Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)/XVI. Folgore da San Gimignano

XVI. Folgore da San Gimignano

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XV. Parlantino da Firenze XVII. Cenne dalla Chitarra d'Arezzo
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XVI

FOLGORE DA SAN GIMIGNANO

I

Enumera i sette membri della brigata, alla quale dedica i sonetti dei mesi.

A la brigata nobile e cortese,
e ’n tutte quelle parti, dove sono,
con allegrezza stando sempre dono
4cani, uccelli e danari per ispese,
ronzin portanti, quaglie a volo prese,
bracchi levar, correr veltri a bandono:
in questo regno Niccolò corono,
8per ch’elli è fior de la cittá sanese;
Tengoccio e Min di Tengo ed Ancaiano,
Bartolo e Mugavcro e Fainotto,
11che paiono figliuoi del re Priáno:
prodi e cortesi più, che Lancilotto;
se bisognasse, con le lance in mano
14farian torneamenti a Camclotto.

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II

Gennaio.

I’ doto voi, nel mese di gennaio,
corte con fuochi di salette accese,
camer’e letta d’ogni bello arnese,
4lenzuoi di seta e copertoi di vaio,
tregèa, confetti e mescere a razzaio,
vestiti di doagio e di rascese:
e ’n questo modo star a le difese,
8muova scirocco, garbino e rovaio.
Uscir di fuor alcuna volta il giorno,
gittando de la neve bella e bianca
11a le donzelle, che starati da torno;
e, quando fosse la compagna stanca,
a questa corte facciasi ritorno:
14e si riposi la brigata franca.

III

Febbraio.

E di febbrai’ vi dono bella caccia
di cervi, cavrioli e di cinghimi,
corte gonnelle con grossi calzari,
4e compagnia, che vi diletti e piaccia;
can da guinzagli e segugi da traccia,
e le borse fornite di danari,
ad onta degli scarsi e degli avari,
8che di questo vi dán briga ed impaccia.
E la sera tornar co’ vostri fanti
carenti de la molta salvaggina,
11avendo gioia ed allegrezza e canti;
far trar del vino e fumar la cucina,
e fin al primo sonno star razzanti:
14e po’ posare ’nfin a la mattila.

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IV

Marzo.

Di marzo si vi do una peschiera
d’anguille, trote, lamprede e salmoni,
di dentali, dalfini e storioni,
4d’ogn’altro pesce in tutta la rivèra;
con pescatori e navicelle a schiera,
e barche, saettie e galeoni,
le quai vi portino tutte stagioni
8a qual porto vi piace a la pii mèra:
che sia fornito di molti palazzi,
d’ogn’altra cosa, che vi sic mesterò,
11e gente v’abbia di tutt’i sollazzi.
Chiesa non v’abbia mai né monastero;
lassate predicar i preti-pazzi,
14c’hanno troppe bugie e poco vero.

V

Aprile.

D’april vi dono la gentil campagna
tutta fiorita di bell’erba fresca;
fontane d’acqua, che non vi rincresca;
4domi’c donzelle per vostra compagna;
ambiami palafren, destrier di Spagna
e gente costumata a la francesca;
cantar, danzar a la provenzalesca
8con instrumenti novi d’Alemagna.
E da torno vi sia molti giardini,
e giacchito vi sia ogni persona:
11ciascun con reverenza adori e ’nchini
a quel gentil, c’ho dato la corona
di pietre preziose le piú fini,
14c’ha presto Gianni o re di Babilòna.

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VI

Maggio.

Di maggio si vi do molti cavagli,
e tutti quanti siano affrenatori,
portanti tutti, dritti corritori;
4pettorali e testère di sonagli,
con bandère e coverte a molti tagli
di zendadi e di tutti li colori;
le targhe a modo degli armeggiatori;
8viol’e ros’e fior, ch’ogn’uom abbagli;
e rompere e fiaccar bigordi e lance,
e piover da finestre e da balconi
11in giú ghirlande ed in su mclerance;
e pulzellette gioveni e garzoni
baciarsi ne la bocca e ne le guance:
14d’amor e di goder vi si ragioni.

