Ben Hur/Libro Ottavo/Capitolo IX

Capitolo IX

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CAPITOLO IX.


La mattina appresso, circa all’ora seconda, due uomini giunsero di galoppo alla tenda di Ben Hur, e, smontando, chiesero di parlargli. Egli non era ancora alzato, ma ordinò che fossero subito ammessi.

— «Pace a voi, fratelli» — egli disse, poichè erano dei suoi Galilei, ufficiali fidati. — «Sedete» —

— «No» — disse il più anziano bruscamente, — «sedersi e fare il proprio comodo significa lasciar morire il Nazareno. Alzati, figlio di Giuda, e vieni con noi. Il giudizio è stato pronunciato. L’albero della croce è già pronto sul Golgota.» —

Ben Hur sbarrò gli occhi.

— «La croce!» — era tutto quanto potè dire al momento.

-- «Lo presero ieri notte e lo processarono» — continuò l’uomo. — «All’alba lo condussero davanti a Pilato. Due volte il Romano negò la sua colpa; due volte si rifiutò di condannarlo. Finalmente se ne lavò le mani, e disse: — «La responsabilità sia vostra» — Ed essi risposero...»

— «Chi rispose?» —

— «Essi — i sacerdoti ed il popolo — «Il suo sangue cada su di noi e sopra i nostri figli.» —

— «Santo padre Abramo!» — esclamò Ben Hur. — «Un Romano più benigno con un Israelita che i suoi compaesani? E se — ah, se egli fosse veramente il figlio di Dio, chi laverà mai da quel sangue i loro figliuoli? Non deve essere — è tempo di combattere!» — [p. 487 modifica]

Il suo volto assunse un’espressione di risolutezza, ed egli battè le mani.

— «I cavalli — presto!» — gridò all’Arabo che si presentò a quel segnale. — «E di’ ad Amrah di mandarmi abiti nuovi, e di portarmi la mia spada! E’ tempo di morire per Israele, amici. Aspettatemi di fuori.» —

Mangiò un tozzo di pane, trangugiò una ciotola di latte, ed uscì.

— «Dove vuoi andare?» — chiese il Galileo.

— «A raccogliere le legioni!» —

— «Ahimè!» — rispose l’uomo, giungendo le mani.

— «Che cosa è successo?» —

— «Maestro» — l’uomo disse vergognosamente — «io ed il mio amico siamo i soli rimasti fedeli. Gli altri hanno seguito i sacerdoti.» —

— «Perchè?» — chiese Ben Hur, arrestando il cavallo.

— «Per ucciderlo.» —

— «Il Nazareno?» —

— «Hai detto.» —

Ben Hur guardò lentamente dall’uno all’altro. Gli sembrava di udire le parole della notte scorsa: — «La coppa che mio Padre mi ha dato, non dovrò io vuotarla?» —

Ed egli ripeteva di nuovo nell’orecchio al Nazareno: — «Dimmi, se io ti porto aiuto, lo accetterai?» — Allora vide chiaro dinanzi agli occhi.

La sua morte era decisa. Quell’uomo l’aveva preveduta e le era andato incontro con piena coscienza, dal primo giorno della sua missione.

Essa gli era imposta da Dio, ed egli l’aveva spontaneamente accettata: che cosa potevano fare gli uomini per impedirla?

Con infinita amarezza pensò alla rovina del suo disegno, al tradimento dei Galilei. Strano che dovesse capitare proprio quella mattina!

Un senso di paura lo colse.

Era possibile che tutto il suo lavoro, i tesori profusi, le sofferenze patite, non fossero stati che un empio contendere con la volontà divina?

Quando raccolse le redini, e disse — «Andiamo avanti, fratelli» — egli non scorgeva innanzi a sè che dubbio ed incertezza. Le sue facoltà s’erano ottuse, e non sapeva prendere una risoluzione.

— «Andiamo fratelli; andiamo sul Golgota.» —

[p. 488 modifica]Passarono attraverso gruppi di persone eccitate che traevano come essi verso sud. In tutta la parte occidentale della città regnavano insolito subbuglio e agitazione.

Avendo udito che la processione con il condannato sarebbe passata in prossimità alle grandi torri bianche costruite da Erode, i tre amici volsero i cavalli in quella direzione, passando a sud ovest di Akra. Nella valle sotto lo stagno di Ezechia, la moltitudine era così densa, che essi, non potendo farsi strada, dovettero smontare e rifugiarsi dietro all’angolo di una casa.

Sembrava loro di trovarsi sulle sponde d’un fiume, ad osservare la corrente che passava; tale era il flusso continuo del popolo.

Vi sonò alcuni capitoli nel Primo Libro di questo racconto, che furono scritti con l’intenzione di dare al lettore un’idea degli elementi che componevano la nazione Ebraica ai tempi di Cristo.

