Trattato di archeologia (Gentile)/Arte romana/II/Secondo periodo/Architettura/III

Architettura - I monumenti degli imperatori della «Gens Claudia»

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III. I MONUMENTI DEGLI IMPERATORI

DELLA «GENS CLAUDIA».


1. L’«Aqua Claudia» e l’«Anio Vetus» a Roma. — Sotto gli imperatori della famiglia Claudia, almeno fino a Nerone, gli abbellimenti di Roma non continuarono con quella vivezza e abbondanza che ebbero sotto Augusto. Tiberio, severo e misurato amministratore, di carattere chiuso e alieno dalle dolcezze dell’arte, restorò qualche edificio, ma poco o nulla costrusse; e similmente Caligola. Claudio si volse a costruzioni di pubblica utilità, facendo fare il gran porto di Ostia, introducendo in Roma nuovi corsi di acque salubri (Aqua Claudia, Anio Novus)1 e facendo agire un canale scaricatore delle acque traboccanti del Lago Fucino. L’opera compiuta dall’imp. Claudio fu poi nuovamente distrutta. Il Lago Fucino (ora di Celano) non fu prosciugato se non ai dì nostri dopo un ventennio di grandi lavori dall’anno 1855 al 1875, per [p. 255 modifica]cura del principe Torlonia; il quale, come dice l’epigrafe della medaglia decretatagli dal re Vittorio Emanuele, compì aere suo opus imperatoribus ac regibus frustra tentatum2.

2. La «domus aurea» di Nerone. — Imperando Nerone s’ebbe il grande incendio di Roma (nel luglio del 64 d. C.), che durò lo spazio di più giorni e distrusse molta parte della città, incendio spaventevole di cui l’imperatore appose la colpa con terribili pene ai cristiani, e che la storia invece apporrebbe alla feroce pazzia dell’imperatore stesso3. I quartieri incendiati furono poi rifabbricati con un piano regolare, con larghe e diritte strade, fiancheggiate di case e di portici. Nerone, nello spazio che dal Palatino si estende al Celio ed all’Esquilino, costrusse un suo palazzo, a cui lo splendore di meravigliosa ricchezza acquistò nome di domus aurea. Architetti ne furono Celere e Severo, che già per lo stesso imperatore avevano formato arditissimo disegno di risanare le Paludi Pontine scavando un canale navigabile dal Lago d’Averno ad Ostia; palazzi, porticati, giardini, viali, praterie, canali e stagni si avvicendavano in questa immensa costruzione romana; nell’interno una delle sale girava ad imitare il movimento del mondo; [p. 256 modifica]dorature, marmi e materie preziose erano a profusione4. Ma tanta magnificenza non è veramente per sè sola una prova del valore dell’arte; e Nerone, che si vantava artista, forse lo era di cattivo gusto; più che al bello egli intendeva allo sfarzoso, allo straordinario, all’inverosimile.

Note

  1. Ved. Gentile Atl. cit. (Parte romana), tav. XXXVIII; Porta Maggiore in Roma (acquedotto di Claudio imperatore).
  2. R. Lanciani, Commentarii di Frontino intorno le acque ed acquedotti di Roma, Roma, 1880. In quest’opera è citata la bibliografia precedente, specialmente Raffaele Fabretti, De aquis et aquaeductibus veteris Romae, Roma, 1680; 2 edizione, 1738; Castro, Corso delle acque antiche, Roma, 1757. 2 voll.; De Prony, Réchérches sur le systeme hydraulique de l’Italie; A. Secchi, Avanzi di opere idrauliche antiche nell’Alatri, Roma. 1865.
  3. Intorno all’opinione che l’incendio debba veramente attribuirsi ai Cristiani ved. G. Negri; Nerone e il Cristianesimo (Rivista d’Italia, 1899, fasc. 8, 9); C. Pascal, L’incendio di Roma e i primi cristiani, Milano, 1900; A. Coen, La persecuzione neroniana dei cristiani (Atene e Roma, 1900, n 21-23).
  4. Ved. Tacito, Annali, XV, 425; Svetonio, Nerone, 31; cfr. per maggiori particolari Guhl e Koner cit, II, pag. 104 e segg.; Borsari, Topografia di Roma antica, Milano, Hoepli, 1897, pag. 130, 132, 143-145, 349.