VII

Giugno.

Di giugno dowi una montagnetta
coverta di bellissimi arboscelli,
con trenta ville e dodici castelli,
4che sian intorno ad una cittadetta,
ch’abbia nel mezzo una sua fontanetta
e faccia mille rami e fiumicelli,
ferendo per giardin e praticelli,
8e rinfrescando la minuta erbetta.
Aranci e cedri, dáttili e lumie
e tutte l’altre frutte savorose
11impcrgolate siano per le vie;
e le genti vi sian tutte amorose,
e faccianvisi tante cortesie,
14ell’a tutto ’l mondo siano graziose.

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VIII

Luglio.

Di luglio in Siena, su la saliciata,
con piene le ’ngliistare di trebbiani;
ne le cantine li ghiacci vaiani,
4e man e sera mangiar in brigata
di quella gelatina ismisurata,
istante roste, gioveni fagiani,
lessi capponi, capretti sovrani
8e, cui piacesse, la manza e l’agliata.
Ed ivi trar buon tempo e buona vita,
e non andar di fuor per questo caldo;
11vestir zendadi di bella partita;
e, quando godi, star pur fermo e saldo,
e sempre aver la tavola fornita:
14e non voler la moglie per gastaldo.

IX

Agosto.

D’agosto si vi do trenta castella
in una valle d’alpe montanina,
che non vi possa vento di marina,
4per istar sani e chiari come stella;
e palafreni da montare ’n sella,
e cavalcar la sera e la mattina:
e l’una terra a l’altra sia vicina,
8ch’un miglio sia la vostra giornatella,
tornando tuttavia verso la casa;
e per la valle corra una fiumana,
11che vada notte e eli traente e rasa;
e star nel fresco tutta meriggiana:
la vostra borsa sempre a bocca pasa,
14per la miglior vivanda di Toscana.

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X

Settembre.

Di settembre vi do diletti tanti:
falconi, astori, smerletti, sparvieri;
lunghe, gherbegli, geti con carnieri,
4brachette con sonagli, pasto e guanti;
bolz’e balestre dritt’e ben portanti,
archi, strali, ballotte e ballotticri;
sianvi mudati guilfanghi ed astieri
8nidaci e di tutt’altri uccel volanti,
• che fosser buoni da snidar e prendere:
e l’un a l’altro tuttavia donando,
11e possasi rubar, e non contendere,
quando con altra gente rincontrando;
la vostra borsa si’ acconcia a spendere,
14e tutti abbiate l’avarizia in bando.

XI

Ottobre.

Di ottobre nel conta, c’ha buono stallo,
e’pregovi, figliuoi, che voi n’andate;
traetevi buon tempo ed uccellate,
4come vi piace, a piè ed a cavallo.
La sera per la sala andate a ballo,
e bevete del mosto e inebriate,
ché non ci ha miglior vita, in ventate:
8e questo è vero, com’è ’l fioriti giallo.
E poscia vi levate la mattina,
e lavatevi’l viso con le mani;
11Io rosto e ’l vino è buona medicina.
A le guagnèle, starete piú sani,
ca pesce in lag’o fiume o in marina,
14avendo meglior vita di cristiani!

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XII

Novembre.

E di novembre Petriuolo, il bagno,
con trenta muli carchi di moneta:
la ruga sia tutta coverta a seta;
4coppe d’argento, bottacci di stagno:
e dar a tutt’i stazzonicr guadagno;
torchi dppier, che vegnan di Chiareta;
confetti con cedrata di Gaeta:
8e bea ciascun e conforti ’l compagno.
E lo freddo sia grande e ’l fuoco spesso;
fagiani, starne, colombi mortiti,
11lèvori, cavrioli rosto e lesso:
e sempre aver acconci gli appetiti;
la notte ’l vento e piover a ciel messo:
14e siate ne le letta ben forniti.

XIII

Dicembre.

