Capitolo XVII

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XVI XVIII

Re agricoltori dell’antico evo.

Senofonte scrittore di tante ottime cose, delle quali io attenta lettura vi raccomando, nel suo libro appellato Economico, intorno al governo domestico, porta al cielo l’agricoltura: e siccome uomo che alla regale maestà non reputava indecorosa la pratica di essa, ivi introduce Socrate a narrare a Critobulo, di Lisandro spartano personaggio di preclaro ingegno venuto in Sardi, quel messo della lega greca, per offrire presenti a Ciro il Minore re de’ Persiani, rinomato per prestanti virtù e glorioso impero. Questo monarca che adoperava con l’ambasciadore modi urbani e cortesi nei pubblici affari, un giorno prese a mostrargli il proprio giardino chiuso da ben contesta siepe, dove stavano leggiadri filari di bellissimi alberi. Lodava Lisandro la superba altezza di essi con leggiadria allineati, a spazi equidistanti, il terreno perfettamente purgato e il soave olezzo de’ fiori "non sì forte meravigliandosi (esclamò) di tanta precisione, che della solerzia e maestria degli autori ed esecutori di sì egregio disegno". - "Io stesso qui tutto disposi, soggiunse Ciro, mio l’ordine, mia la distribuzione, e non pochi di tali alberi con le mani mie io stesso piantai." Allora lo spartano mirando le agili forme del Re, la porpora e la tiara d’oro e di gemme contesta, disse: "A buon dritto, Ciro, godi fama d’uomo felice, poiché posto in così alto grado basti a raccogliere tanta virtù".

E diletti di questa specie sono anche ai vecchi permessi, i quali nell’età che raggiunsero non vengono assolutamente distolti dall’attendere ad altre occupazioni, e specialmente all’agricoltura, che non disdice nemmanco all’età più avanzata.

È noto che Marco Valerio Corvino visse fino a cent’anni, avendo consumato quasi intero il corso di sua vita nella coltivazione dei campi. Venne egli per sei volte al consolato, con intervallo di quarantasei anni fa il primo e l’ultimo. Quel periodo di nove lustri, a cui i maggiori nostri assegnavano il principio della vecchiezza, fu per esso non interrotto seguito di magistrature; e così l’ultimo stadio di sua vita passava egli più dolce del medio, possedendo maggior autorità mentre il suo lavoro era di gran lunga minore.

Altro eminente pregio della vecchiezza è riposto nella considerazione che la circonda. Quanta mai non fu quella di Lucio Cecilio Metello, e d’Attilio Celatino, per unico elogio del quale basterebbe l’iscrizione posta al suo nome sopra una tavola di bronzo: "te saluta primo cittadino di Roma il popolo romano a gran maggioranza di voti".

È noto l’epitaffio, che fu scolpito sulla sua tomba: veniva tenuto in conto d’uomo preclaro e fu vera giustizia resa a lui che aveva guadagnata unanime in suo favore la fama. Quanta eminenza in quel Publio Crasso negli ultimi tempi insignito del sommo Sacerdozio; in Marco Lepido a lui succeduto nella stessa dignità! Che non direi io di Paulo, dell’Africano e di Massimo, de’ quali altre fiate vi tenni parola! L’autorità di essi non era riposta unicamente nel merito delle loro dottrine, ma rivelavasi dall’ossequio con cui ogni loro cenno veniva accolto.

In somma laddove è tenuta in onore la vecchiezza frutta considerazione di gran lunga maggiore che tutti assieme non valgano i piaceri della gioventù.