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Conclusione

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Lev Tolstoj - Che cosa è l'arte? (1897)
Traduzione dal russo di Anonimo (1904)
Conclusione
XVIII Indice

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CONCLUSIONE.


Ho fatto del mio meglio per riassumere in questo libro i miei pensieri sopra un soggetto che da quindici anni non ha cessato d’occuparmi. Con questo non voglio dire, s’intende, che io abbia cominciato quindici anni fa a scrivere questo studio: ma sono di certo almeno quindici anni che ho cominciato a scrivere uno studio sull’arte, dicendo a me stesso, che una volta avviato in questo soggetto, sarei andato sino alla fine senza fermarmi. Cionondimeno le mie idee intorno a tale soggetto si trovarono essere così poco chiare, che non potei esprimerle in forma soddisfacente. E dopo d’allora non ho mai cessato di riflettere intorno a questo argomento, e sei o sette volte mi sono rimesso a scrivere uno studio in proposito; ma ogni volta, dopo d’avere scritto un certo numero di pagine, non mi sono più sentito in grado [p. 248 modifica]di condurre il mio lavoro sino alla fine. Ora finalmente sono riuscito a terminarlo; e per cattivo che esso sia, spero almeno di non essermi ingannato nel pensiero che ne forma la base e che consiste a considerare l’arte del nostro tempo come incamminata per una falsa strada. Possa dunque il mio lavoro non rimanere senza frutto! Ma affinchè l’arte riesca a uscire dalla falsa strada e a ritornare al suo uffizio naturale, occorre che un altro ramo non meno importante dell’attività intellettuale degli uomini, cioè la scienza, colla quale l’arte si trova sempre in rapporto di stretta dipendenza, occorre che anch’essa abbandoni la strada falsa nella quale si trova.

L’arte e la scienza stanno tra di loro in un rapporto tanto stretto quanto è quello dei polmoni e del cuore; e se uno dei due organi è alterato, l’altro non può più funzionare normalmente. La vera scienza insegna agli uomini le cognizioni che debbono avere per essi la maggiore importanza e dirigere la loro vita. L’arte trasporta codeste cognizioni dal dominio della ragione in quello del sentimento. Perciò se il cammino seguito dalla scienza è cattivo, il cammino seguito dall’arte sarà pure cattivo. L’arte e la scienza s’assomigliano a quei battelli che vanno a [p. 249 modifica]due a due sui fiumi, l’uno fornito di macchina, e fatto per rimorchiar l’altro. Se il primo prende una direzione falsa, anche il secondo è costretto a seguirlo in essa.

E come l’arte, in termini generali, è la trasmissione di tutti i sentimenti possibili, ma tuttavia, nel senso più ristretto del vocabolo, non è arte seria se non quella che trasmette agli uomini dei sentimenti importanti per essi, così la scienza, in termini generali, è l’espressione dì tutte le cognizioni possibili, ma non è per noi scienza seria se non quella che esprime delle cognizioni importanti per noi.

Ora, ciò che determina il grado d’importanza sia dei sentimenti che delle cognizioni è la coscienza religiosa d’una società e d’una epoca data, cioè il concetto comune che si formano del senso della vita gli uomini di quell’epoca e di quella società. Ciò che più contribuisce a tradurre in realtà quest’ideale della vita, è ciò che si deve insegnare maggiormente; ciò che vi contribuisce meno, dev’essere insegnato meno; e ciò che non contribuisce in nessun modo a realizzare il destino della vita umana non deve essere insegnato affatto, o, se lo s’insegna, non deve essere almeno considerato come cosa che abbia alcuna importanza. Così fu sempre in [p. 250 modifica]passato per la scienza, e così dovrebbe essere ancora, perchè così esige la natura stessa del pensiero e della vita dell’uomo. Eppure la scienza delle nostre classi superiori non solo non riconosce come base alcuna religione, ma anzi reputa superstizioni tutte le religioni.

In conseguenza gli uomini del nostro tempo affermano che imparano indistintamente tutto. Ma poichè tutto è un po’ troppo, essendo infiniti gli oggetti della conoscenza, e poichè è impossibile imparare tutto indistintamente, quella non è che un’affermazione puramente teorica. Nella realtà, gli uomini non imparano tutto, e non avviene indifferentemente che imparino quello che imparano. Nella realtà, gli uomini non imparano che ciò che è molto utile, molto gradevole a coloro che s’occupano della scienza. E appartenendo costoro alle classi superiori della società, ciò che torna loro più utile è di mantenere l’ordine sociale che permette alle loro classi di godere dei loro privilegi; e ciò che torna loro più gradevole è di soddisfare vane curiosità che non esigono da essi uno sforzo di mente troppo considerevole.