E di dicembre una cittá in piano:
sale terrene, grandissimi fuochi,
tappeti tesi, tavolier e giuochi,
4torticci accesi, star co’ dadi in mano.
e l’oste inebriato e catellano,
e porci morti e finissimi cuochi,
ghiotti morselli, ciascun béa e mandóchi:
8le botti sian maggior, che San Galgano.
E siate ben vestili e foderati
di guarnacch’e tabarri e di mantelli
11e di cappucci fini e smisurati;
e beffe far de’ tristi cattivelli
de’ miseri dolenti sciagurati
14avari: non vogliate usar con ehi.

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XIV

Si congeda dalla nobile brigata e dal suo principe.

Sonetto mio, a Niccolò di Nisi,
colui, ch‘è pien di tutta gentilezza,
di’ da mia parte con molt’allegrezza
4ch’io son acconcio a tutt’i suoi servisi;
e piú m’è caro, che non vai Parisi,
d’avere sua amistade e contezza:
e, s’ello avesse imperiai ricchezza,
8stare’li me’, che San Francesco in Sisi.
RaccomendamL a lui tutta fiata
ed a la sua compagna ed Ancaiano,
11ché senza lui non è lieta brigata.
Folgore vostro da San Giminiano
vi manda dice e fa questa ambasciata:
14che voi n’anJaste con suo cor in mano.

XV

Dedica ad un giovine gentiluomo i sonetti della settimana.

I’ ho pensato di far un gioiello,
che si’ allegro, gioioso ed ornato,
e si ’l vorrei donare ’n parte e lato,
4ch’ogn’uomo dica: — E’ li sta ben, è bello! —
Ed or di nuovo ho trovato un donzello
saggio, cortes’e ben ammaestrato,
che gli starebbe meglio l’emperiato,
8che non istá la gemma ne l’anello:
Carlo di misser Guerra Cavicciuoli,
quel, ell’è valent’ed ardito e gagliardo
11e servente, comandi chi che vuoli;
leggero piu, che lonza o liopardo:
e mai non fece de’ denar figliuoli,
14ma spende piú, che ’l marchese lombardo.

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XVI

Lunedi.

Quando la luna e la stella diana
e la notte si parte, e ’l giorno appare,
vento leggero, per polire Tare,
4ne fa la gente star allegra e sana;
il lunedi, per capo di semana,
con instrumenti mattinata fare,
ed amorose donzelle cantare
8e ’l sol ferire per la meridiana.
Lèvati su, donzello, e non dormire,
clic l’amoroso giorno ti conforta
11e vuol che vadi tua dona’ a servire.
Palafren e destrier sian a la porta,
donzelli e servitor con bel vestire:
14e po’ far ciò, ch’Amor comanda e porta.

XVII

Martedí.

E’l martedí li do un nuovo mondo:
udir sonar trombetti e tamburelli,
armar pedon, cavalier e donzelli,
4e campane a martello dicer «dòn do»;
e lui primiero e li altri secondo,
armati di loriche e di cappelli,
veder nemici c percoter ad elli,
8dando gran colpi e mettendoli a fondo;
destrier veder andar a vote selle,
tirando per lo campo lor segnori,
11e strascinando fegati e budelle;
e sonar a raccolta trombaiori
e sufoli, flauti e ciaramelle,
14e tornar a le schiere i feritori.

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XVIII

Mercoledí.

Ogni mercoredi corredo grande
di lepri, starne, fagian e paoni,
e cotte manze ed arrosti capponi
4e quante son delicate vivande;
donn’e donzelle star per tutte blinde,
figlie di re, di conti e di baroni,
e donzellati gioveni e garzoni
8servir portando amorose ghirlande;
coppe, nappi, bacin d’oro e d’argento,
vin greco di riviera e di vernaccia,
11frutta, confetti quanti li è ’n talento,
e presentarvi uccellagioni e caccia:
e quanti son a suo ragionamento
14sien allegri e con la chiara faccia.

XIX

Giovedí.

