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Capo XI. Da Magadino a Milano per acqua

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Capo X Capo XII
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CAPO XI.

Da Magadino a Milano per acqua.


Visitati monti, tornando sulla sponda del lago a Magadino, il viaggiatore, se costretto non è da particolari circostanze a percorrere le sponde, il che potrà fare a cavallo, tenendosi sulla occidentale, colà s’imbarcherà per venire a Sesto, o almeno a Laveno; e potrebbe anche, come vedremo, non oltrepassare Luino, ove pur troverebbe carreggiabil via sino a Milano.

Da Magadino partendo, vedrebbesi a sinistra Vira, S. Nazzaro, S. Abbondio, Seriano e Pino; fra i quali due ultimi paesi sono i confini della Repubblica Svizzera, che sull’opposta sponda giungono al sud di Brissago. Vedrà poi Bassano, Musignano, Campagnano, e i due Maccagni divisi dal torrente Iona, de’ quali parleremo al Capo XV. Questo torrente forma la valle Vedasca, in cui sono varj paesi, cioè Garabiolo, Veto, Tronsiano e Campagnano, risguardanti il lago, e varj altri nell’interno. V’è pur lì presso la valle di Dumensa, che chiamavasi una volta il Consiglio Maggiore.

Dei paesi che stanno sull’opposta sponda da Locarno a Canobbio parlammo. Parleremo poi di quello che vedesi da Luino a [p. 133 modifica]Laveno, e da Canobbio ad Intra. L’unita Carta basta intanto per indicare al viaggiatore i paesi che vede sulle due sponde; e indicammo già al Capo III quali paesi veggonsi da Laveno a Sesto.

Da questo paese il viaggiatore che ha bisogno o desidera di fare risparmio, e l'osservatore preferiranno nel ritorno a Milano il venir pel Ticino e per Naviglio, anzichè per terra. Da qui ogni mattina partono per Milano, e talor anco per Pavia, barche cariche di merci. Queste riduconsi generalmente a legna, sassi, carbone, calcina, pelli e manifatture de’ paesi lacuali, e alcune merci provenienti dalla Germania. Chi confrontasse i libri attuali della dogana di Sesto con quello che riporta il Morigia nell’ultima pagina del suo libro (Nobiltà del Lago Maggiore), troverebbe che molto più ritraeva Milano dal lago due secoli fa, che adesso. Rare sono le barche che portino soltanto de’passeggeri, nè economica cosa sarebbe il prendere una barca a questo solo oggetto. Il trasporto del carico d’un barcone costa ora, per la carezza di tutti i generi, quasi il doppio di quello che pagavasi dianzi: quindi è che molto legname vien colle zattere, e con esse maggiori cose venir potrebbero, se il monopolio e ’l cattivo calcolo talora non s’opponessero all’evidenza del vantaggio. Certo è che il Ticino due mila anni fa [p. 134 modifica]portò su zattere e tragittò gli elefanti d’Annibale sotto Somma, come dicemmo; e che sulle zattere trasportansi per l’Adige, pel Brenta e per gli altri a noi non lontani fiumi, moltissime merci d’ogni maniera.

Quantunque più sicura d’ogni barca sia la zattera, pur non consiglierei mai il viaggiatore ad imbarcarvisi, perchè riuscir dee troppo disagiata. Sceglier potrà la barca che parragli più comoda, e dovrà informarsi a qual ora sia per partire; poichè fissata è l’ora della partenza d’ognuna in modo che la susseguente non possa raggiugner mai la precedente: il che non sarebbe senza evidentissimo pericolo di sfasciarla e affondarla. Vero è però che barcajuoli hanno all’uopo il modo di rallentare il corso della barca, se temono che troppo vicina sia a quella che la precede.

Partesi da Sesto, e per breve tratto vassi con qualche lentezza. Molti congegni pescherecci ingombrano alquanto la navigazione, ma sono di grandissimo profitto. Differenti pesci vi si prendono nelle diverse stagioni, e di essi parleremo più sotto, annoverando i pesci del Lario, che poco differiscono da quelli del Verbano.