Da ciò proviene che una delle sezioni della scienza più in onore è quella delle scienze [p. 251 modifica]che, come la storia e l’economia politica, s’occupano sopratutto di stabilire che l’ordine presente della vita sociale è appunto quello che è sempre esistito e che deve esister sempre, di modo che ogni tentativo di modificarlo ci si mostri illegittimo e vano. Un’altra sezione è quella delle scienze sperimentali, che abbracciano la fisica, la chimica, la botanica; queste scienze non s’occupano che di ciò che non ha alcun rapporto diretto colla vita, di ciò che è materia di pura curiosità, o anche di ciò che può contribuire a rendere più comoda l’esistenza delle classi superiori della società. Ed è per giustificare questa scelta arbitraria e mostruosa, fatta tra le diverse materie della conoscenza, che i nostri scienziati hanno inventato una teoria corrispondente appuntino a quella dell'arte per l’arte, la teoria della scienza per la scienza.

La teoria dell’arte per l’arte sostiene che l’arte consiste nell’occuparsi di tutti i soggetti che fanno piacere; la teoria della scienza per la scienza sostiene che la scienza consiste nell’insegnare tutti i soggetti interessanti.

E così accade che, delle due sezioni della scienza che s’insegnano agli uomini, l’una invece d’insegnare come gli uomini [p. 252 modifica]dovrebbero vivere per effettuare il loro destino, predica la legittimità e immutabilità d’un modo di vita menzognero e funesto, mentre l’altra sezione, quella delle scienze sperimentali, s’occupa di quistioni di pura curiosità, o anche di piccole invenzioni pratiche.

E di queste due sezioni della scienza contemporanea, la prima è cattiva non solo perchè intorbida la mente degli uomini e dà loro delle idee false; è pur cattiva per il fatto solo della sua esistenza, e perchè occupa il posto che dovrebbe occupare la scienza vera. E la seconda sezione, quella appunto di cui oggi la scienza insuperbisce, è cattiva, perchè svia l’attenzione degli uomini dagli obbiettivi veramente importanti, volgendola verso ricerche inutili; ed è anche cattiva perchè nell’organismo sociale che è legittimato e sostenuto dalle scienze della prima sezione, la maggior parte delle invenzioni tecniche della scienza sperimentale servono non già alla felicità, ma all’infelicità degli uomini.

Soltanto gli uomini che hanno dedicato la loro vita a questi studi inutili, possono continuare a credere che le scoperte e le invenzioni che si compiono nel dominio delle scienze sperimentali siano cosa veramente importante e profittevole. E se costoro lo [p. 253 modifica]credono, egli è perchè non guardano dintorno a sè, e non vedono ciò che è veramente importante. Basterebbe che alzassero il capo dal loro microscopio, attraverso il quale osservano tutte le materie che studiano; basterebbe che volgessero gli sguardi intorno a sè per vedere quanto siano vane tutte quelle cognizioni da cui ricavano una vanità così ingenua, in confronto di quelle altre cognizioni alle quali abbiamo rinunziato per rimetterle nelle mani dei professori di giurisprudenza, di finanza, d’economia politica, ecc. Basterebbe che volgessero un’occhiata intorno a sè per vedere che l’oggetto importante e proprio della scienza umana non dovrebbe essere d’imparare ciò che, per caso, è interessante, ma d’imparare in che senso deve essere diretta la vita dell’uomo, d’imparare quelle verità religiose, morali, sociali senza di cui tutta la nostra così detta conoscenza della natura non può esserci che inutile o funesta.

Noi siamo contentissimi e fierissimi che la nostra scienza ci offra la possibilità di trar partito dalla forza del vapore a profitto dell’industria, o, se volete, che ci conceda di scavare delle gallerie nel fianco dei monti. Ma come non pensiamo che codesta forza [p. 254 modifica]del vapore non l’adoperiamo per il benessere degli uomini, ma solo per arricchire un piccolo numero di capitalisti? Questa stessa dinamite, che ci serve ad aprire i tunnel, come mai non pensiamo che non è impiegata principalmente a scavar delle gallerie, ma bensì a procurare la distruzione delle vite umane, come strumento terribile per quelle guerre che ci ostiniamo a considerare come indispensabili, e alle quali non cessiamo di prepararci?

