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atto quinto 217

per risparmiar nuovi delitti a Tebe,

snudato in man mi sta.
Creon.  Contro al tuo padre,...
contro il tuo re, tu in armi? — Il popol trarre
a ribellar, certo, è novello il mezzo
per risparmiar delitti... Ahi cieco, ingrato
figlio!... mal grado tuo, pur caro al padre! —
Ma di’: che cerchi? innanzi tempo, scettro?
Emone Regna, prolunga i giorni tuoi: del tuo
nulla vogl’io: ma chieggo, e voglio, e torre
saprommi io ben con questi miei, con questo
braccio, ed a forza, il mio. Trar di tue mani
Antigone ed Argía...
Creon.  Che parli? — Oh folle
ardire iniquo! osi impugnar la spada,
perfido, e contra il genitor tu l’osi,
per scior dai lacci chi dai lacci è sciolto? —
Libera giá, su l’orme prime, in Argo
Argía ritorna; in don la mando al padre:
e a ciò finor non mi movea, ben vedi,
il terror del tuo brando.
Emone  E qual destino
ebbe Antigone?...
Creon.  Anch’ella or or fu tratta
dallo squallor del suo carcere orrendo.
Emone Ov’è? vederla voglio.
Creon.  Altro non brami?
Emone Ciò sta in me solo: a che tel chieggo? In questa
reggia (benché non mia) per brevi istanti
posso, e voglio, dar legge. Andiamo, o prodi
guerrieri, andiam: d’empio poter si tragga
regal donzella, a cui tutt’altro in Tebe
si dee, che pena.
Creon.  I tuoi guerrier son vani;
basti a tanto tu solo: a te chi fia
ch’osi il passo vietare? Entra, va, tranne