Storie allegre/Pipì o lo scimmiottino color di rosa/XIII

Pipì o lo scimmiottino color di rosa - XIII

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Pipì o lo scimmiottino color di rosa - XII Pipì o lo scimmiottino color di rosa - XIV

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XIII.


Pipì riceve una lezione dal coniglio.


Che cos’è stato dell’imperatore Pipì?

Nessuno l’aveva veduto: nessuno sapeva darne contezza. Che fosse fuggito via da qualche finestra? Impossibile: perchè le finestre riscontrate a una a una, furono trovate tutte chiuse dalla parte di dentro. Dunque?...

Fatto sta, che lo cercarono da per tutto. Lo cercarono nell’armadio di camera, nella dispensa della sala da pranzo, nelle stanze di guardaroba, nei sottoscala, in tutti gli sgabuzzini e perfino nelle cantine del palazzo: ma inutilmente. Alla fine, fruga di qui, guarda di là, a qualcuno venne in capo l’idea di dare un’occhiata sotto il letto imperiale. Volete crederlo? Sissignori: l’imperatore era per l’appunto nascosto sotto il letto, e se la dormiva saporitamente. Quale scandalo! Quale orrore!...

― Sire! che cosa fate costì? ― gli domandò il gran cerimoniere, pigliandolo rispettosamente per un orecchio.

― Dormo! ― rispose Pipì, sbadigliando e allungandosi.

― Svegliatevi, e rizzatevi subito in piedi! Non vi vergognate?

― A dir la verità, quando ho sonno davvero non mi sono mai vergognato a dormire.

― Ma perchè addormentarsi in quel luogo? Dov’è, o Sire, la vostra dignità imperiale?

― L’avrò forse dimenticata sotto il letto ― rispose ingenuamente Pipì, il quale non sapeva che cosa fosse questa dignità tanto decantata. [p. 90 modifica]

Poi, chiamando in disparte il gran cerimoniere, gli bisbigliò in un orecchio:

― Volete, amico, che vi parli francamente? Avevo creduto finora che il far da imperatore fosse il più bel mestiere di questo mondo: ma oggi mi avvedo, pur troppo, di essermi ingannato. Oh fortunati gli scimmiottini che si contentano di rimaner semplici e modesti scimmiottini per tutta la vita! Almeno potranno levarsi il gusto di mangiare quando hanno fame, di dormire quando hanno sonno, e sul più bello del sonno nessuno verrà mai a svegliarli, per costringerli a ringraziare dal balcone una folla di sfaccendati, che non hanno voglia di andare a letto.

Nel tempo che Pipì faceva questa confidenza intima al gran cerimoniere, il cielo si era fatto nero come la cappa del camino, e l’acqua veniva giù a catinelle.

Allora si sentì sotto le finestre del palazzo imperiale uno strombettìo di fanfare e un baccano di voci e strilli scimmiotteschi, che gridavano:

― Vogliamo il sole! Vogliamo il bel tempo!... Se no, abbasso l’imperatore!...

― Amici miei, ― disse Pipì affacciandosi al balcone e parlando alla folla delle scimmie radunate in piazza. ― Amici miei, come volete che io faccia a darvi il sole e il bel tempo, finchè dura quest’acquazzone che pare un diluvio?

― No, no! Vogliamo il sole a ogni costo, e lo vogliamo subito!

― Confidate in me! ― soggiunse Pipì. ― Appena la pioggia cesserà e il tempo si rimetterà al buono, io prometto di darvi il sole e il bel tempo. ― [p. 91 modifica]

Poche ore dopo, neanche a farlo apposta, la pioggia cessò e venne fuori un bellissimo sole.

Ma quando gli scimmiotti si accorsero che il sole scottava troppo, chiamarono le fanfare; e recatisi dinanzi al palazzo dell’imperatore, presero a gridare:

― Vogliamo l’acqua! Vogliamo la pioggia! ―

Pipì, annoiato da questa storia, aveva fatto giuro di non affacciarsi: ma poi sentendo che gli urli raddoppiavano sempre più, cacciò fuori il capo e disse:

― Volete proprio la pioggia?

― Sì, sì! Vogliamo la pioggia, se no, abbasso l’imperatore!

― Aspettatemi allora costì, e fra un minuto vi manderò la pioggia desiderata. ―

A queste parole tenne dietro un gran battio di mani e il suono della marcia imperiale.