E se anche è vero — cosa che resta ancora da dimostrare — che la scienza ora sia giunta a impedire la difterite, a spianare le gibbosità, a guarire la sifilide, a compiere delle operazioni straordinarie, ecc., nemmeno in ciò possiamo trovare di che inorgoglirci per poco che vogliamo pensare alla vera funzione della scienza. Se la decima parte delle forze che si spendono ora a studiare argomenti di pura curiosità o piccole invenzioni pratiche, fosse impiegata nella vera scienza, che ha per oggetto la felicità degli uomini, vedremmo sparire almeno la metà di quelle malattie che oggidì ingombrano le cliniche e gli ospedali; non vedremmo, come ora, dei ragazzini condannati all’etisia e al rachitismo dal regime delle fabbriche, non [p. 255 modifica]vedremmo la mortalità dei bambini superare, come ora, il cinquanta per cento, non vedremmo delle generazioni intiere immolate alle malattie, non vedremmo la prostituzione, non la sifilide, non le guerre, che sono l’eccidio di milioni d’uomini, non vedremmo tutte le mostruosità di sciocchezze e di patimenti che la scienza contemporanea osa ritenere come condizioni inevitabili della vita umana!

Ma il nostro concetto della scienza è pervertito a tal segno che gli uomini del nostro tempo troveranno strano che si parli loro di scienze capaci di diminuire la mortalità dei bambini, di sopprimere la prostituzione, la sifilide, la degenerazione, la guerra. Siamo giunti ad imaginarci che non c’è scienza se non quando un uomo, in un laboratorio, versa un liquido da un provino in un altro, guarda attraverso a un prisma, tortura delle rane o dei conigli, oppure anche svolge da una cattedra una matassa di frasi sonanti e stupide — che del resto non cerca di capire nemmeno egli stesso — sui luoghi comuni della filosofia, della storia, del diritto, dell’economia politica, e tutto ciò per il solo fine di provare che quello che è deve essere sempre.

Eppure la scienza, la vera scienza, la sola che meriterebbe la considerazione concessa [p. 256 modifica]oggigiorno alla sua contraffazione, la vera scienza consisterebbe nel riconoscere a che cosa dobbiamo credere e a che cosa non dobbiamo credere, come dobbiamo e come non dobbiamo condurre la nostra vita, come fa d’uopo allevare i figli, come possiamo trar partito dai beni della terra senza schiacciare per ciò delle altre vite umane, e quale deve essere la nostra condotta riguardo agli animali, senza contare molte altre questioni ugualmente importanti per la vita degli uomini.

Tale è sempre stata la vera scienza; e tale dev’essere. Ed è questa scienza che sola corrisponde alla coscienza religiosa del nostro tempo; ma essa si trova, da un lato, negata e combattuta da tutti gli scienziati che lavorano a mantenere l’ordine sociale presente, e dall’altro è ritenuta vana, sterile, antiscientifica dagli infelici la cui intelligenza s’è atrofizzata nello studio delle scienze sperimentali.


La scienza essendo intesa come è intesa oggi, quali sentimenti può mai destare che l'arte alla sua volta possa trasmetterci? La prima sezione di questa scienza provoca dei sentimenti retrivi, antiquati, fuori d’uso, e [p. 257 modifica]cattivi per il nostro tempo. E l’altra sezione tutta consacrata allo studio di soggetti che non hanno rapporto colla vita degli uomini, è di sua natura incapace di fornire materia all’arte. E così avviene che l’arte del nostro tempo, per essere arte vera, deve aprirsi la via da sè, a dispetto della scienza, oppure mettere a profitto gl’insegnamenti d’una scienza che il nostro mondo non ammette, d’una scienza rinnegata e respinta dalla parte ortodossa della scienza. È a questo partito che l’arte si trova ridotta, quando si dà pensiero di compiere la sua funzione.