Ed ogni giovedí torneamento,
e giostrar cavalier ad uno ad uno,
e la battaglia sia ’n luogo coniano,
4a cinquanta e cinquanta e cento e cento.
Arme, destrier e tutto guarnimento,
sien d’un paraggio addobbati ciascuno;
da terza a vespro, passato ’I digiuno,
8allora si conosca chi ha vento.
E po’ tornar a casa a le lor vaghe,
ove serann’i fin letti soprani,
11e medici fasciar percosse e piaghe,
e le donne aitar con le lor mani:
e di vederle si ciascun s’appaghe,
14che la mattina sien guariti e sani.

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XX

Venerdí.

Ed ogni venerdí gran caccia e forte:
veltri, bracchetti, mastin e stivori,
e bosco basso miglia di staiori,
4lá, ’ve si troven molte bestie accorte,
che possano veder cacciando scorte;
e rampognar insieme i cacciatori,
cornando a caccia presa i cornatori:
8ed allor vegnan molte bestie morte.
E po’ ricoglier i cani e la gente,
e dicer: — L’atnor meo manda a cotale.
11— A le guagncle, sera bel presente!
— E’ par ch’i nostri cani avesser ale!
— Tè’ tè’, Belluccia, Picciuolo c Serpente,
14ché oggi è ’l di de la caccia reale!

XXI

Sabato.

E M sabato diletto ed allegrezza
in uccellar e volar di falconi,
e percuotere grue, ed alghironi
4iscendere e salire grand’altezza;
ed a Poche ferir per tal fortezza,
che perdan l’ale, le cosce e’ gropponi;
corsier e palafren mettere a sproni,
8ed isgridar per gloria e per baldezza.
E po’tornar a casa, e dir al cuoco:
— To’ queste cose e acconcia per dimane,
11e pela, taglia, assetta e metti a fuoco;
ed abbie fino vino e bianco pane,
ch’e’ s’apparecchia di far festa c giuoco;
14fa’ che le tue cucine non sian vane! —

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XXII

Domenica.

A la domane, a l’apparér del giorno
vcnente, che domenica si chiama,
qual piú li piace, damigella o dama,
4abbiane molte, che li sien da torno;
in un palazzo dipinto ed adorno
ragionare con quella, che piú ama;
qualunche cosa, che desia e brama,
8vegna in presente senza far distorno.
Danzar donzelli, armeggiar cavalieri,
cercar Firenze per ogni contrada,
11per piazze, per giardin e per verzieri;
e gente molta per ciascuna strada,
e tutti quanti il veggian volontieri:
14ed ogni di di ben in meglio vada.

XXIII

Incominciano i sonetti delle virtú, che ornano il vero cavaliere.

Ora si fa un donzello cavalieri,
e vuoisi far novellamente degno;
e’ pon sue terre e sue castell’a pegno,
4per ben fornirsi di ciò, ch’è mistieri;
annona, pane e vin dá a’ forestieri,
manze, pernici e cappon per ingegno;
donzelli e servidori a dritto segno,
8camere elette, cerotti e doppieri.
E pens’a’ molti affienati cavagli,
armeggiatori e bella compagnia,
11aste e bandiere, coverte e sonagli
ed istormenti con gran baronia:
e’ giucolar per la terra guidagli;
14donne e donzelle per ciascuna via!

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XXIV

Prodezza.

Ecco Prodezza, che tosto lo spoglia,
e dice: — Amico, e’convien che tu mudi,
per ciò ch’i’vo’ veder li uomini nudi;
4e vo’ che sappi non abbo altra voglia.
E lascia ogni costume, che far soglia,
e nuovamente t’affatichi e sudi;
se questo fai, tu sarai de’ miei drudi,
8pur che ben far non t’incresca né doglia. —
E, quando vede le membra scoperte,
immantenente se le reca in braccio,
11dicendo: — Queste carni m’hai offerte;
i’ te ricevo e questo don ti faccio,
acciò che le tue opere sien certe;
14che ogni tuo ben far giá mai non taccio.—

XXV

Umiltá.

