Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)/XXII. Ser Cecco Nuccoli

XXII. Ser Cecco Nuccoli

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Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920) XXIII. Tenzoni di rimatori perugini
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XXII

SER CECCO NUCCOLI

I

È innamorato di tale, che dimora nella valle del Tevere.

Non moriér tanti mai di calde febbre,
dal giorno in qua, ch’el primo fanciul nacque,,
quant’io ho pentión, chéd él mi piacque
4la scuritá di quel, ch’è amar’co’lebbre.
E co’ l’Alpino trasmutato in Tebbre
fu per fortuna de le soperchie acque,
cosí io sono, poi che loco giacque,
8ove assaggiai del ben del dolce Tebbre.
Che corre sempre chiar’come Tesino
questo fiume reai sovr’ogne fiume;
11infino al mar non perde il suo camino.
Risplende in esso un si lucente lume,
che chi lui mira di coraggio fino
14può dir ch’Amor lui regge in bel costume.
Si ch’i’ho lasciata l’aera de le Chiane,
e vói’ la Teverina per mio stallo,
cambiando il viso ad oro un chiar’cristallo.

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II

Si duole di star in contado e fuori di Perugia.

É1 mi rincresce si lo star di fuore
dai mura de colei, ch’ogni ben mostra,
ch’io con Tristan ne prendi ria la giostra,
4sol per veder gli occhiucce ner’co’ more
di quel furel, che m’ha’nvolato el core,
e tiènlosi in pregion dentro ai suoi chiostra;
ond’io so’certo ch’a me molto costra
8prima ch’io de pregion nel cave fòre.
El gran diletto, ch’io abbo in contado,
si è d’odir cantar rane e saleppe,
11e le lueerte correr per le greppe.
E tu in Pròsa ha’ el ciamprolino e ’I dado,
a la taverna, colle borse ceppe;
14ed io in essa m’artrovo di rado.
Molto divisa Tesser mio dal vostro;
saluta ’l ciamprolin, ch’usa col nostro

III

Celebra l’iniziale del nome di Trebaldino, per amor di lui.

Io son del «ti» si forte innamorato,
per ch’è principio de liggiadro nome;
sonne piti vago, ch’el fanciul di pome,
4tra letter’e vocali ch’io l’ho chiosato
e, per piú onor, de perle fegurato,
per piagere a colui, de cui io Tòme
suo servidor de quel, ch’io posso, come
8colui, ch’aspetta d’esser meritato.
Solo una grazia t’addomando, Amore:
fa’ch’io non péra sotto’l tuo pennello,
11però che vi Siria gran disinore,
sed io morisse d’un picciol quadrello;
da puoi che tu m’hai messo in tanto errore,
14fa’ch’io non mòra nel tempo, che gello.

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IV

Per il medesimo Trebaldino; acrostico.

tre anni e piú fa mò, ch’Amor mi prese,
ma ’n ben so’certo che mai non mi lassa;
balenò uno splendor, ch’ogn’altro passa:
4fredd’era il tempo, e di calor m’accese.
di morte in vita mia alma sospese;
ditelme donque, Amor, se mai s’abbassa:
non vede tu ch’io sto co’ pesce i’ nassa,
8ni po’ fuggir da lui né far defese?
servir ce puoi, Amore, e toglier doglie;
ramo fiorito, che stai in sul monte,
11celatamente fa’ che tu ne coglie.
Ben puoi saper qual nome io porto in fronte:
colui, che giá dinanze fe’menzione;
14Luccia al figliuol ferito pon cagione.

V

È indignato contro la madre di Trebaldino, perché ostacola il suo desiderio.

Rabbia mi morde el cor con maggiur izza,
che quella, che conquise Bonifazio:
benigno aspetto d’un desso, ch’io sazio
4si del bel cor, che ’nmaginando frizza,
Luccia l’adombra, ché per me se drizza
sovr’al suo figlio a far diverso strazio,
dicendo sempre: — Io non ti darò spazio,
8ladro, che tu mai parie a quel, ch’attizza. —
Cosi è questa crudel de pietá nuda,
piú, che non fu a! suo tempo Medea:
11ch’el mio sparvier ha ucciso ne la muda.
Ma ella coi van pensier se fa un’idea;
ma la natura ’l dá, ch’el gioven faccia,
14en ne la sua etá, cosa, che i piaccia.
S’el mio ci è morto, non è cosa nova,
ché quel de Giovannel ne fe’ giá prova.

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VI

Si strugge di non vedere l’oggetto del suo amore.

Po’che nel dolce aspetto abbandonai,
e legai l’alma nei vostre costume,
o signor, de mia vita guida e lume,
4prima ch’io mòra vederovv’io mai?
Io me panie da voi e ’l cor lassai,
onde convèn che sempre io me consume;
e, ben ch’io sparga de lagreme fiume,
8pianger non posso, che me paia assai.
Non sera mai piager, che mi contente,
né ch’ai dogliose spirte done pace,
11fin ch’io non veggio voi, signor verace.
Ma questa angossa, che cosí me sface,
signore, or ve ricorda il cor servente:
14che, poi ch’è vostro, non v’esca de mente.

