Vicramorvasi/Atto II

Atto II

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Kālidāsa - Vicramorvasi (Antichità)
Traduzione dal sanscrito di Francesco Cimmino (1890)
Atto II
Atto I Atto III

[p. 17 modifica]Del divin Sùrya, il core par ch’egli abbia smarrito: Or vanne da Manàvaco, va, cerca di scoprire Qual sarà mai la causa degli affanni del sire. » Ma quel goffo Bramano potrò tenere a bada? So ben che quanto dura gócciola di rugiada In punta a un filo d’erba, tanto potrà durare Il segreto in colui! Ma dove l'ho a cercare? (t'aggira intorno osservando). Eccolo! Come scimmia dipinta, egli t là, muto, Assorto avviciniàmoci. (apprestandosi a Maudvaco) L’almo signor saluto! Manàvaco. Buondì, carina, (tra si) Ahi miserol vedendo lei, mi pare Che il segreto, fendendo già il cor, voglia scappare! (a Nipmtaì) Come avvien, signorina ? Com’EUa, abbandonando La musica ed il canto, vien fin qui ? NipunIca. Per comando Della regina, io vengo per far visita a Lei. Manàvaco. A me? La mia regina come servir potrei? NiponIca. Veda: ella si lamenta chè aspramente la tratta Il nostro sir ; meutr’ella dal duolo 4 sopraffatta, Ei non se ne dà cura ! Manàvaco. Ma parli: e In che l’offese Il sire mio compagno? Nipunica. Di colei che lo rese i [p. 18 modifica]i8 VICRAMÒRVASI. — ATTO II. Delirante d’amore quei profferito ha il nome Innanzi alla regina Manàvaco (ira sì). Che? Il mio signor? Ma come Avrebbe egli medesimo svelato il suo segreto? Ed or come io, Bramano, men’ posso star più cheto ? Come frenar la lingua? (a Nipunlca)Vedsi, ecco...egli non solo La sua consorte affligge me pur fa stare in duolo Ricusando ogni cibo dal di ch’è folle e gramo Per quella ninfa Urvasi ii). BravoI T’ho preso all’amo! Ecco infranto il segreto! Dame tosto novella Alla regina io voglio (avviandosi). Nipunica, a la bella Figlia del re di Casi ripeta in nome mio Ch’ella ormai si dia pace, che stanco son pur io Di rimuovere il sire da cosi folle idea; Gli volga ella il suo viso gentil come ninfèa, E ritornar per fermo noi lo vedremo in sè. Farò come Le piace ! («ce). (dalla urna) Su, viva, viva il re! In dissipar le tenebre Dal guardo d’ogni gente É Savitàr potente, E simil possa è in te. A un tratto, in mezzo all’aere Degli astri il re s’arresta; Tu pure all’ora sesta Lena ripigli, o re. Manàvaco Ah inteudo! Egli il palagio di giustizia ha lasciato stando orecchio). E or viene a me : l'aspetto, per essergli dallato. (finisce l'introduzione). NlPUNÌCA (ira Manàvaco. Nipunìca. (il re Pururàvasa in aspetto turbato e Manàvaco). Pururàvasa. Da che alla vaga ninfa io volsi il guardo. Quella gentil mi penetrò nel core; Ed il cammino le segnò quel dardo Con cui saetta non indarno Amore! Manàvaco. Se tu sapessi inver qual triste cura Affanna la vezzosa Figlia del re di Casi..... VICRAMÒRVASI. — [p. 19 modifica]ATTO II. Pururàvasa. Manàvaco (tra n Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Hai tu per avventura Svelato alcuna cosa Del mio segreto?... Ahimè ! Che dice mai I Mi son fatto beffar da quella trista Figlia di schiava, Nipunica, oh certo I Perchè m’avrebbe fatto 11 sir cotal dimanda ? Orben tu taci ? Ecco