Biografie dei consiglieri comunali di Roma/Emidio Renazzi

Emidio Renazzi

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Camillo Ravioli Pietro Rosa

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RENAZZI CAV. EMIDIO


Assessore Municipale






Se antichità valesse ad indicare celebrità, celebratissimo essere dovrebbe il nome di Renazzi, poiché fino dal sesto secolo trovasi ricordato in Roma, e prima di quell’epoca in Bologna. - Noi non andremo peregrinando per le biblioteche o fra i monumenti affine di iscoprirne la prima origine, che anzi stimando poca virtù e pericoli molti venire dallo essere uno chiamato a continuare un nome, così i secoli sorvolando ci accontenteremo di ricordare che nella protomoteca del Campidoglio esiste l’erma di Filippo avolo di Emidio Renazzi, colà collocata per voto unanime del Collegio degli Avvocati con la pompa e solennità prescritta dagli Statuti, siccome altissima onoranza resa a giureconsulto stimato insigne, ed uomo meritissimo per cittadina virtù.

Nel dì 2 Novembre del 1826 nasceva in Frosinone Emidio Renazzi, e per essersi la famiglia sua ricondotta in Roma prese stanza in questa città. - Giovinetto, ebbe un pio sacerdote torinese ad istruttore ed educatore, il quale non pago di condurlo per i campi fioritissimi della greca e latina letteratura, addolcendogli con raro sapere le pedantesche severità del grammaticismo, allettollo siffattamente allo studio dei classici italiani, da fargli suggere con quello non tanto il bello letterario, quanto l’amore alla terra che fu l’antica maestra di sapienza e valore. E passo passo il buon sacerdote vedendo nell’Emidio Renazzi e mente svegliata e spiriti bollenti ed una volontà tenace, si pensò che un cittadino ne avrebbe fatto, con la inspirazione ai più gloriosi ricordi, e con l’ardore verso un avvenire ch’era ancora utopia vagheggiare. - Nel 1847 addottoravasi in giurisprudenza, impiegandosi poi quale segretario aggiunto nella Presidenza di Roma e Comarca..

[p. 194 modifica]La campana del Campidoglio suonando a distesa nei giorni delle grandi commozioni del 1848, i fatti compiutisi entro Roma, l’esaltazione delle menti accese nella guerra specialmente che combattevasi oltre il Po, la cacciata dei principali signori dai loro Stati, tutto ciò addimostrò al Renazzi non essere state parole gittate, quelle di Filicaia, di Giusti e Berchet che tanto lo avevano commosso. - Per il che detto vale alla terra natia, ascrittosi nel numero dei volontari a cavallo volse verso la Venezia, ed in alcuni combattimenti avendo parte, provò la voluttà della polvere di cannone; appresso però al riconquisto delle principali città della Venezia, fece ritorno in Roma, dove a poco a poco si spense l’ultima scintilla del governo repubblicano. - Una notte cupa seguì i giorni dell’aspra lotta contro le invadenti armi della Francia; il Renazzi pure aveva combattuto, e fu forse per tale colpa, che nel 1850 vide dalla Commissione di censura cassarsi il suo nome dai ruoli degli impiegati governativi. - Non se ne dolse per cotesto il Renazzi, ma poco dopo, nel 1851, avendo trovato grazia presso il principe Giuseppe M. Bonaparte che fino da giovanetto avealo tenuto fra tutti carissimo, viaggiò con esso lui la Francia e quindi l’Europa, descrivendone gli usi, i costumi, i monumenti; opera che, se fatta con istudio di storia, e con coscienza di chi non mestierizza l’arte dello scrivere, pubblicata si fosse, potrebbe servire a lume e guida per imparare cose che dai più si ignorano. - A Parigi fu invitato a prender parte alle adunanze patriottiche tenute dal Masi, dal Montanelli, dal Dragonetti e da altri distinti esuli, e continuando sempre a godere la benemerenza del Principe Bonaparte, di questo si valse come a mezzo potente per salvare dal patibolo o dal carcere perpetuo parecchi cittadini» facendo commutare nell’esilio la pena capitale o la prigionia a vita a cui per fellonia erano stati condannati.

