Storia di Torino (vol 1)/Libro IV/Capo I

Libro IV - Capo I

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Libro Quarto


Capo Primo


Tommaso iii, imprigionato Guglielmo vii, marchese di Monferrato, lo costringe a rendergli Torino, Collegno e Grugliasco. — Assedio di Cavoretto.


centottanta anni all’incirca durò l’indipendenza di Torino, interrotta solo da qualche breve signoria, che punto non ne pregiudicava le condizioni, ma non illustrata neanche da niuno di que’ grandi av­venimenti che danno moto e colore alla storia. E di fatto la storia è pressoché muta ne’ fatti torinesi per questo lungo periodo, e le non molte notizie che ne abbiamo accozzate s’attingono da documenti. Il che prova che non v’ebbe eccesso nè di felicità, nè di miseria, che la segnalasse tra l’altre; ma che non uscì dalla sorte comune ad altre città sue pari. Qui

[p. 258 modifica]non v’ebbe cittadino che sormontate le leggi si cam­biasse in tiranno, e fondasse nel sangue la mal ac­quistata dominazione. Non parte che giungesse ad opprimere durevolmente la parte contraria, la esclu­desse in perpetuo da ogni ufficio, tagliasse il capo ai potenti, e governasse col terror dei supplizi! e delle confiscazioni. Non v’ebbe trionfo della minuta plebe, nè si videro occupar i primi seggi della re­pubblica, e dettar leggi e giudizi! i beccai e gli scardassieri. Se queste orribilità fossero accadute, qualche buon monaco si sarebbe incorato a metterle in cronaca per ammaestramento de’ posteri. Ma egli è il caso di dire, beati i popoli di cui tace la storia. Non si mettono in scena i savi, ma i matti. Non si parla de’ giorni sereni, ma delle tempeste. Non si rammenta chi in santa pace nacque, visse e morì; ma chi ammazza od è ammazzato. Dopo ciò se la mia storia non ha l’andamento e’l forte colorar d’un dramma, che colpa ci ho io? Se ne accusino i nostri vecchi, i quali non ci lasciarono memoria di grandi virtù, nè di grandi vizi, e che tardi apriron gli occhi al lume delle buone lettere, alla soave armonia dell’arti; ma poi si scenda con me ad in­vestigare, piuttostochè il quasi continuo spedirsi di milizie a questa od a quella impresa per lo più microscopica, e senza risultamento, gli ordini per cui si reggeva il comune, e l’intima sua struttura, in cui molto c’è ancor da studiare, molto da imparare. [p. 259 modifica]

Ma ora torniamo alla storia.

Obbediva, come abbiam detto, la città di Torino a Guglielmo vii, detto il Grande, marchese di Monferrato, principe conquistatore, e però amico degli ordini stretti e risoluti. Capitano del popolo a Milano e in molte altre terze, prode guerriero, avventuroso in battaglia, non era agevole a superar coll’armi; Tommaso iii, figliuol primogenito di Tommaso ii, fino dal 1272 aveva levato genti e unito il suo sforzo a quello del fratello Amedeo, avea ridotto ad umile soggezione i Piossaschi stati lungo tempo ribelli, ed assicurato il suo dominio a Pinerolo ed in varie terre dell’antico Piemonte. Ma contro al marchese usò altre vie più sicure, ma meno belle.

Verso il giugno del 1280 seppe che Guglielmo andava colla moglie Beatrice in Ispagna a trovare il suocero Alfonso x, detto il Savio, re di Castiglia. Tommaso, raccolto in fretta uno stuolo d’armati, gli tenne dietro, e sollecitò in guisa il cammino, che raggiuntolo sulle terre del vescovo di Valenza, lo prese e Io condusse prigione nella fortezza di Pierre-Châtel.