vedi : ho paura Che il tuo segreto non mi scappi via : É inchiodata cosi la lingua mia Che non può dar risposta ! Or si, va ben; ma intanto Che fare per distrarmi ? £ presto detto: Andiamone in cucina A far che cosa ? Il succoso banchetto Con cinque specie di vivande, adorno Di ghiotte e di squisite Confetture candite, E con giulebbe od altra leccornia Ogni malor varrebbe a cacciar vial Agli squisiti intingoli dappresso Tu — è ver — t’allegrerai ; Dimmi: io che son nel desiderio assorto D’un ben che forse non avrò giammai. Come potrei coll trovar conforto ? Che? Non ti sei tu messo Sulla via della ninfa? E che per questo? Vo’ dir, quel bene non è poi cotanto Conteso al tuo desire. É sovruman diletto L’essere preso della sua bellezza I Inver, più curioso Mi rendono i tuoi detti, amico mio : Fosse una cima, per beltà, costei, Siccome sono, per bruttezza, anch’io? Come farne un ritratto, affé, potrei ? Ella è cotal che adorna ogni ornamento, E ogni cosa gentil l’ha per modello; Tal quella ninfa è di beltà portento, Ch’è l’ideal di quanto al mondo è bello 1 [p. 20 modifica]20 VICRAMÒRVASI. — ATTO II. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. ManXvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Ahimè ! da che tu brami Questa beltà divina, Come l’augello Ciàtaco si pasce D'illusiva rugiada, Tu pur ti nutrì Hi celeste brina. Solo un po’ d’aura fresca Lo spirto affranto sollevar potria; Or tn dunque Sci parco Additami la via. Qjial via ? Sarà di qua... (11 av/w^no) Vedi i recessi Più nascosi del parco; Ecco l’Austro gentil venirti incontro Come ad ospite Invero, Ben chiamasti geutil quest’aura mite i Il soffio profumato della brezza Che irrora d’olezzante Brina il fior di Madàva, ed accarezza Le liane del Cùndi, in fra le piante Amore e gentilezza Si sposa insicm, che a me pare un amante ! Ei segua il suo costume; (avviandoli). E nel boschetto il mio signor s’addentri. Precedimi (entrambi fanno allo di entrare; il re con un tremilo) Sperai Olii — nell’ameno parco — Di ritrovar sollievo alle mie pene, Ma il contrario m’avviene: Poi ch’io non trovo in cosi bel recinto La pace onde il desio m’ha qui condotto, Sembro colui che da marca sospinto Voglia lottar con l’impeto del fiotto. Ciò come avviene, o sire? Tu sai ben che dapprima il dio d’amore Dai cinque dardi l’alma mia saetta ; SI ch’ella di lasciar non ha vigore Q^el ben che indarno conseguir s’aspetta. E poi la vista dei germogli in fiore Sbocciati della selva in fra l’erbetta, E il venticel che i lievi arbusti sfronda, Render potranno l’alma mia gioconda ? Via, cessi il tuo lamento ! Amore che fa pago ogni desio, Amor fra poco ti farà contento I VICRAMÒRV [p. 21 modifica]ASI. — ATTO II. Pururàvasa. Ben volentieri accetto, Come un augurio, del Bramano il detto, (vanno in giro). Manàvaco. Oh ! mira, signor mio, Onesto recinto ameno, Or che sovr'esso primavera scende. Pururàvasa. Sì vaghe piante rimirar vogl’io: Pari ad unghia di donna, all’orlo, t roseo, Ne la corolla bruno t l’amaranto; Dal fiammante color l'asòca tenero Libero sboccia, il suo viluppo infranto. Sul mango il fior dal polline adombrato Quasi azzurrino