Nel 1856 raccolse ed ordinò le memorie politiche e militari di Giuseppe Bonaparte già re di Napoli e di Spagna, opera che in dieci volumi pubblicatasi a Parigi, acquistò il merito di decorare uno scaffale nelle biblioteche, dove non facendolo, sarebbesi stimato di mancare ad un dovere di rispetto verso la signoreggiante dinastia, nel ricordo del I Napoleone che i vecchi re avea balzati dal trono e fatti correre raminghi l’Europa, mentre le corone era andato posando sulle teste dei propri parenti che dalla natia scurità si trovavano di balzo signori di uomini e di Stati.

Allo scoppiare della guerra nel 1859 era a Torino, ma lo spirito battagliero dell’epoca non arse nel Renazzi, che a più miti sensi tendendo dedicossi tutto al Comitato di soccorso per i feriti, nella quale opera con cuore ed abnegazione somma essendosi prestato, ebbe dal conte di Cavour lettera di specialissimo encomio e rendimento di grazie. - Cavour era uomo che dove toccava accendeva; ed il Renazzi provonne l’effetto, perchè appresso alla lettera del ministro piemontese cominciò a respirar largo intorno all’albero genealogico di casa Savoia, e d’uno in altro ramo [p. 195 modifica]saltellando, senza posarvisi sopra a lungo per ben conoscere e studiarne la storia, ideò scrivere della casa un breve compendio, «redatto, leggesi nel frontespizio, colla scorta dei più accurati storici» mentre più semplicemente avrebbesi dovuto chiamarlo - riassunto del Cibrario. - Il Renazzi chiamò però questo suo compendio che dedicò agli Italiani «strenna,» e ben fece, perchè se visse, la fama durò quanto una strenna. - Il che tanto più francamente è a dirsi, posciachè se il celare la verità nella storia, o l’alterarne i criteri con i giudizi è male, pessimo è poi per omaggio a casati ammannire una storia che di vero non ha che appena i nomi e le epoche. Il Renazzi con la sua strenna avrà benemeritato di casa Savoia, non già della italiana storia, e se quel libro fosse giunto a tanto da farsi conoscere, che avrebbero detto gli storici veri e coscienziosi leggendo di Vittorio Amedeo II la vita e la fine? Quando la verità veste il bruno, la si lascia, chè non è lecito vestirla in corsetto e guarnello perchè quasi procace forosetta civetti co’ grandi per guadagnar sorrisi al padre putativo.

Il governo pontificio sia che il propaginatore della storia nel Renazzi volesse punito, o che un satellite in esso vedesse aggirantesi nell’orbita della sabauda monarchia, fatto è che preselo sotto vari titoli ad invigilare; ma le noie di tale vivere vennero al lodatore di casa Savoia allietate dalla croce dell’ordine Mauriziano. Quella croce parve lo spingesse a più magnanime cose, sì che arruollavasi nei pacifici e tanto comuni Comitati patriottici. - Morte crudelissima rapivagli intanto il principe Bonaparte, il quale del sommo affetto e della stima profonda che al Renazzi aveva professata, lasciogli prova splendidissima creandolo proprio erede assoluto ed universale. - H Renazzi entrò in possesso della eredità che sovranamente era ricchissima, ma poscia, per atto che parve di singolarissima generosità, ne fece rinunzia dichiarandosi semplicemente esecutore testamentario . - Fosse allora che qualche interno affanno lo cuocesse, o che smaniasse per ammirare e respirare la stupenda poesia dell’Oriente, nel dì 28 agosto del 1867 preso commiato dagli amici, detto addio a Roma, montò un vagone di ferrovia, e viaggiando Italia, Francia, Baviera, Austria, Ungheria, dal Danubio entrato nel Mar Nero, passò a Costantinopoli.

