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218 antigone

chi vuoi; ti aspetto, io vilipeso padre,

quí fra tuoi forti umíle, infin che il prode
liberator n’esca, e trionfi.
Emone  A scherno
tu parli forse; ma davvero io parlo.
Mira, ben mira, s’io pur basto a tanto.
Creon. Va, va:1 Creonte ad atterrir non basti.
Emone Che veggio?... Oh cielo!... Antigone... svenata! —
Tiranno infame,... a me tal colpo?
Creon.  Atterro
cosí l’orgoglio: io fo così mie leggi
servar; cosí, fo ravvedersi un figlio!
Emone Ravvedermi? Ah! pur troppo a te son figlio!
Cosí nol fossi! in te mio brando.2 — Io... moro...
Creon. Figlio, che fai? t’arresta. —
Emone  Or, di me senti
tarda pietá?... Portala, crudo, altrove...
Lasciami, deh! non funestar mia morte...
Ecco, a te rendo il sangue tuo; meglio era
non darmel mai.
Creon.  Figlio!... ah! ne attesto il cielo...
mai non credei, che un folle amor ti avria
contro a te stesso...
Emone  Va,... cessa; non farmi
fra disperate imprecazioni orrende
finir miei giorni... Io... ti fui figlio in vita...
tu, padre a me,... mai non lo fosti...
Creon.  Oh figlio!...
Emone Te nel dolore, e fra i rimorsi io lascio. —
Amici, ultimo ufficio,... il moribondo
mio corpo... esangue,... di Antigone... al fianco
traggasi;... lá, voglio esalar l’estremo

  1. S’apre la scena, e si vede il corpo di Antigone.
  2. Si avventa al padre col brando, ma istantaneamente lo ritorce in se stesso, e cade trafitto.