Furono anche scritti in previsione di questa scena, e chi li ha letti attentamente, può immaginarsi Io spettacolo che si offriva a Ben Hur — Io spettacolo di tutto un popolo che accompagnava un uomo alla morte.

Per mezz’ora, la corrente passò davanti a Ben Hur ed ai suoi compagni, incessante, varia, agitata. Alla fine di quel tempo egli avrebbe potuto dire: — «Io ho veduto tutte le caste di Gerusalemme, tutte le sette della Giudea, tutte le tribù d’Israele, tutte le nazionalità della terra! Ebrei della Libia, Ebrei d’Egitto, Ebrei d’Antiochia e del Reno, di tutti i paesi dell’Oriente e dell’Occidente, sfilavano, senza posa; a piedi, a cavallo, sopra cammelli, in lettighe, su cocchi, con tutta la infinita varietà di costumi, e, allo stesso tempo, con quella meravigliosa rassomiglianza di fisionomia che ancor oggi è caratteristica ai figli d’Israele, sparsi come sono in tutte le regioni del mondo, sotto climi, e in ambienti diversi; sfilavano, parlando ogni lingua conosciuta, in fretta, ansiosi, pigiandosi — e tutti per veder morire il povero Nazareno, crocefisso come un malfattore.

Ma non tutti erano Ebrei. Ad ingrossare la folla venivano migliaia di Greci, Romani, Arabi, Siri, Africani, Egiziani, Persiani. Cosicchè, studiando quella massa, sembrava che tutto il mondo vi fosse rappresentato, e volesse assisistere alla crocifissione.

La turba era stranamente tranquilla. Il calpestìo di qualche cavallo, il rumore delle ruote e qualche grido, erano i soli suoni che si distinguevano sopra il sordo fruscio di quella immensa massa in moto.

[p. 489 modifica]I volti di tutti portavano l’impressione di uomini che si affrettavano a vedere un terribile spettacolo, qualche improvvisa rovina, una ignota calamità. E da questi segni Ben Hur giudicò che si trattasse di forestieri venuti per Pasqua in città, estranei alla condanna del Nazareno, possibilmente suoi amici.

Finalmente, nella direzione delle grandi torri, Ben Hur udì, dapprima fievole per la distanza, poi più distinto, il clamore di molti uomini.

— «Attenti! Essi vengono!» — disse uno dei Galilei.

Il popolo nella via si fermò ad ascoltare, ma, quando quelle grida furono vicine, ognuno si guardò in volto atterrito, e tremando proseguì la sua strada.

Il vociare cresceva di minuto in minuto, e tutta l’aria ne risuonava, quando Ben Hur vide i servitori di Simonide avanzare col loro padrone in portantina, ed Ester che gli camminava al fianco.

Li seguiva una lettiga coperta.

— «Pace a te, o Simonide — e a te, Ester» — disse Ben Hur, andando loro incontro. «Se siete diretti al Golgota, fermatevi finchè passa la processione, ed io vi accompagnerò. Qui all’ombra della casa potete riposare.» —

Il capo del negoziante era chino sul petto. — «Parla a Balthasar» — rispose, — «la sua volontà sarà la mia. Egli è nella lettiga.» —

Ben Hur si affrettò ad alzare le cortine. L’Egiziano vi giaceva dentro, col volto così sparuto e pallido come quello di un cadavere.

La proposta gli fu comunicata.

— «Possiamo vederlo?» — chiese con un fil di voce.

— «Il Nazareno? sì; egli deve passare a pochi passi da noi.» —

— «O Signore» — esclamò il vecchio con ardore. — «Mi sia dato di vederlo una sol volta, una sol volta ancora! Oh qual giorno terribile per il mondo!» —

Poco dopo, tutta la comitiva aspettava dietro all’angolo della casa.

Poche parole furono scambiate. Balthasar uscì a stento dalla lettiga, e rimase in piedi, sorretto da un servitore. Ester e Ben Hur si strinsero intorno a Simonide.

Intanto la sfilata continuava, se possibile, più fitta di prima. Le grida risuonavano vicine, alte, crudeli, beffarde. Finalmente giunse la processione.

[p. 490 modifica]— «Guarda!» — disse Ben Hur con amarezza. — «Questa gente che viene adesso rappresenta Gerusalemme!» —

Alla testa della processione veniva un esercito di ragazzi urlando e schiamazzando: — «Il Re degli Ebrei! Largo, largo per il Re degli Ebrei!» —

Simonide li osservò, e con voce grave, disse: — «Quando questi saranno uomini, figlio di Hur, che sventura per la città di Salomone!» —

Una schiera di legionari, in armature scintillanti, seguì in file serrate, stolidi e indifferenti.