Romeo del secolo XIX, dalle incantevoli rive del Bosforo passa a Smime, a Efeso, a Damasco, vede Sidone e Tiro, sale il Carmelo, visita Gerusalemme, adora il gran sepolcro, ed in ogni luogo descritto sul vangelo, dal melanconico lago di Genesareth ai boschetto degli ulivi, dalla vetta del Taborre al tetro bacino del Mar morto, dal Golgota a Betlem, da Gerico ai balzi di Moab, dapertutto sente aprirsigli l’anima a gioie incomprese, ad emozioni vivissime; i secoli gli sfilano dinnanzi; i potenti Faraoni quasi giganti di un mondo finito; gli Ebrei ora piagnucolosi sulle rovine del tempio, ed ora tristissimi che libertà pospongono all'olla putrida d’Egitto; Geremia che plora, Ezecchiello che minaccia, Isaia che spera; Dario ed i Romani; Gesù dolcissimo che ammaestra, consola, risana; Tito che acquista nome di pio e clemente sovra [p. 196 modifica]i cadaveri di 60 mila giudei; i padri della Chiesa ed i cenobiti, gli eretici ed i vescovi nei Concili ecumenici, Maometto ed i greci imperatori, i Crociati ed il leone di san Marco, la Mezzaluna, la barbarie, il paradiso epicureo. - Sei mesi passò il Renazzi in Oriente, tutto vide, molto ammirò, poco descrisse; e le memorie del suo viaggio sotto il titolo modesto di giornale di un vagabondo, rimangono prive di storico interesse, non commuovono, e perdono fino dalle prime pagine quel carattere solenne che è diritto il chiedere a chiunque visita quei luoghi, e vuole della veduta lasciarne memoria. - Chi ha letto solo Chateaubriand o Lamartine, non può toccare il giornale di un vagabondo, che ne ritrarrebbe sconforto grandissimo. - Il Renazzi è vero che scritte dì per dì quelle memorie che avranno il pregio della più granfio verità, e pubblicatene poche copie per gli amici non ebbe mai intendimento di fare un lavoro soggetto alla critica; ma il libro è stampato, e tutti potrebbero giudicarlo. - Lo scrivere non è la migliore impresa pel Renazzi; il pensiero gocciola quà e là a stento come per fatica stiacciato in un pressoio; lo stile tiene troppo del semplice , perchè confidenziale, casereccio, senza la proprietà della parola e quella leggiadria di forma che fa chiamare bel dire la più comune narrazione. - Nel 1868 ebbe una seconda croce, quella della Corona d’Italia: non crediamo però che gli sia stata elargita per i suoi meriti letterari.

Il bello nelle lettere e nelle arti parve fosse dal Renazzi sentito nello accogliere in sua casa l’eletta di ogni ingegno, sì che nel 1869 e 1870 poteva dirsi che la di lui abitazione fosse una accademia, e fra letterati, scienziati ed artisti, bene accolti ed onorati erano in ispecial modo coloro che nei rivolgimenti d’Italia s’erano acquistati fama di patriottismo. - Nell’ottobre 1870 fece parte della prima commissione municipale, e nel 1871 eletto Consigliere, fu dal Consiglio con voto di alta estimazione messo nell’Assessorato, e creato supremo edile.

Edile! nella Roma che doveva vestirsi a nuovo, perchè scoronata dalla signoria pontificia potesse mostrarsi al mondo ammiratore quale il secolo vuole le città terse e linde di ogni vecchiume, v’era da impensierirsi molto ma da gioire eziandio. Il buon Romeo nel suo cristiano pellegrinaggio in Terra Santa aveva potuto apprendere di molte cose, ed instituire dei raffronti fra nazione e nazione in ordine agli antichi e moderni monumenti, il cristiano principio dal pagano sceverare, lasciare od accrescere nelle chiese la superba poesia dei secoli,e gl’immensi ruderi dell’età della romana repubblica e dei Cesari scovrire se sepolti, riabbellire e rendere meglio imponenti se dissotterrati a gloria dei moderni rivendicatori dell’antica grandezza nelle pietre.