Il Ticino, come tutti gli altri fumi che hanno molto pendio, or trovassi ristretto fra due alte sponde in letto angusto, ora s’aggira in un largo piano, dopo di cui [p. 135 modifica]nuovamente ristrignesi; dal che rilevasi che altri laghi inferiori formava, de’quali ha rotta la chiusa. Ove corre ristretto, corre anche rapido pel molto pendio; e tai luoghi diconsi rapide o rabbie. Una di tali rabbie si passa sotto Somma in un sito ove dicesi il Pan-perduto, poco sotto la foce del torrente Strona. Vedesi che ivi si è cominciato a scavare un canale con cui condurre l'acqua ad irrigare la brughiera, e a facilitare la navigazione. In queste rabbie, se v'è qualche rischio, egli è quando l’acqua è si poca che la barca tocca il fondo; e certamente non sarebbe senza un presente pericolo di naufragio qualora urtasse nella punta di qualche scoglio. Di questi ve n’ha parecchi; e taluno forma tal vortice che sarebbe pericoloso l’andarvi sopra, ma facilmente s’evita. Ove il Ticino in due o più rami dividesi, il barcaiuolo sceglie sempre il più opportuno, nel che è guidato dalla cotidiana osservazione; poichè non molti sono i piloti, detti Paroni, e di essi il proprietario della barca dee necessariamente valersi. Il principale e più abile guida la barca finchè giugne all’ingresso del canale, dopo d’aver passata la sassosa sponda, artefatta ad oggetto d’introdurvi l’acqua, e sen torna a casa: il secondo la regge sin al disotto di Robecco, ove l’acqua perduta ha quasi del tutto la rapidità del suo corso; e’l terzo la guida a Milano. [p. 136 modifica]La riva del Ticino è formata pur essa di ghiaja a varj strati, ne’quali si veggono dei massi grandissimi di granito, di selce e d'altre dure pietre, frammezzati da strati d'arena, di piccola ghiaja, e talor di terra. V’è pur molto e bianchissimo quarzo; e fin qui vengono a provvedersene i Veneziani per le loro fabbriche di cristalli e di terre cotte.

Dopo un viaggio di ben trenta miglia, che fassi in brevissimo tempo, or minore or maggiore secondo che scarseggia o abbonda l’acqua, ma non mai al di là di quattro ore, si giunge sotto Tornamento alla così detta Casa della Camera. Ivi, come s’è detto, si toglie al Ticino gran parte dell’acqua sua per formare il Naviglio grande. Il resto continua pur navigabile sin a Pavia e al Po, e va con questo al mare. Egli è navigando sul Ticino a Pavia che vedonsi nell’alta sua sponda fra Besate e la Zelada moltiplici ed alti strati di sostanza combustibile, cioè di lignite, frammezzati da strati di ghiaja e d’arena aurifera, e sparsi sen vedono de’grossi pezzi sulla ghiaja del fiume ove raccolgonsi1. [p. 137 modifica]Poichè il Ticino esce da profondo lago, e altronde le arene sue hanno dell’oro in pagliuzze, che raccolgonsi con vantaggio al disopra e al disotto di Pavia, e sulla sponda del Po medesimo, alcuni immaginarono che quest’oro venisse da’ monti, ove ne sono le miniere, come superiormente osservammo, e vi fosse stato trasportato prima della formazione de’laghi, nel fondo de’quali ora precipiterebbe, se p. e. l'Anza, l'Ovesca e la Tosa ne portassero ancora. Ma altri, e fra questi il ch. nostro sig. cav. Bossi2, osservano che noi non abbiamo nelle miniere nostre oro nativo, qual è quello delle pagliuzze d’oro esistenti fra le arene, ma bensì oro larvato, cioè mineralizzato con altre sostanze, e che ben è più naturale che tali pagliuzze sieno state sparse fra le arene originariamente, o venute sieno da miniere e monti che or più non esistono. Il mezzo d'estrarre tali pagliuzze dall'arena non è, com’egli osserva, il più opportuno; e converrebbe adottare quello degli Zingari d’Ongheria, che consiste in una tavola, la quale ha per traverso 24 scanalature profonde circa mezzo pollice. Tengono [p. 138 modifica]la tavola inclinata dai 30 ai 35 gradi, metton la sabbia aurifera nella prima scanalatura, e gettandovi su molt’acqua, fanno che la sabbia quarzosa e tonda cada con essa, e le pagliuzze restino nelle scanalature con poca sabbia, che separano poi in una specie di catino di legno che ha un rialzo in mezzo; e mescendovi dell'acqua con opportuno moto, fanno sì che l'oro rimane quasi puro da un lato. L'oro che nelle arene del Ticino3 e del Po si raccoglie, non è affatto puro, ma v’è mista un'altra sostanza insolubile, che potrebb’essere l'elettro degli antichi, e secondo il P. Cortinovis4, il platino moderno. Fra quelle arene se ne veggono talora delle vivamente colorate; e queste contengono de’ microscopici giacinti, topazj, smeraldi e granati.