Fu forza allora che il marchese, per riaver liberta, si rendesse alle condizioni che il principe di Savoia stimava d’imporgli. Nondimeno a stringer l’accordo fu usata la mediazione del marchese di Saluzzo e de’ vescovi di Belley e di Vercelli e dell’abate di Susa; o sia che ciò si facesse per dissimular la [p. 260 modifica]violenza che si usava al Monferrino, o sia perchè le pretensioni di Tommaso fossero sì gagliarde da non potersi, neppure in quella necessità, accettare. La convenzione stipulata il 21 di giugno ordinava: Guglielmo rendesse a Tommaso la città di Torino colla casa forte che v’avea edificata, e colla bastia del ponte di Po, Collegno e Grugliasco; salva in quanto a Collegno la riserva di far valere le sue ragioni in via giuridica, come farebbe pure rispetto a Druent. Promise ancora Guglielmo di non impe­dire a Tommaso la signoria di Cavoretto, Montosolo ed Alpignano, nè degli altri luoghi posseduti dai Torinesi. Si riservò la facoltà di difendere i comuni di Milano, Como, Pavia, Cremona, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Acqui, Ivrea e Casale, coi quali avea confederazione, nel caso che venissero da Tom­maso assaliti. Del rimanente giurò sotto fortissime pene, per cui diè cauzione ed ostaggi, che non da­rebbe danno a Tommaso, nè al vescovo di Valenza, nelle cui terre era stato preso. Finalmente promise la restituzione di seimila lire viennesi, che dichiarò d’aver avute in prestito dal principe di Savoia; il quale prèstito è negalo dagli scrittori monferrini,1 che lo dicono immaginalo al solo line di dar causa ad una obbligazione di pari somma. Se ciò fosse, Tommaso, usando poco moderatamente la sua for­tuna, avrebbe fatto pagar al marchese le spese delle genti assoldale per farlo prigione. [p. 261 modifica]

Con tali patti Guglielmo rimesso in libertà potè continuare il suo viaggio per alla volta di Castiglia. Lo accompagnava per le terre di Savoia, a fargli, come allora si diceva, sicurtà del cammino, il ve­scovo di Belley. Come furono pervenuti cavalcando sul territorio del villaggio delle Scale, che appar­teneva agli Spedalieri di Gerusalemme, il vescovo ricercò il marchese che, in quél luogo, fuor del do­minio di Savoia, ratificasse il trattato.

Guglielmo rispose che l’approvava e voleva aver buona pace con Tommaso, riservandosi solo il diritto di richiamarsi alla S. Sede d’alcune offese ricevute da persone ecclesiastiche. Continuarono il cammino fino alla porta del castello di Moirenc nelle terre del Delfino viennese. Là Guglielmo tenendosi affatto sicuro, accommiatò il vescovo, ed a sua richiesta pro­testò di bel nuovo che voleva osservare la pace fatta con Tommaso. Ciò a’13 d’agosto 1280.2

La città di Torino o per desiderio di nuova si­gnoria, o perchè dal duro imperio del Monferrino, resa più agevole, venne quetamente alle mani di Tommaso, che provvide con alcuni statuti agli ufficii di vicario e di giudice, a tenor de’ patti già intesi tra il comune e Tommaso ii, suo padre. Ma il ca­stellano di Cavoretto non avendo voluto dismettergli il castello, Tommaso lo strinse d’assedio. Mentre il principe di Savoia ne aspettava la resa, gli ven­nero ambasciadori e lettere del re di Francia con [p. 262 modifica]acerba rampogna perchè avesse pigliato il marchese di Monferrato sulle terre francesi; il re esortava Tommaso a rendergli prontamente la libertà ed a far buona pace con esso.

Rispose Tommaso con umiltà, mettendo sè e il suo Stato a disposizione del re; ma facendogli presente che a Guglielmo nuli’altro avea domandato che l’eredità de’ suoi avi, di cui era stato spogliato; che l’accordo era seguito, e il marchese era libero, se­condo le intenzioni del re. Se al re spiacesse alcuna condizion dell’accordo, egli non avea difficoltà di cassarla.

Poco sopravvisse Tommaso a questi fortunati suc­cessi, imperocché in maggio del 1282 mancò di vita, lasciando da Guja di Borgogna cinque maschi, tutti ancora bambini. Tommaso iii era il legittimo erede della corona di Savoia, e sebbene il conte Filippo prediligesse tra i nipoti il minor fratello Amedeo, e che questi si procacciasse a tutto potere, anche vivendo lo zio, aderenza ed omaggi di prelati e di baroni, tuttavia non sarebbe forse stato facile di escludere Tommaso se fosse vissuto. Ma l’immaturo suo passaggio privò anche la sua discendenza del trono, sul quale, invece d’un fanciullo mal atto a governare in tempi così pieni di pericoli e di guerre, s’assise Amedeo v, fratello secondogenito di Tom­maso; vedendosi così perla seconda ed ultima volta lo zio succedere alla corona in pregiudizio del nipote.

Note

  1. [p. 271 modifica]Benvenuto S. Giorgio, 75.
  2. [p. 271 modifica]Monum. hist, patriae. Charter. i 1519 ad 1542.