Il Renazzi fornito peraltro di bella mente, ed il sentire avendo educato nei lunghi viaggi e nel conversare co’ più distinti personaggi, conobbe come agli anni che corrono più dell’antico, più di ciò che è bello e che si ammira, si cerchi con avidità il comodo, lo spazioso, il semplice. Il secolo è più prosaico, e lascia il [p. 197 modifica]passato per il presente, perchè la vita con i suoi bisogni, e le esigenze sue attira con sempre maggior forza mano mano che la civiltà rende difficoltoso il soddisfare le necessità naturali non che le fittizie. Ciascuno adesso, quale più quale meno preferisce la strada, la casa, la stanza vasta e baciata dal sole e dall’aria, a quei severi monumenti che sono miracoli di arte, servono a tutti di ammirazione, ai alcuno di uso e vantaggio. - Le basiliche, gli archi, le colonne sono mute di affetto dinnanzi allo stomaco vuoto. Una volta si costruivano que’ palazzi, e quei templi e quella selva di cattedrali che pareano Titani spingentisi verso il cielo, ma v’erano poi le vie oscure, tetre, tortuose, immagini del tempo, perchè in allora le città si compendiavano nella chiesa, nel palazzo, nella piazza, sembrando che si temesse il largo, quasi che le idee per allargarsi potessero trovare contrasto nelle mura fra le quali nascevano.

Difetti e molti avrà pure il nostro tempo, però qualche cosa in più si fa per rendere meno disagiata la esistenza. Allora v’erano campanili che parea forassero le nuvole, ma non canali sotto terra per le acque, e per raccogliere e far trasportare lontano le immondezze: v’erano nei palazzi sale vaste quanto non potrebbero in oggi misurare le piazze, ma ripiene di cortigiani e valletti che attestavano la grandezza del signore, giammai i retti provvedimenti. Le meraviglie il secolo oggi le fa più per il traforo del Moncenisio che per la mole di san Pietro, per il canale di Suez anziché per l’Escuriale.

Il Renazzi tutte siffatte cose sapeva, e nel proprio uffizio assai adoperossi perchè potessero ridursi in atto le idee tendenti al miglioramento nelle condizioni del vivere. - Ma ecco sorgere la idolatria archeologica, e dai ruderi colossali dell’anfiteatro Flavio fino ai più piccoli frammenti di colonne che si discovrivano ad ogni smoversi di terra l’amore all’antico si ridesta, si rinfiamma, e prima di ridurre Roma una città di comoda abitazione per i vivi, la si vuole un grande museo per gloria dei morti. - Da ogni punto d’Italia irrompono a torme a torme i novelli abitatori, e ciascheduno loda e celebra ed esalta il luogo lasciato; chi rimpiange le fabbriche di Torino, dove non si avvertono le abitazioni dei poveri relegati nelle soffiette; chi risogna la politezza di Milano, chi domanda le piazze fiorite di Firenze, e quale rammenta la ridente marina di Napoli, e per poco non si vorrebbe che Roma perchè capitale riunisse i ghiacciai del Moncenisio ed il cono fumante del Vesuvio. E fra l’universale gridìo, ecco lamentanze per il caro vivere e perchè le pigioni sono a prezzi di favola, e perchè mancano le case a seconda delle classi; posciachè Roma in passato le famiglie religiose albergando, ed i ricchi abitatori di oltr’alpe e di oltre mare accogliendo, siccome quelli che nel verno quivi accorrevano a godere il dolce clima ed a molto spendere, a tali costumanze di vita aveva provveduto, non già a quelle classi e di poveri impiegatelli che lo stipendio appena sfama nella mattinata, e di quelli tanti che entrarono nella capitale ricchi di sogni ma sprovvisti [p. 198 modifica]di fortuna. Non fa dunque meraviglia se nei bisogni reali molto v’entrasse la esagerazione, che non v’ha peggior censore di chi nella penuria invidia il molto da altri posseduto, e si querela perchè soli il cielo e la terra gli prodighino letto e tetto, ma non gli uomini e meno ancora chi sta nell’alto della pubblica cosa. - Le comodità del,vivere certo tornano gradite a chi può goderle, ma balza nel mezzo una nuova quistione la economica. Per offerire belle piazze, e vie selciate, e fontane, e giardini, e candelabri, convien dar fondo ad ogni comunale risorsa; conviene poi far riversare sui cittadini le spese del fatto ed i guadagni degli speculatori, e stringere intorno ai contribuenti quella catena di tasse la quale peggio che Prometeo sul Caucaso li lega, sì che l’avvoltoio possa far l’ufficio suo divorando il cuore di ogni produzione mano mano che questo cresce. E da ciò querimonie in chi è ricco, e caritatevole trasmissione dei pesi su chi gli sta sotto; questi che trova scarso il salario mormora e ne domanda l’aumento, quindi sulle belle piazze e sulle vie bene selciate e fra i pubblici giardini ed alla luce dei molti candelabri si tengono le adunanze, e le domande si stabiliscono perchè il ventre non soffra quando l’occhio venne soddisfatto.