Detto fatto, dopo pochi minuti, Pipì si affacciò novamente al balcone, gridando:

― Eccovi la pioggia; e chi ne vuol di più, se la vada a prendere alla fontana! E nel dir così, rovesciò sul capo dei dimostranti una gran catinella piena d’acqua.

Impossibile immaginarsi il tumulto che ne avvenne. Il palazzo fu invaso e preso d’assalto. Si cercò l’imperatore per tutte le stanze, ma non si riuscì a trovarlo. Che cosa rimaneva da fare? Non trovando l’imperatore, la folla dove contentarsi di bastonare il gran cerimoniere. E sempre così! Nelle cose di questo mondo ne soffre sempre il giusto per il peccatore!

Intanto Pipì, scappato di nascosto da una porticciola segreta, che restava dietro il palazzo, si era dato a correre per le viottole della boscaglia, come se avesse avuto le [p. 92 modifica]ali ai piedi. E dopo aver corso due giornate intere, trovò in mezzo agli alberi una piccola casa senza finestre.

Sulla porta della casa c’era seduto un bel coniglio, che aveva il pelame turchino (come i capelli della Fata): il quale, vedendo Pipì, si alzò da sedere e lo salutò garbatamente, portandosi la zampa destra all’altezza del capo, a uso del saluto militare.

― Che cosa fai costì, mio bellissimo coniglio? — gli domandò lo scimmiottino.

― Stavo appunto aspettando Vostra Signoria.

― Chi è questa Vostra Signoria?

― E lei.

― Sono io! Ah intendo; intendo! Compatiscimi, amico; perchè i poveri come me, quando sentono darsi di Vostra Signoria, credono sempre che si parli di qualcun’altro. Non avresti per caso da offrirmi un po’ da mangiare e un po’ da dormire?

― Si degni di passar dentro, e troverà l’uno e l’altro. ―

Pipì, com’è facile figurarselo, accettò di gran cuore l’invito; e appena messo il piede sulla soglia di casa, vide nella stanza terrena una tavola apparecchiata e una materassina ripiena di penne di uccello, distesa per terra.

Senza far complimenti, si pose subito a tavola, e dopo aver divorato in un attimo un piatto intero di nespole e di fichi verdini, principiò a dire sospirando:

― Ho sofferto tanto, amico mio! La mia vita è tutta un’iliade....

― Che cosa vuol dire iliade?

― Non lo so nemmen io e non m’importa di saperlo. Io sono come certi ragazzi, figliuoli degli uomini: ripeto a caso quel che sento dire, e non mi curo d’altro. [p. 93 modifica]

― Non mi pare una cosa fatta bene.

― Pazienza! Cercherò di correggermi! Se tu conoscessi però tutte le mie disgrazie!...

― Le conosco.

― Come fai a conoscerle? ― domandò lo scimmiottino maravigliato.

― Le ho lette nel Giornalino dei Bambini. Scusi, signor Pipì, la mia curiosità: ma lei non aveva promesso al padroncino Alfredo di tenergli compagnia in un gran viaggio intorno al mondo?

― Mi spiego: gliel’avevo promesso.... e non gliel’avevo promesso....

― Come sarebbe a dire?

― Mi spiegherò più chiaro. Devi sapere che io fui tentato a far quella promessa.... lo sai da chi? dalla gola.

― Cioè?

― Il signor Alfredo, per sedurmi, mi fece portare in tavola delle frutta così belle e così saporite, che io, a quella vista....

― Ho capito, ho capito; ― disse il coniglio ridendo. ― Lei fece su per giù come fanno certi ragazzi figliuoli degli uomini, i quali, pur di ottenere dai loro babbi e dalle loro mamme qualche ghiottoneria o qualche balocco, promettono di esser buoni, di studiare e di farsi onore alla scuola.... e poi? E poi, appena ottenuta la grazia, dimenticano subito le belle promesse fatte, e chi s’è visto, s’è visto; non è vero?

― Ho paura, mio caro amico, che tu l’abbia indovinata. ―

― Vuol sapere, signor Pipì, come diceva il mio nonno? il mio nonno diceva sempre che «quando si promette [p. 94 modifica]una cosa, bisogna mantenerla; e che quelli che mancano alle promesse fatte, non meritano di essere rispettati dagli altri, nè assistiti dalla fortuna.» Ha capito? Arrivederla, signor Pipì.

E il coniglio, dopo queste parole, fuggì via come un baleno.