Il Naviglio grande fu scavato circa l'anno 1177, quando ebber fine le ruinose guerre civili, e respirò la Lombardia e l’Italia. A principio non si ebbe in mira che l’irrigazione. Quindi si pensò a rendere stabile l’imboccatura del nuovo canale mediante tal riparo, che tuttavia sussiste, per cui il Ticino [p. 139 modifica]non può cangiar alveo, e tal imbrigliatura per cui nè troppo s’abbassi e lasci a secco il canale, nè troppo sollevato sia e interrompa la navigazione verso Pavia e’l mare, a cui s’avvia men rapido: poichè dalla Casa della Camera all’imboccatura del Ticino in Po, tre miglia sotto Pavia, la discesa è di braccia 155 (circa 284 piedi), e di là al mare, quantunque lunghissimo sia il tratto, non ve n’ha che 1055.

Nel succennato secolo xii le acque del Naviglio non furono condotte che ad Abbiategrasso, daddove spandeansi poi sulle campagne pavesi. Dopo la metà del secolo xiii se ne continuò l’alveo sino a Milano, e quindi si cominciò a navigare. Non contenti i Milanesi d’aver condotta l’acqua del Ticino presso la città, vollero che le barche navigassero per la fossa che la circondava (nel luogo stesso ove dopo tre secoli si fece correre, e corre tuttavia il Naviglio picciolo), e l’ottennero medianti le conche, delle quali si fa menzione nelle carte del 1555: onde non sen può attribuire l’invenzione a Leonardo da Vinci (siccome da molti s’è scritto), il quale non fu chiamato a Milano se non molto dopo tale epoca.

Alla Casa della Camera s’entra nel Naviglio; il che si fa colle debite precauzioni, [p. 140 modifica]acciò la corrente non getti e rovesci la barca contro la sassosa sponda, o malgrado ogni sforzo la trasporti a Pavia, il che pure qualche volta avviene nelle grandi escrescenze. Viensi a Turbigo, a Castelletto di Cuggiono, indi a Buffalora, ove chi teme di annojarsi in barca, può valersi della posta e venire a Milano, passando per Maggenta, Sedriano, S. Pietro all’Olmo e le Cassine d’Olona.

Continuando il viaggio per acqua, verrà a Robecco (ove sono le ville Biglia e Albani, e un imperfetto palazzo Archinto), sotto di cui sensibilmente diminuisce, come dicemmo, il corso dell’acqua. A Castelletto vedrà dividersi il canale, che va in parte verso Abbiategrasso, e di là a Bereguardo medianti molti sostegni. Poco lungi dal Ticino è Bereguardo, e ivi dal fiume trasportansi su carri molte mercanzie destinate a Milano, che perciò ivi nuovamente s’imbarcano. Questi trasporti fra poco più non farannosi, essendo ormai perfezionato il canal navigabile da Pavia a Milano. La valle di Ticino è importante non meno pei prati e per le risaie, che pe’boschi, e può trarvisi anche gran vantaggio dalle molte torbiere. Da Castelletto viensi a Gaggiano, a Corsico e a Milano. Corsico è uno de’luoghi ove stanno i più ricchi magazzini di formaggio. Da Gaggiano vassi [p. 141 modifica]alla Motta Visconti, paese noto per antiche battaglie, passando per Rosate e Casorate. Più in su v’è Fallavecchia e Morimondo e Ozzeno, ove la valle del Ticino è caccia riservata al Sovrano. Di là, per breve e comoda strada, si va a Vigevano oltre Ticino.

Cammin facendo vedesi da quante bocche a sinistra, e molto più a destra, s’estragga acqua per l’irrigazione; e l’osservatore che vorrà esaminare le bocche d’estrazione, vedrà con qual artifizio son fatte, sì per aprirle e chiuderle con chiave a misura dei diritti d’ogni Utente, sì perchè la stessa sempre sia la quantità che sen estrae, nulla o ben poco alterata dal crescere o diminuire dell’acqua nel canale. Quindi egli vedrà quasi tutti ridotti a prati e a risaie i fondi limitrofi.

Da Buffalora a Sedriano ||
 Posta 1      
Da Sedriano a Milano ||
 1 ½
  1. In questa lignite riconosconsi molti tronchi di pino, e persino degli strobili. Fra que’tronchi ne ho trovato alcuno polarizzato, e perciò fulminato. Esso stava 140 piedi sotto la superficie del suolo, entro cui il Ticino si è scavato l’alveo. Sembra dunque che sia stato sepolto quando il Ticino, spezzando il monte che univa la sponda d’Arona a quella d’Angera, s'aprì per quella via la strada. Che rimote epoche!
  2. Mémoires de l'Acad. royale des Sciences etc. de Turin, pour les années xii et xiii. Prem. Part. à la fin.
  3. L’oro di pesca del Ticino, sciolto coll’acqua regia, lascia un residuo nero insolubile. Sarebbe mai questo l’Osmio e l’Iridio, nuovi metalli?
  4. Sull’Elettro degli antichi, Op. Sc. T. XIII. p. 217.
  5. V. Pini Elev de’monti della Lombardia. Opusc. Scelti, Tom. IV. pag. 289.