Poi venne il NAZARENO!


Era quasi morto. Ad ogni passo barcollava come se volesse cadere. Una veste macchiata e a brandelli pendeva dalle sue spalle, sopra la semplice tunica grigia.

I piedi nudi lasciavano chiazze di sangue sul lastricato. Un’iscrizione sopra un asse era appesa al suo collo, e una corona di spine era stata calcata sulle sue tempie, producendo crudeli ferite, dalle quali il sangue era uscito a rigagnoli, ed ora coagulato e secco gli imbrattava il viso e il collo.

La pelle, dove appariva, aveva un pallore spettrale.

Le sue mani erano legate.

Un contadino portava la sbarra trasversale della croce, sotto il peso della quale egli era caduto poco prima. Quattro soldati lo accompagnavano quale guardia contro la plebaglia, che, ciò non ostante, di tanto in tanto si rompeva un passaggio fino a lui e lo percuoteva con bastoni e gli sputava addosso.

Non un suono sfuggiva dalle sue labbra, nè d’ira, nè di lamento.

Quando passò davanti a Ben Hur e la sua compagnia egli alzò gli occhi.

Ester si aggrappò al padre; ed egli stesso tremò. Balthasar cadde a terra senza una parola.

Anche Ben Hur gridò: — «O mio Dio, mio Dio!» — Allora, come se intuisse i loro sentimenti o avesse udito l’esclamazione, il Nazareno voltò la sua faccia sparuta verso di essi, e girò gli occhi lentamente dall’uno all’altro. Quello sguardo rimase scolpito nel loro cuore per tutta la vita. Essi vedevano ch’egli pensava a loro, non a sè, ed i suoi occhi [p. 491 modifica]moribondi esprimevano la benedizione che le sue labbra non potevano profferire.

Simonide si scosse: — «Dove sono le tue legioni, figlio di Hur?» —

— «Chiedilo ad Hannas; egli potrà risponderti meglio di me.» —

— Che? Infedeli?» —

— «Tutti, tranne questi due.» —

— «Allora tutto è perduto e il buon uomo deve morire!» —

Il volto del negoziante si contrasse nervosamente, e il capo gli ricadde sul petto. Egli aveva compiuto la sua parte nell’opera di Ben Hur, e, come quegli, provava tutta l’angoscia davanti alla ruina del comune edificio.

Due altri uomini seguivano il Nazareno, ciascuno con le sbarre della loro croce.

— «Chi sono questi?» — chiese Ben Hur ai Galilei.

— «Ladri, condannati a morire col Nazareno» — risposero essi.

Poi veniva un personaggio, nei ricchi abbigliamenti di Primo Sacerdote, con la mitra sul capo, circondato dai custodi del Tempio; e dopo di lui, in grappi, venivano i membri del Sinedrio, e un lungo corteo di sacerdoti, in semplici vestaglie bianche, e mantelli variopinti.

— «Il genero di Hannas.» — mormorò Ben Hur.

— «Caifa? L’ho veduto» — rispose Simonide, aggiungendo, dopo una pausa, in cui aveva esaminato l’orgoglioso pontefice. — «Ed ora sono convinto. Con la sicurezza che scaturisce dalla coscienza illuminata, con assoluta certezza — ora so, che Colui che precede gli altri, è ciò che l’iscrizione intorno al suo collo lo proclama — RE DEGLI EBREI. — Un uomo volgare, un impostore, un malfattore non fu mai scortato alla morte da un tale corteo. Perchè guarda! Qui sono le nazioni — Gerusalemme, Israele. Qui è l’efodo, qui l’azzurro mantello con l’orlo d’oro, e gli ornamenti non mai visti in istrada dal giorno che Jaddua andò incontro al Macedone — tutte prove che il Nazareno è Re. O se potessi alzarmi e seguirlo!» —

Ben Hur lo ascoltò meravigliato; e subito Simonide continuò impazientito: — «Parla a Balthasar, ti prego, e andiamo. Ora viene la feccia di Gerusalemme.» —

Allora Ester parlò:

— «Io vedo alcune donne che si avanzano piangendo. Chi sono esse?» —

[p. 492 modifica]Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d’apparenza non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta:

— «Quell’uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono donne amiche, della Galilea.» —

Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la folla glielo nascose.

Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si può paragonare il clamore della folla.

La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent’anni più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più clamorosi erano i medesimi — schiavi, guidatori di cammelli, custodi, carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d’altro genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta, apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, — scribi, dottori, rabbini, Farisei austeri. Sadducei in ricchi vestiti, che pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia. — Se una gola si stancava d’un grido, essi ne inventavano uno nuovo; se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: — «Re degli Ebrei! — Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio! Alla Croce, alla Croce!» — Quest’ultimo era il grido più alto e più comune come quello che meglio esprimeva l’odio del popolo contro il Nazareno.

