Capitolo XVI

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XV XVII

Generali romani coltivatori della terra.

Potrei farvi passare a rassegna altri non pochi passatempi campestri, se non mi avvedessi d’essermi su questo argomento già troppo dilungato. Voi però mi sarete indulgenti per tale prolissità in grazia del profondo studio che feci intorno all’agricoltura, e della naturale tendenza dei vecchi alla loquacità, con che risparmio l’accusa, che io dissimuli i peccati della vecchiezza onde farvela assaporare siccome scevra di mende e perfetta.

Gli ultimi anni trascorse nella vita campestre Marco Curio, il trionfatore de’ Sanniti, de’ Sabini e di Pirro, ed io, mentre rivolgo gli sguardi alla sua villa, la quale è vicina alla mia, non mi stanco mai di ammirare, sì la frugalità di quell’uomo, che l’austerità dei tempi passati. Sedeva egli modesto davanti al focolare, quando venuti gli ambasciadori di Sannio ad offrirgli in dono una riguardevole somma in oro, Curio la respinse dicendo: non tenersi da lui in pregio il possesso di quelle ricchezze, bensì l’impero sopra coloro che le possedevano. - Un animo di tal tempra non bastava forse a rendere contenta di per sé la propria vecchiezza?

Ma ripigliando il discorso delle cose campestri i senatori d’allora, o per meglio dire i vecchi, tenevano dimora nel contado. Lucio Quinzio Cincinnato stava conducendo l’aratro, quando un messo venne ad annunziargli essere egli innalzato alla Dittatura: e fu appunto per suo comando che Caio Servilio Aala mastro della cavalleria, tolse di vita Spurio Mevio il quale cospirava a farsi Re. Dalle loro ville, quel Marco Curio e i Senatori venivano al Senato; e da quel costume di abitare i campi ne venne poi nome di Cursori ai messi incaricati di recare ai Senatori la lettera d’invito.

Or dunque di che mai si potrebbe lamentare l’esistenza di questi vecchi che presero piacere all’agricoltura? È mia opinione che di più beata non se ne possa immaginare, non solo per il giovamento alla salute dell’uomo, ma per le distrazioni che porge, per l’abbondanza e dovizia d’ogni cosa atta al vitto nostro, non che ai riti degli Dei. Verso le quali voluttà da molti appetite perché non disoneste, io non mi dimostrai troppo severo. Grazie poi alle cure di esperto e diligente padrone, li granai, la cantina e le stalle contengono in abbondanza vino, olio, ed ogni derrata; avvi copia di maiali, capretti, agnelli e pollami.

L’orto dei legumi fornisce di camangiari sussidiari la loro cucina, e quando la stagione dei raccolti è chiusa, non mancano l’uccellazione e la caccia.

Accennerò io brevemente li prati sempre verdi, li simmetrici filari d’alberi, la leggiadra disposizione dei vigneti, e i fecondi uliveti? Nulla può paragonarsi a campo ben coltivato per la ricchezza dei frutti e per il lussureggiante aspetto; la vecchiezza medesima anziché distogliersene, se ne trova eccitata e sedotta.

Dove, meglio che in villa, il cadente vecchio può ristorarsi al vivido raggio solare, alla allegra fiamma del focolare; o nell’estiva stagione, al rezzo amico, o nel bagno di acque salubri?

Abbia pur vanto la gioventù nell’armeggiare, nel guidare destrieri, nel maneggio del giavellotto e della clava, sia pure agilissima alla corsa ed al nuoto. Fra i vari giuochi resta sempre a noi vecchi il passatempo dei dati e della trottola. Ambedue questi giuochi sapranno spassarci; ma non sono necessari alla vecchiezza; non le mancano passatempi piacevoli anche priva di essi.