divenir si vede: Fra giovinezza ed allegria nel prato Bella nel mezzo primavera siede. Manàvaco. Oh guarda 1 Di Madàva È questo un pergolato A cui vengon gli sciami D’api i fiorelli a punzecchiar d’intorno ; Ricopre in giro coi frondosi rami Un sedile di pietra; Ed un asii perfetto Parmi per te: sia dunque il ben accettoI Pururàvasa. Come t’aggrada. Manàvaco. Oh vial Qui—riposato nella queta ombrìa Dei teneri virgulti rampicanti — Dimentica in buon’ora Questa ninfa gentil che t’addolora. Pururàvasa (sospirando). No, l'occhio mio che il fascino ha sentito Di quel viso gentil, qui, non rimane In si bel parco, avvinto alle liane Dal germogliar fiorito! Pur si pensi un rimedio Manàvaco. Oh volentieri ! Ma almeno il tuo lamento Non mi venga a turbar ne’ mici pensieri, (mani/aianio un presagio, Ohi quel che v'è da fare in cor già sento [ira si). Pururàvasa. Posseder quella ninfa io spero invano, Ch’è pari a luna in suo maggior chiarore: E pur qual gioco strano Di me si prende Amore Che delira ad un tratto la mia mente, Quasi l’atteso ben fosse presente? (si leva /urlato). [p. 22 modifica]22 VICRAMÒRVASI. — ATTO n. ClTRALÈCA. Urvàsi. Citralèca. Urvàsi. Citralèca. Urvàsi. Citralèca. Urvàsi. Citralèca. Urvàsi. Citralèca. Urvàsi. Citralèca. Urvàsi. (indi scendono dal cielo URVÀSI e ClTRALÈCA). [dall'altra parte della scena’]. Or dimmi, amica Urvàsi, Ove si va senza cagion? M’ascolta: Dcll’Emacuto sulla-vetta un giorno La sciarpa mia gemmata S’era fra i rami d’un viticchio avvolta: « Scioglila, » allor ti dissi; E tu mi rispondesti alla tua volta : « La s'é tanto impigliata Ch’io scioglierla non so.» Rammenti? Orbene, Dove si vada mi domandi ancora ? Dimmi: sei tu diretta Al sire Pururàvasa? Purtroppo, Gli affetti miei non tèmpera il pudore; Ma il mio desire è questo. E chi t’annunzia a lui? M’annunzia il core! Pur ci si pensi alquanto Perchè pensar se a ciò m’esorta Amore? Più non aggiungo Additami un sentiere Che senza impaccio mi conduca a lui. Sta pur sicura; chè addestrata io fui Dal maestro dei numi in quella scienza Che « Invincibile » è detta E che invisibil rende; Si che i nimici degli dei giammai Raggiunger ne potranno. 11 cor già tutto intende. Ma incerta la paura ancor mi rende. (entrambe rappresentano il giro per Oh guarda, amica Urvàsi: [l’aria). Alla magione del gran re siam giunte Ch’è divenuta ornai Dell’eccelsa città di Pratistàna Ornamento superbo, Che si rispecchia nelle limpid’acque Dell'alma Baghiràti, Quell’acque che più pure si fan dove Incontro ad essa la Giamùna muove. Perchè non dire che il celeste Svarga Ha cangiato il suo posto? E dove è mai colui Che sempre aita gl’infelici? VICRA [p. 23 modifica]MÒRVASI. — ATTO II. 2? ClTRALÈCA. Urvàsi. Citralèca. Urvàsi. Citralèca. Manàvaco. Urvàsi. Citralèca. Urvàsi. Manàvaco (/# disparte), Pururàvasa. Manàvaco. Urvàsi (« si). Pururàvasa. Or vedi : Scendendo in sì bel parco, « Che d’Indra il bosco di delizie pare. Noi lo potrem cercare. (entrambe si allontanano; Citralica teorie il re). Ecco il re, mia diletta, egli ti guarda, Come il beato Ciàndro In mezzo al ciel levandosi, rimira Il bel chiaror lunare. Ora ch’io lo