VII

Si duole d’una troppo fugace visione della persoi a amata.

Questo saper ti fo, signor mio caro,
che, mentr’io viverò, si serò vostro,
si gran conforto mi déste nel chiostro,
4quando i vostr’occhie verso me miráro.
Ma’ lo beccaste quel dolore amaro,
el qual saper ti fo senza dimostro!
Ma per lo star, dico, d’un paternostro
8loco staesti, e puoi te ne celáro.
Vostra partita mi fe’ tanta noia,
ch’io star di sotto con gli altre non podde,
11ma anda’mi a riposare in su la loia.
Femme a un sentiere, e vidde casa gli Odde
e dissi: — O Dio, tu mi par’ben bellerco,
14s’a mala morte no uccide quel chierco! —

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VIII

È innamorato, ma non osa confessarlo.

Io veggio ben la mia desavventura,
ché per temenza perdo el mio desire;
e veggio ben che uom, ch’è senz’ardire,
4suo pregio non acquista per paura.
Uom, c’ha coraggio, puote aver ventura;
e bene è matto chi perde per dire,
come ch’él crede di poter fornire
8umiliando sempre la natura.
La gran temenza mi toglie ardimento
de dire a voi quello, ch’io porto in core,
11tal ho paura di far fallimento.
Ch’io non vi dico s’io vi porto amore:
ch’io sono in fuoco ed in grande tormento,
14e son giá quase morto del dolore.

IX

Supplica gli occhi amati a non negargli la dolce vista.

Voi, che portate de mia vita luce
nel viso chiar’col piacevele aspetto,
e non vedete me vostro soggetto,
4ch’Amor per voi a la morte conduce;
poi ch’el toccar da me fugg’e desduce,
e del parlarvi sòffero ’l difetto,
deh non siat’aspre a mostrami’ el cospetto,
8che raggio di salute al cuor traluce.
Per lo qua! a mirar si spesso vegno:
e, voi celandol, divento terreno,
11e sempre ’l tristo spirto piú vieti meno.
Vergogna nel venir non ha, né freno,
ben ch’altre parie o me dimostre in segno:
14m’è pur maggior la pena, ch’io sostegno.
Dinanzie a sua figura tu sie messo,
sonetto mio, vicario di me stesso.

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X

Se non si conforta del suo amore, morrá.

Ramo fiorito, el di, ch’io non ti veggio,
mio lieto cor di doglia si trafigge,
e la smarrita mente se refigge
4con quel signore Amor, cui sempre chieggio.
Ond’io ne prego voi, prima ch’io peggio
stia, ch’io vegna só’la tua merigge;
se non, la Morte dal corpo defigge
8l’alma, che nel mio cor per voi posseggio.
Donque, vi piaccia per Dio, signor caro,
di farine grazia, prima ch’io sia morto,
11ch’io non ne spero mai altro conforto,
se no ’l suo dolce frutto, per me amaro;
ma, se per lui mia vita non riparo,
14girò ne l’altro mondo, da te scòrto.
Si me prendeste, Amor, con novo ingegno,
ch’io sempre mai so’ stato vostro segno.

XI

Supplica l’amato che lo soccorra.

Le toi promesse me vegnon si in ordo
colle tuoi volte, che n’hai piú, che golpe;
né mi posso scudar dai mortai colpe,
4ch’Amor mi tra, per ch’io di te fui ’ngordo.
Ond’io ti prego, e questo ti ricordo,
che tu almen facce si, che tu ti scolpe:
ch’io sento l’alma che lascia le polpe
8fredde per doglia, ond’io le man mi mordo.
Però ti prego, signor, che soccurghe
con la tua medicina e Vienne a capo,
11poi che tal mal convien per te si purghe,

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se non ch’en quisto mondo piú non capo;
e giá mi renderia a Morte vinto
14senza ’l tuo viso, ch’i’ ho nel cor pinto.
Vanne, sonetto, tosto e rieca ’l pasto,
prima ch’io sia da Morte al tutto guasto.

XII

Si croccia per la crudeltá, che gli è usata.

Ogni pensier, ch’i’ ho ’n te, se dispera,
poi che con crudeltá te se’ compliso;
Eddio a tal gente non dá paradiso,
4ance i descaccia: e questa è cosa vera.
Se ben racordi il salutar di sera,
me rispondeste: — Or va’, che tu sie ucciso! —
Sempre col fin de tuoe parole un riso
8t’uscia di bocca con allegra cera.
Ond’io, mirando a voi, foi si contento,
che non m’increbber le villan’parole;
11nii rischiaraste, come l’aer el vento
fa, se da nuvoli è coverto el sole;
si ch’io di tal disio ognor mi pento,
14poi ch’ascaran se’ fatto e ’l cor m’invole.
Ma quel signore Amor, ch’amar mi trasse,
non vuol ch’io retro ritorne coi passe.

XIII

Rimpiange il tempo perduto nella vana passione.

Signor, tanto me piacquer tuoi salute,
ch’io mille grazie ne rendel al messo;
e ben mostre nel dir che sol se’ esso
4colui, ch’avanze sovr’ogne vertute.