[p. 493 modifica]— «Vieni,» — disse Simonide, quando Balthasar fu pronto — «Vieni, continuiamo.» —

Ben Hur non udì l’appello. L’aspetto di quella parte di processione che allora passava, la sua brutalità, la sua sete di sangue, gli ricordavano il Nazareno — la sua mitezza, i molti atti di carità ch’egli aveva veduto compiere da lui per gli’infelici e per i sofferenti. Di pensiero in pensiero, egli si ricordò il proprio debito di riconoscenza verso quell’uomo; la volta ch’egli medesimo, giovinetto, scortato da soldati Romani, era condotto ad un supplizio ch’egli supponeva non meno certo e terribile di questo della croce; il sorso d’acqua alla fonte di Nazareth, e la divina espressione del volto di colui che gliela offrì; più tardi, il miracolo della domenica delle Palme. Di fronte a questi ricordi, la propria impotenza di rendere aiuto al suo benefattore lo punse amaramente, ed egli si fece mille accuse. Egli non aveva fatto tutto quanto gli era stato possibile; avrebbe potuto vigilare i suoi Galilei, mantenerli fedeli e pronti; e questo — ah! questo era il momento di colpire! Una carica bene eseguita in questo momento, non avrebbe soltanto disperso la plebaglia e liberato il Nazareno: sarebbe stata la fanfara che chiamava a raccolta Israele, e avrebbe precipitato quella sognata guerra d’indipendenza, da troppo tempo differita. L’occasione stava svanendo; i minuti volavano, e una volta perduta.... — Dio d’Abramo! Non c’era nulla da fare — nulla?

In quella il suo occhio scorse un gruppo dei suoi Galilei. Egli si gettò attraverso la folla, e li raggiunse.

— «Seguitemi,» — egli disse — «ho bisogno di parlarvi.» —

Gli uomini obbedirono, e quando furono sotto l’asilo della casa, egli disse.

— «Voi siete di quelli che presero le mie spade, e giuraste con me di combattere per la libertà e per il Re che doveva venire. Ora avete le spade, e il tempo di usarle è giunto. Andate, cercate dappertutto, chiamate a raccolta i vostri fratelli, e dite loro di trovarsi all’albero della croce, che stanno apprestando pel Nazareno. Presto, andate! Il Nazareno è il Re, e la libertà muore con lui.» —

Essi Io guardarono rispettosamente, ma non si mossero.

— «Avete inteso?» — egli gridò.

Uno di essi rispose:

— «Figlio di Giuda» — sotto questo nome essi lo conoscevano — «Figlio di Giuda, tu sei stato ingannato, [p. 494 modifica]con noi e i nostri fratelli, che abbiamo le tue spade. Il Nazareno non è il Re, e non ha l’animo di un Re. Noi eravamo con lui il giorno che entrò in Gerusalemme; lo vedemmo nel Tempio, ed egli ha mancato a sè, a noi, ad Israele; alla Porta Magnifica egli voltò le spalle a Dio, e rifiutò il trono di Davide. Egli non è Re, e la Galilea non è con lui. Ch’egli muoia. Ma odimi, figlio di Giuda. Noi abbiamo le tue spade, e siamo pronti a sfoderarle per la causa della libertà! Noi ti aspetteremo sotto l’albero della croce.» —

Ben Hur sentiva che questo era il momento supremo della sua vita. Se egli avesse accettato quest’offerta, e detto una parola, la storia della Giudea e forse quella del mondo sarebbero state diverse; ma sarebbe stata storia fatta dagli uomini, e non ordinata da Dio, una cosa che non poteva essere, nè sarà mai. Un insolito turbamento lo assalì, di cui egli non seppe allora spiegare la ragione, ma che più tardi attribuì al Nazareno; perchè, quando il Nazareno era risorto, egli comprese come la sua morte fosse stata necessaria per la fede della risurrezione, senza la quale la religione Cristiana sarebbe ancor oggi una vuota parola. Questo turbamento lo privò della facoltà di raccogliere i suoi pensieri, di prendere una decisione; — egli si sentì inetto e debole, quasi senza parola. Coprendosi il volto con le mani, egli tremò, mentre l’animo suo era dilaniato, combattuto fra il desiderio di accettare la proposta del Galileo, e la forza occulta che ne lo distoglieva.

— «Vieni; noi ti aspettiamo» — disse Simonide per la quarta volta.

Meccanicamente egli si mosse e seguì la portantina e la lettiga. Ester camminava presso di lui. Come Balthasar e i suoi amici, il giorno in cui i tre saggi movevano all’appuntamento nel deserto, una mano ignota lo guidava.