rivedo, al guardo mio % Appar più bello! Andiamogli dappresso 10 no, per ora; ma invisibil bramo Restar daccanto a lui, Ascoltarne ogni detto Or ei qualcosa al suo Braman confida..... Va pure a tuo diletto. (entrambe eseguono ciò che basino dello). [dall’altra parte della scena] Ecco, ho trovato un bandolo Per un convegno con la tua diletta, Colei che posseder tu speri indarno. [idall’altra parte] Chi sari la felice creatura, Che all’amore di lui sè stessa allieta? A che fantasticar cosi perplessa ? Citralèca, ho paura D’indovinare io stessa Col mio potere arcano 11 nome di colei ch’ei brama invano I Dunque, il rimedio è pronto Per ottener l'amabile convegno. Su via, dillo: qual è? Vedi, son due: O t’addormenti, perchè in sogno almeno Possa la ninfa a te venir daccanto; O ritrai su d’un foglio il caro aspetto Della leggiadra Urvàsi, Si che in mirarla alfin trovi diletto I [dall’altra parte] Consòlati, o mio cor, salvo tu sei I [dall’altra pane] Dei tuoi consigli — ahimè ! — che far potrei ? D’amore ai dardi il cor già fatto segno Irto è di spine, e fiacco ogni desio ; Or come vuoi che un tenero convegno Con la bella in un sogno aver poss’io? 24 VICRAMÒRVASI. — ATTO I [p. 24 modifica]I. Citralèca. Urvàsi. Manàvaco (al re). E se quel volto pingcrò, si pregno Di lagrime sarà quest'occhio mio, Che la pupilla dal gran pianto ingombra Del caro aspetto non vedrà che un’ombra. Udisti dunque? Udii, Ma non è pago il core! Non so un consiglio ritrovar migliore. Pururàvasa (sospirando). Urvàsi. Citralèca. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Urvàsi (fra ii). Purur. (leggendo). O quella ninfa ignora La ferita d’amor che m’addolora, O dal divino suo potere avvezza Tutto a saper, l’affanno mio disprezza. T’allegra dunque, Amore, Tu che un vano desio m’hai posto in core! Tu che ponesti in lei cotal diletto Donde cogliere nn frutto invan m’aspetto I Che ascolto ! Adunque il sire A me volge il pensiero? Andargli incontro? Ah no, non ho l’ardire... Che far?... Sovra una foglia di betulla Col mio potere imprimerò uno scritto Per lanciarlo a’ suoi piedi Oh sì, ch'ir ben pensatoi (Urvdsi fa atto di tcriverc mila foglia e poi la [dall'altra parte delta scena] [latria cadere). Qual meraviglia I Ahimè I Che sarà mai ? D’un serpente è la spoglia Foss’ei venuto giù per divorarmi ? No, t’inganni : è una foglia Di betulla e uno scritto reca impresso Oh! Che? La ninfa bella, Mossa alfine a pietà de’ tuoi lamenti, Avrebbe, là, su quella Foglia per te segnati D’amor teneri accenti Senza mostrarsi a noi ? Tutto è concesso A divina natura I (prende il foglio e legge con gioia). Hai colpito nel segno Or che v’è impresso Almen saper vorrei. Cortese invero, o mio braman, tu sei. [dall'altra parte] « Qual tu signore, amasti Me ch'ho ignorato l'amor tuo finora. Desiosa di te fui sempre anch’io ; VICRAMÒRVA [p. 25 modifica]SI. — ATTO II. Urvàsi. Citralèca. Manàvaco. Pururàvasa. Urvàsi (a si). Pururàvasa. Manàvaco. UrVÀSI (ih disparte). Citralèca. Più non m’fc grato riposar sul letto Dei morbidi viluppi Di corallina; i profumati venti Che manda a me di Nàndano la selva Sono per le mie membra Lingue di Gamme