Di queste e di altre penose condizioni conviene al certo tenerne memoria, quando il fatto ed il da farsi a considerare si venga in chi sta preposto alla edilizia. - Errore però gravissimo si fu quello di premettere il lusso al necessario, e molto consumare perchè si dicesse che Roma capitale nel pubblico vivere allo altre città non voleva rimanere seconda; e seconda non rimase poi alle città sorelle manco nel debito, senza che per questo il vivere privato delle classi media e bassa punto migliorasse.

Il Renazzi non divise dapprima con gl’idolatri dei classici ruderi l’idea di rimetterli al sole fino all’ultima pietra, e molti studi e molta fatica consacrò a quella vece nella attuazione di un piano che gl’interessi edilizi ed economici della città conciliare potesse. - Esso forse saviamente pensò che siccome epoca per epoca nei suoi monumenti sta scritta la grande e veramente gloriosa vita di Roma, così che chiunque la visita vi legge la repubblica nei fori, l’impero nei teatri e nelle terme, il cristianesimo nei templi, si dovesse pure con nuovi monumenti mostrare la Roma dell’Italia, ma in fabbriche le quali segnassero il progresso economico a cui la città si giudicherebbe fosse chiamata. - E gittata l’idea di questo riordinamento materiale, ecco gl’ingegni partirsi in due campi, e ciascuno accesamente fare studi e progetti, quali per la redenzione degli storici ruderi, quali per la redenzione delle classi che infino ad oggi abitavano luoghi non propri a cittadini, che liberalissimamente vengono ammessi a godere le frequenti feste sulle piazze apprestate. - Aprire difatti l’animo a tanta giocondità, folleggiare per le vie quasi Saturno avesse ricondotto la età felice cantata da Virgilio, unirsi, mescolarsi, confondersi con coloro cui il sorriso è una abitudine del vivere, e poi rientrare in povere stanze aperte a tutte le ingiurie delle stagioni, doveva necessariamente condurre gl’infelici od alla tristezza nel confronto di [p. 199 modifica]quanto mal gitto si fa del pubblico denaro con il poco che basterebbe a sopperire ai naturali e più urgenti bisogni, od alla spensieratezza. - Il cattivo alloggio influisce pur troppo gravemente sulla moralità di una popolazione: l’uomo, anche se laborioso, quando si riduce in casa, se questa è peggio che povera, triste e malsana, prova irresistibile il bisogno di divagarsi, di seppellire nel vino gli spiaceri che lo angustiano, dal vino nasce l’allettativa del giuoco, dal giuoco la rissa, e quindi quello sciagurato contingente alle carceri, dove si educa la mente ed il cuore al delitto. La donna prova pure irresistibile il bisogno di respirare un’aria più pura, ma il tempo che passa fuori delle pareti domestiche la rende disamorata della casa, nella educazione dei figliuoli negletta, inchinevole alla parola della seduzione, e zitella o maritata cade facilmente nella prostituzione. I figli fanno vita per le strade, e crescono oziosi e sviati da ogni principio di soggezione e di morale, oggi marmagliume brulicante sulle pubbliche vie, domani praticanti di delitti, massa sè movente che va quindi a colare negli spedali e nelle carceri. A chi stà alla direzione della pubblica cosa, cotesti fatti non possono sfuggire, ma con mente e cuore retto deve seriamente ponderarli per il provvedimento. - La casa è il tempio, dove si presta il culto alla virtù; dove i genitori, sacerdoti del dovere, formano i cittadini dell’avvenire, e, grama quelle società che le esteriori magnificenze prepone al favorire con ogni mezzo la buona educazione! Istruire è bene, la scuola materiale forma la mente, ma il cuore si apre ed assorbe i principi nella famiglia, e questi come il sangue per il corpo trasmette poi nella vita sociale. - Conviene adoperarsi perchè lo straniero visitando Roma contempli pure gli avanzi dell’antichità, ma perchè il monumento più bello della civiltà moderna esso ammiri e stimi «la famiglia onesta, e le carceri sparite».