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Ma i giorni e l’ore e notte, ch’i’ho perdute,
dògliomen molto, e biasemo ine stesso;
e pato mille morte via piú spesso,
8che quei, che stanno fra l’ardente Iute.
Ma eli ’è sola una spem, che ci persevra
l’alma nel corpo, inmaginando forse
11ch’Amor di su’ opinion tria molt’e levra.
Né mai per tal camin pássoce ’n forse,
né lascerò l’andar, tanto so’empio:
14in prima s’arfarebbe per me il tempio.
Sonetto fatto in riso e pianto e lutto,
a chi te legge non ti scovrir tutto.

XIV

Ad un amico, che vive nel contado.

Fatto ti se’, Giovagne, contadino,
e mane e sere mange coi bevolche,
e fai zappare e metter forme e solche,
4e bee aceto adacquato per fin vino,
e frasche vai mozzando col falcino;
con trista compagnia ti leve e colche:
onde ti prego che piú non ti folche
8a ritornare al tuo dolce camino.
Saper ti fo novella men, che bona:
el padre e ’l figlio stettero a gran rischio,
11ché ’nvelenate fuòr dal badalischio.
L’uno è scampato, e de ciò si ragiona,
ma sempre porterá nel viso un ríschio;
14per l’altro s’oderan que’triste sona
Vanne, sonetto, davanti a Giovanni,
e di’ che Francischin de biso ha panni.

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XV

Narra, in gergo furbesco, un certo viaggio avventuroso.

Andando per via nova e per via maggio,
giá per Etiopia mi trovai in Parige;
salse nel mondo, c’ha le gran pendige,
4com’Guiglielmin di Flanda fece ’l saggio.
Poscia tornai dov’è ’l gran baronaggio,
io dico in Francia, ove son cose lige;
Giotto mi folse ed empi mia valige:
8poi mi partie e presi mio viaggio.
E ’nver’Galizia prese ’l mio camino;
poco piú oltre mi fu minacciato:
11e dimandomme s’io avea del fiorino.
Ond’io ristetti, ed avvisai ’l mercato:
e mia risposta fu ch’io malandrino:
14si ch’ei da me se parti corrucciato.
Andando giú trovai Lellio ’n armo,
e di lo sant’aitar basciai lo marmo.

XVI

Per la caduta dei signori da Pietramala.

Mostrasi chiaro, per divin giudizio,
giá quei da Pietramala condannate,
ei quai de l’alta rota son chinate
4e giú desposte d’ogne lor offizio.
Si gran peccato di soperbia e vizio
soffrir non podde el redentor Fate:
Lucifero angelo e gli altre chiamate
8private fuòr d’ogne bene letizio.
Poi ch’è sentenza, tal sia manifesta:
o qual conforto in ciò possa valere,
11che non convegna d’inchinar lor testa.

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Ma, per trattato di pace volere,
credevan su montare a far gran festa,
11e nel lor primo stato remanere.
Non rivocò mai Dio suo concistorio,
però che l’infinita sua giustizia
14fraudo noi si può far, né giá malizia.

XVII

Ad un tale, ammonendolo che il mal acquistato non dá frutto.

O tu, che pigni in due parete azzuro,
e váice mettend’òr senza mordente,
e l’una fáite in vista si lucente,
4ch’en l’altra si doventa buio e scuro:
e giá non pense nel tempo futuro,
né co’ al Signor despiace ei fraudolente?
né ancor non guardi che dina la gente,
8veggendose in palese quisto furo?
Ma sappi ch’io non so’sordo né muto,
ch’io non conosca le parole false,
11che ne la vista mi parver si salse,
odendo dimandar si gran trebuto.
Chi partir crede quel del suo fratello,
14el suo veggia partir con lo coltello.

XVIII

Consiglia un amico di non parlare senza riflettere.

Niccolò, io vero amico te conseglio
che tu ti guardi innanti, che ti attacche,
per che l’onor de toi vertute affiacche
4e cange Tordo nero e ’l bel vermeglio.

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Empara di tacer, e farai meglio:
e guarda che chi t’ode non te fiacche;
cieco se se’, non vede quante bracche
8cercante de pigliar: però ti sveglio.
Parlano molti, che tacer non sanno,
dannando si colle lor sceme bocche,
11che spesse fiade receono ’l malanno.
Or fa’ che quisto vizio non ti tocche;
molte receono di lor parlar danno:
14ora pensa oggema’ innanti, che scocche.

XIX

Chiede a Dio perdono dei suoi peccati.

Peccavi, Deus, miserere mei;
deh, dolce signor mio, or mi perdona,
e pensa che, se ogne opra fusse bona,
4luoco a misericordia non serei.
Se non mi receve, e io te vegno ai piei,
molto sera crudel la tua persona;
però che pietá mai non abbandona
8chi dice: —Mercé chèggio, ch’io mal fei! —
Ma, per che meglio perdonar mi posse,
dove e quando tu vói’, tutto m’allide,
11flagella la mia carne e i nerbe e gli osse.
E, se di questo saciar non ti vide,
e non t’appaghe de cotal percosse,
14perdonaraime prima, e puoi m’ancide.

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