ardenti ». [dall'altra parte] Che dirà? Che ti sembra? Che può mai dire se le membra affrante Egli ha siccome steli D’appassita ninfea? Vedi: per me che ho fame, Invito alla fortuna É la cagion di questo tuo conforto. Che dici tu ? Conforto ? i Pei dolci sensi in questa foglia impressi, Rivelanti in entrambi cgual desio, Parmi che al suo congiunto il volto mio Ebbro il suo sguardo ne* miei sguardi avessi! [m disparte] Son concordi perciò gli affetti nostri! [dall’altra parte] Amico, or non vorrei Sciupare col sudor delle mie dita Cosi bella scrittura: Su, prendi ; il pegno della mia diletta Affido alla tua cura. Urvàsi bella se fmor mostrato T’ha di sue brame il fiore, Fra poco a te vorrà mostrarne il frutto ! Qui resto, amica, a ricompormi alquanto, A lui tu vanne intanto. In nome mio saluta Quel pio sovrano e il mio pensier gli svela. (Citralèca si avvicina al ") Viva, viva il gran re 1 Pururàvasa (con sorpresa e rispetto). Sii benvenuta! (si guarda d'intorno). Il mio core, o gentil, non si consola, Giacché teco mirarla or non m’è dato; Tal la Yamùna appar, se al Gange allato In pria fu vista e poi si vede sola ! Citralèca. Che? Non si scorge pria Il raggiar della nube e poscia il lampo? 4 [p. 26 modifica]26 VICRAMÒRVASI. — ATTO II. Manàvaco (a si). Perchè non venne Urvàsi ? Orben, frattanto Si parli con costei. Purur. (a Citralèca). Ecco un sedil, ripòsati Citralèca {udendo). Signore, Urvàsi a voi s’inchina E vi fa dir Pururàvasa. Che mai ? Citralèca. « O Re, mio salvatore Un di tu fosti, quando Fui da’ nemici degli dei ghermita: Colpita or io dall’amoroso affanno Che in me produce il tuo leggiadro aspetto, Ancor pietà, signore, io ti domando. » Pururàvasa. Di quella ninfa cui l'affanno assale Alfin mi dài tu nuova; E pur non vedi che un affanno eguale Anche quest'alma prova! Vedi, o fanciulla, che d’eguali ardori Vivono i nostri cuori : Ferro e ferro saldar, gentil, convienti Ora che son roventi. Citral. (appressandoli] Vieni: Amore per te s'è fatto mite, ad Urvdsi). Del tuo diletto messaggera io torno. Urv. {Umida e imarrita). E dimmi un po’, incostante, Vorresti tu lasciarmi sola?... Citralèca ( lorridcndo). Oh amica ! Vedrem fra qualche istante Chi è mai che l’altra abbandonar desia! Su — presto, in te ritorna. Urvàsi (smarrita, ti avvicina con vergogna). Evviva il sire 1 Oh! sempre, sempre vincitore ci sia! Pururàvasa {con gioia). Oh sì I Davvero ho vinto, or che il tuo grido Me vincitor saluta, Poiché tu, ninfa, nel terrestre lido Da Indra sei venuta. (il re prende per mano Urvdii e la fa adagiare lui ledile). Manàvaco. Oh I qual modo è cotesto? Ma perchè non saluta Ella il Braman, del re fido compagno? ( Urvdsi, sorridendo, s'inchina). Or sia Li benvenuta! [daJl’inlemo] Messaggero divino. Presto — Urvàsi n’adduci, o Citralèca..... « Per voler d'Indra qui mandato io fui ; Le deità supreme ad esso unite VICRAMÒRVASI. — [p. 27 modifica]ATTO II. 27 ClTRAI-ÉCA (ad Urvdii). Urvàsi (sospirando). ClTRAJLÈCA. PuRURÀV. (emettendo con] grande itento la voce). Urvàsi. Bramano udir quel novo dramma in coi Dall’otto essenze del piacer condite . Due parti fflr da Bàrata composte: Designate per quelle entrambe foste. » (tutti ascoltano, Urvdsi finge un deliquio). " . Dimmi: l'annunzio del divin messaggio Hai poc’anzi ascoltato? Orbene, dal gran re togli commiato. « Ma se parlar non posso O nobil sire, Urvàsi, ch’è all’altrui voler soggetta, Vuole, nel dirvi — addio — , Inchinarsi al voler del sommo dio! No, del comando di quel dio supremo Violatore io non sarò, ma pure, Di me vi ricordate Ed or che ho più da far degli occhi miei ?... (Urvdsi, mostrando il dolore della separazione dal re. Io gutrda e ti allontana con la sua compagna). Manàvaco (cercando la] Oh I Dove è mai la foglia? foglia di betulla) (a me^a] Incantato a mirar la bella Urvàsi, voce, tra ti, imarrito). Ahimè, la foglia m’è sfuggita via; Nè me ne sono accorto ! Pururàvasa. Che vorresti tu dirmi? Manàvaco. Ecco, volevo dirti: Su, fa core! Nutre Urvàsi per te si vivo affetto, Che, pur da te divisa, Ti sarà stretta da tenace amore. Pururàvasa. Eguale speme anch’io nutro nel core. Se schiave d’altri son quelle vezzose Membra, il suo cor non è ad alcun soggetto: Ed ella in me gemendo lo ripose, Quel cor che appare dal tremar del petto. Manàvaco (a si). Pururàvasa. Manàvaco (guardandoti] intorno smarrito). Qual fremito m’assale? Un bel momento — oh certo! — il mio compagno Mi chiederà la cara foglia ed io Or senti, amico mio, Come potrei lenir tanto dolore? (poi, come ricordandoti) Su, dàmmi quella foglia. Strano davverl Com’è che non si vede? Oh intendo! Quella foglia di betulla Dal cielo a noi discesa Ha con la ninfa la sua via ripresa ! [p. 28 modifica]28 VICRAMÒRVASI. — ATTO ti. Ausinàri. ' Nipunica. AuSINÀRI (andando intorno] ed osservando). Pururàvasa (con dispetto). Sempre stolto i costui I Manàvaco (levandosi). Sarà di qui, sarà di li, cerchiamo I (ialiti ballando in varie guise). [indi mirano la regina AUSINÀRI, NipunìCA e il corteggio della regina). (llall’allra parie della scena) Vero? Tu il sir vedesti Col suo Braman, là, sotto il pergolato? Che? Forse io sempre non ti dissi il vero? Cli’è mai cotcsta foglia Che il vento fa aggirare? Una corteccia verdeggiante appare Nipunìca (osservandola). Quest’e una foglia di betulla, e porta In sul rovescio alcune cifre impresse. Oh! ve’ come s’impiglia D’intorno al tuo calzarci (la raccoglie) Posso leggere? In pria Tu quelle cifre osserva; Se leggerle convien, leggi, t’ascolto. Nobil signora, in questo foglio io veggio Lo scandalo regale Riconfermarsi appien : questo e uno scritto Che al sir la ninfa invia, E viene in nostra mano Per la stoltezza di quel buon Bramano. Or leggi pur, se vuoi, (l'ancella legge). Oh si ! Con un tal pegno Al bel ganzo di ninfe andremo innante ! Sono agli ordini tuoi. Vento gentil, di primavera amante. Ausinàri. Nipunìca (esegue). Ausinàri. Nipunìca. Pururàvasa (a «'). A profumar rivolto, Delle fiorite piante Reca per via raccolto 11 polline olezzante. Rapir dal prato folto Puoi tante cose e tante, Ma, di’, pcrchi m’hai tolto Il pegno dell’amante? Forse non sai che, domo Dalle amorose pene, Senza conforto, l’uomo Allevia il suo tormento, E solo si sostiene Con cento inezie e cento? VICRAM [p. 29 modifica]ÒRVASI. — ATTO