Nello estenderci in siffatte riflessioni di pubblico ordine, crediamo fermamente di avere interpretate le idee eziandio del Renazzi, il quale nel materiale riordinamento della città, ebbe in mira il fatto morale di migliorare il vivere stesso del cittadino a qualsiasi classe appartenga, fino all’infima. E se a ciò fosse riescito, o rannerbando il volere vi giungesse, è certo che ad opera oltre ogni dire bellissima legherebbe il suo nome, e senza il vanto puerile di ingingillarsi il petto in vita, e di assicurarsi appresso morte una epigrafe ed una statua, avrebbe nella propria coscienza la convinzione ed il compiacimento di essere stato fra i pochissimi, che la nuova vita politica di Roma volle, seppe e potè volgere a qualche cosa di seriamente vantaggioso.

Di Emidio Renazzi assessore non puossi peraltro insino ad ora scrivere se non il concetto dell’avvenire, poichè poco havvi che entri noi novero dei fatti. Intenzioni belle e molte nel Renazzi convien riconoscere; idee inspirate al grande ed all’utile, per lo studio ch’esso fece dei bisogni della sua terra con tutto ciò che potè ammirare ed imparare peregrinando per l’Europa; il nome suo nel Municipio è promessa e pegno di bene. Che se anche il Renazzi cade nel culto alquanto [p. 200 modifica]esagerato per le antichità, e nella brama vivace troppo di rendere più bello il moderno, non vorremo muovergliene censura, poiché nell’ufficio suo diveniva impossibile l’una dall’altra cosa disgiungere, e per promuovere il benessere materiale offerendo buone abitazioni su vie spaziose, conveniva di necessità passare con rispetto dinnanzi ai monumenti, gli antichi preservando dalle ingiurie degli uomini e del tempo, i secondi di maggior decoro circondando. - Che se errore in ciò vi potè essere, e se strano parve che studio e denaro e tempo si gittasse senza soddisfacenti risultati per qualche grandioso progetto, fallito prima che attuato, vi stanno poi a compenso altre opere conunendevoli, delle quali non ultima merita ricordanza il Pincio. - Il Renazzi riconobbe che il Pincio di Roma poco lasciava invidiare alle più leggiadre località da esso visitate, poiché se altrove la vastità e la leggiadria possono opporsi a questo monte, esso qui elevasi bello ma di quel bello che attrae ed incanta, e lo rende uno dei punti più interessanti di Roma. Papa Pio VII, nello ritornarsene in Vaticano, dopo la prigionia e le somme ingiurie patite, nello affidare al celebre architetto Valadier l’incarico di ridurre il Pincio ad ameno ritrovo e passeggio, certo non previde che prima dello spirare del secolo, sovra questo monte godrebbero dell’opera sua coloro che in ogni guisa si adoperarono per la caduta della temporale signoria dei Sommi Pontefici. È dal Pincio, dove la Roma antica, mitica, indefinibile ed indefinita vi si distende dinanzi come un fantasma di luce: il cumulo delle sue memorie, l’imponenza delle sue grandezze, si serrano e rammucchiano, sorgono, e mostrano venticinque secoli che pare l’un l’altro si guardino, quasi meravigliati della loro storia comune. - Il Renazzi riconobbe questa grandezza, e pensò a migliorarlo, ed a meglio renderlo caro per ogni ordine di cittadini e per ogni età. - Quando avrà compita l’opera nel piano regolatore, dal Pincio potrà il Renazzi contemplare il molto che ha fatto e ripetersi senza tema di smentita «ho amato Roma, e la ho con opera di buon cittadino onorata.»







Roma 1873. Tip. Caggiani, Santini e C.