Almeno conviene sperare che un lavoro simile a questo che io ho tentato per l’arte sarà intrapreso, un giorno o l’altro, rispetto alla scienza; un lavoro che proverà agli uomini la falsità della teoria della scienza per la scienza, che mostrerà loro la necessità di riconoscere la dottrina cristiana nel suo vero senso, e che appoggiandosi su questa dottrina, insegnerà loro a valutare in un modo nuovo l’importanza delle cognizioni di cui ora siamo fieri in modo così ridicolo. Possano allora gli uomini riconoscere quanto sono secondarie e insignificanti le cognizioni sperimentali, e quanto essenziali e importanti le cognizioni religiose, morali, e sociali! Possano capire che [p. 258 modifica]queste cognizioni primordiali non devono essere lasciate, come lo sono ora, sotto la tutela e alla discrezione delle classi ricche, ma che devono al contrario essere rimesse nelle mani di tutti gli uomini liberi e amanti della verità, i quali, spesso in contraddizione colle classi ricche, cercano il destino reale della vita! Possano le scienze matematiche, astronomiche, fisiche, chimiche e biologiche, come pure la scienza applicata alla medicina, non essere più insegnate che nella misura in cui contribuiranno ad affrancare gli uomini dagli errori religiosi, giuridici e sociali, nella misura in cui serviranno al bene di tutti gli uomini, e non più d’una sola classe privilegiata!

Solo allora la scienza cesserà d’essere ciò che è ora, cioè da una parte un sistema di sofismi destinati a mantenere un organismo sociale decrepito, dall’altra un ammasso informe di cognizioni, in gran parte poco utili o anche assolutamente inutili. Solo allora essa diventerà ciò che deve essere, un tutto organico, avente uno scopo determinato e comprensibile per tutti gli uomini, cioè d’introdurre nella coscienza umana le verità che derivano dall’idea religiosa d’un’epoca.

E soltanto allora l’arte, sempre dipendente [p. 259 modifica]dalla scienza, ridiventerà ciò che può e dove essere, un organo imparentato con quello della scienza, ugualmente importante per la vita e per il progresso degli uomini.


L’arte non è un godimento, un piacere, nè un divertimento; l’arte è una grande cosa. È un organo vitale dell’umanità, che trasporta i concetti della ragione nel dominio del sentimento. Nel tempo nostro il concetto religioso degli uomini ha per centro la fratellanza universale e la felicità nell’unione. La vera scienza deve dunque insegnarci le diverse applicazioni di questo concetto alla vita; e l’arte deve trasportare questo concetto nel dominio dei nostri sentimenti.

Così l’arte ha dinanzi a sè un cómpito immenso: coll’aiuto della scienza e sotto la guida della religione deve fare in modo che quell’unione pacifica degli uomini, che ora non s’ottiene che con mezzi esteriori, tribunali, polizia, ispezioni, ecc., possa effettuarsi per il libero e gioioso consenso di tutti. L’arte deve sopprimere nel mondo il regno della violenza e della coercizione.

Ed è un cómpito a cui essa sola può soddisfare.

Essa sola può ottenere che i sentimenti [p. 260 modifica]d’amore e di fratellanza, oggi solamente accessibili agli uomini migliori della nostra società, diventino sentimenti costanti, universali, istintivi in tutti gli uomini. Eccitando in noi, coll’aiuto di creazioni imaginarie, i sentimenti della fratellanza e dell’amore, può avvezzarci a provare gli stessi sentimenti nella realtà, può assestare nell’anima umana delle rotaie, sulle quali oramai scorrerà la vita, sotto la guida della scienza e della religione. E unendo gli uomini più diversi in comunanza di sentimenti, sopprimendo le distinzioni tra di loro, l’arte universale può preparare gli uomini all’unione definitiva, può dimostrar loro, non col ragionamento, ma per mezzo della vita stessa, la gioia dell’unione universale, al di là delle barriere imposte dalla vita.

L’uffizio dell’arte nel tempo nostro è dì trasportare dal dominio della ragione in quello del sentimento questa verità: che la felicità degli uomini sta nella loro unione. È l’arte sola che potrà fondare sulle rovine del nostro reggime presente di violenza e di coercizione, quel regno di Dio che si presenta a noi tutti come il termine più alto della vita umana.

Ed è ben possibile che nell’avvenire la [p. 261 modifica]scienza somministri all’arte un altro ideale, e che l’arte abbia allora il compito di tradurlo in atto; ma nel nostro tempo la funzione dell’arte è chiara e precisa. Il compito dell’arte vera, dell’arte cristiana, è oggidì quello di effettuare l’unione fraterna degli uomini.







Fine.



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