, tu vi contraponga Asse di Larice. Ma io l’ho visto acceso ardere, ma talmente però, che e’ pare ch’egli sdegni le fiamme, et ch’e’ le voglia scacciar via. E’ vero che egli ha un sol difetto, che per le acque marine diventa facile allo intarlarsi. Alle travi dicono che è disutile la Rovere, et lo Ulivo, per esser gravi, et che si piegano sotto il peso, et quasi da per loro si torcono, oltre che quelli Alberi, che sono più atti allo spezzarsi, che al fendersi, sono per travi, disutili: come è l’Ulivo, et il Fico, et il Tiglio, et il Salicone, et simili. E’ cosa maravigliosa quel che e’ dicono della Palma, che ella si sforza contro al peso, che ella ha adosso, et si piega all’insuso. Per le travate, che hanno a star allo scoperto, et per tutte le coperture lodano grandemente il Ginepro; et Plinio dice che egli ha la medesima natura che il Cedro, ma è più sodo. Dicono ancora che lo Ulivo dura eternamente, et infra i primi annoverano, il Bossolo: Nè ricusano per questo i Castagni, ancor che si fendino, et aprino; per le opere che s’hanno da fare allo scoperto. Lodano sopra tutto lo Ulivo salvatico per la medesima cagione che lo Arcipresso, che ei non intarla mai: nel qual numero sono tutti li Alberi, che hanno infusi dentro sughi untuosi, et gommosi, et massimo se sono amari. Nelli Alberi di questa sorte non entrano Vermi, et è manifesto che e’ non accettano gli humori, che di fuori li venissero. Contrarii a questi pensano, che siano tutti i legni, che hanno sughi di dolce sapore, et che ardono facilmente; ma ne eccettuano però lo Ulivo dolce, et il salvatico. Dice Vitruvio che il Cerro, et il Faggio, son per natura deboli contro le Tempeste, et che non invecchiano. Plinio dice che la Quercia infracida presto. Ma lo Abeto, et quello massimo, che nasce nelle Alpi d’Italia, per le altre opere di dentro nelle case, come per Porte, per Letti, per Tavole, per Panche, et per simili cose, è ottimo; [p. 37 modifica]perche questo Albero è di sua natura molto secco, et tenace delle colle. La Picea, et lo Arcipresso sono molto buoni a simili cose. Il Faggio per altro, è fragile, ma per casse, et letta, è utile; et si sega in asse sottilissime: et il Leccio ancora si sega commodissimamente. Per fare Asse dicono che sono inutili il Castagno, lo Olmo, et il Frassino, perche si fendono facilmente, et se bene si fendono adagio, si fendono pur agevolmente; et affermano che il Frassino in ogni opera è obedientissimo. Ma io mi maraviglio che appresso de gli Antichi, non sia troppo celebrato il Noce. Conciosia che, si come si può vedere, ei sia et alla maggior parte de lavori, et per far asse molto trattabile, et buono. Lodano il Moro, sì perche dura gran tempo, sì perche per la antichità diventa in processo di tempo più nero, et più bello. Teofrasto racconta che i Ricchi usavano fare le porte di Loto, di Leccio, et di Bossolo. Lo Olmo perche egli riserba saldissima la sua durezza, dicono che è buono per fare stipiti da Usci; ma bisogna voltarlo capo piede, che la radice sia di sopra. Catone dice che le Manovelle si faccino di Agrifoglio, di Alloro, et di Olmo; lodano il Corniolo per fare Cavicchiuoli: usavano gli scaglioni delle scale, di Orniello, o di Acero. Scavavano il Pino, la Picea, et lo Olmo per doccie d’acque; ma dicono che se non si sotterrano, invecchiano prestissimamente. Finalmente dicono che hanno trovato il Larice, (la femina dico che è di color simile al Mele) nelli adornamenti delli edificii, et per Tavole: da Dipintori essere immortale; et che non si fende mai di fesso alcuno; Oltra di questo, perche non ha le vene sue lunghe, ma corte, se ne servivano a fare le imagini de gli Dei, et oltra a questo usavano il Loto, il Bossolo, il Cedro, et lo Arcipresso ancora, et le più grosse radici de gli Ulivi, et il Pesco di Egitto, che dicono che è simile a Loto. Se havevano bisogno di fare a Tornio cosa alcuna lunga, et tonda; usavano il Faggio, il Moro, l’Albero che fa la Trementina, et sopra tutti gli altri il serratissimo Bossolo, et che eccellentemente si tornia; et per cose sottilissime, usavano l’Ebano. Nè dispregiavano per far statue, o pitture l’Albero, il Gattice, il Salicone, il Carpino, il Sorbo, il Sambuco, et il Fico. I quali Alberi, parte sono utili per la loro siccità, et ugualità, a pigliare, et a mantenere le colle, et i lineamenti de dipintori, parte ancora ad esprimere le forme sono agevoli, et facili oltre modo. Ma è chiaro che il Tiglio è più trattabile che alcuni di questi. Sono alcuni, che per fare statue tolgono il Giuggiolo. Contraria a questi, è la Rovere, conciosia che nè seco stessa, nè con altri legni simili, si può mai accompagnare, et dispregia al tutto le colle: il medesimo difetto dicono che hanno tutti gli Alberi, che sono lacrimosi et crespi, cioè che scacciano ogni specie di colla. I Legni che si radono facilmente, et che sono serrati, mal volentieri si serrano con le colle, et quegli ancora che sono di natura diversa, come la Ellera, lo Alloro, et il Tiglio, che son caldi; con quelli, che nascono ne luoghi humidi, che son tutti di natura freddi; incollati insieme non reggono molto. Lo Olmo et il Frassino, et il Ciriegio, perche son secchi, non convengono con il Platano, et con lo Ontano, che sono di natura humidi; et guardaronsi gli Antichi di non incollare insieme quelli Alberi che non si confacevano di natura, et erano contrarii; nè solamente di non gli incollare insieme, ma vietarono di ammassarli accostati insieme. Et per questo avertisce Vitruvio che e’ non si debbono congiugnere l’Asse della Ischia con quelle della Quercia.