n. Nipunìca. Ausinàri. Manàvaco (cercando] c enervando). Pururàvasa. AUSIN. (avanzandoti] con impeto). PURUR (allenilo, fra ti), AUSINÀRI. PuRUR. (a Manàvaco). Manàvaco. PURUR. (alta regina). Ausinàri. Manàvaco. Ausinàri. Manàvaco. PURUR. (a Manàvaco). Ausinàri. Pururàvasa. Ausinàri. [daJrallra parte] Cereali la foglia di betulla oh! senti? Stiamo a veder, ma taci. Oh ve’! M’hanno ingannato Le penne d'un pavon, con quel colore Azzurro come il fiore Della ninfèa sbocciato Misero me I Quasi morir mi sento ! O nobil signor mio, cessi il tormento ' Che tanto vi molesta: La vostra foglia di betulla è questa. Ahi ! la regina (con imbarazzo) Benvenuta 1 O meglio Dite ch’io son la malvenuta..... Amico, Ed or, come schermirsi ? Colto in flagranti non ha schermo il ladro! Credimi: inver non era Colesta la mia foglia desiata ; Segnata era su quella una preghiera Quando la propria sorte alfin si trova, Nasconderla ben giova. Oh via! nobil regina, Ella un buon cibo a preparar s’affretti, E allora il signor mio, No, d’altro cibo non avrà desio, Nipunìca diletta, Savio consiglio, suggerì l’amico: Desioso era il sir d’un nuovo pasto, Ma deluso è rimasto! Pur Ella sa, mia nobile regina, Che variar di gusto a tutti è grato. Ma vorrai tu per forza Farmi apparir colpevole, insensato? Voi colpevol non siete: oh! se v’è alcuno Che tal nome si mena, o re, son io; Che, a voi recando impaccio, Vi sto dinnanzi. Nipunica, andiamo. (si avi’ia sdegnata). SI colpevole, è ver, son io diletta: Ti calma alfin; chè, se cagion di sdegno V’ è tra lo schiavo e chi d’ossequio è degno, Qpei sempre ha torto e a lui la colpa spetta. (cade ai piedi della regina). Vanne infedel ; se d’arrendevol core Son io vèr te, l’ossequio tuo non voglio: [p. 30 modifica]5° VICRAMÒRVASI. — ATTO U. Nipunìca. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Manàvaco. Pururàvasa. Anzi s’accresce il mio sospetto adesso Ch’io ti vedo cosi, mite e dimesso. Di qua, signora (la regina lascia il re ed esce col corteggij). Inver, la tua consorte Da te s’è allontanata Come fiumana cui la pioggia ingrossai Ebbi nemica sortei Ogni ossequio gentil, ma senza amore, Pur quando sia di cari accenti adorno, Di donna accorta non lusinga il core, E a gemma é par con oro falso intorno. Ben è vero: non pub chi soffre agli occhi Di viva fiamma sopportar la luce. Pur, benché sia rivolto Sempre alla vaga ninfa il mio pensiero, In alto pregio ho la regina; intanto Poiché l’ossequio mio EU’ha con tanta irriverenza accolto, Egual contegno vo’ serbarle anch’io. Via, non si parli più della regina; Ora a me pensa che ti sto d’attorno E di cibarmi ho d’uopo. Vedi, é l’ora del bagno, Del desinare..... Oh come? È gii passata una meti dèi giorno? Soffocato il pavon dall’aria afosa, Avido di frescura, Entro il cavo dell’albero si posa; D’api uno sciame sopra La carnicara folta s'assecnra Ed il fogliame a punzecchiar s’adopra. L’anitra lascia il caldo rivo, e ’l fiore Delle ninfèe sol brama: E, de la gabbia molle abitatore, Il pappagallo or gira Nel chiuso uccellatolo, ed « acqua » esclama, E balbettando ognor « acqua » sospira. (co/i vanno via). (FINISCE a 2° ATTO).