Umilitá dolcemente il riceve,
e dice: — Punto non vo’che ti gravi,
che pur convèn ch’io ti rimondi e lavi;
4e farotti piú bianco, che la neve.
E ’ntendi quel, ched io ti dico breve:
ch’i’ vo’ portar de lo tuo cor le chiavi;
ed a mio modo converrá che navi;
8ed io ti guiderò si come meve.
Ma d’una cosa far tosto ti spaccia,
che tu sai che soperbia m’è nimica:
11che piú con teco dimoro non faccia.
I’ ti sarabbo cosí fatta amica,
che converrá ch’a tutta gente piaccia;
14e cosí fa chi di me si notrica. —

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XXVI

Discrezione.

Discrezione incontanente venne,
e si l’asciuga d’un bel drappo e netto,
e tostamente si ’l mette ’n sul letto
4di lin, di seta coverture e penne.
Or ti ripensa: e ’nfin al di vi ’l tenne
con canti, con sonare e con diletto!
Accompagnollo, per farlo perfetto,
8di novi cavalier, che ben s’avvenne.
Poi disse: — Lieva suso immantenente,
ché ti convien rinascere nel mondo,
11e l’ordine, che prendi, tieni a mente. —
Egli ha tanti pensier, che non ha fondo,
del gran legame, dov’entrar si sente;
14e non può dir: — A questo mi nascondo. —

XXVII

Allegrezza.

Giugne Allegrezza con letizia e festa,
tutta fiorita che pare un rosaio;
di lin, di seta, di drappo e di vaio
4allor li porta bellissima vesta,
vetta, cappuccio con ghirlanda ’n testa;
e si adorno l’ha, che pare un maio:
con tanta gente, che trema’l solaio;
8allor si face l’opra manifesta.
E ritto I ’ha in calze ed in pianelle,
borsa, cintura inorata d’argento,
11che stanno sotto la leggiadra pelle;
cantar sonando ciascuno stormento,
mostrando lui a donne ed a donzelle
14e quanti sono a questo assembramento.

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XXVIII

In vituperio dei pisani.

Piú lichisati siete, ch’ermellini,
conti pisan, cavalieri e donzelli,
e per istudio de’ vostri cappelli
4credete vantaggiare i fiorentini; •
e franchi fate stare i ghibellini
in ogni parte, o ciltadi o castelli:
veggendovi si osi e si isnelli,
8sotto l’arme parete paladini.
Valenti sempre come lepre in caccia
a riscontrare in mare i genovesi:
11e co’ lucchesi non avete faccia;
e, come i can de Possa son cortesi,
se Folgore abbia cosa, che gli piaccia,
14siete voi contro a tutti li foresi.

XXIX

Contro Dio, che protegge i ghibellini a detrimento dei guelli.

Io non ti lodo, Dio, e non ti adoro,
e non ti prego, e non ti ringrazio,
e non ti servo: ch’io ne so’ piú sazio,
4che l’anime di stare ’n purgatoro:
per che tu hai mess’i guelfi a tal martòro,
ch’i ghibellini ne fan beffe e strazio;
e, se Uguccion ti comandasse il dazio,
8tu ’l pagaresti senza perentoro.
Ed hanti certo si ben conosciuto,
tolto t’han San Martin ed Altopasso
11e San Michel e’l tesor, c’hai perduto;
e hai quel popol marzo cosí grasso,
che per superbia chcrranti ’l tributo:
14e tu hai fatto ’l cor, che par d’un sasso.

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XXX

Rampogna la viltá dei guelfi.

Guelfi, per fare scudo de le reni
avete fatti i conigli leoni,
e per ferir si forte di speroni
4tenendo vólti verso casa i freni.
E tal perisce in malvagi terreni,
che vincerebbe a dar con gli spuntoni;
fatto avete le púpule falconi,
8si par che ’l vento ve ne porti e meni.
Però vi do conseglio che facciate
di quelle del pregiato re Roberto:
11e rendetevi in colpa e perdonate.
Con Pisa ha fatto pace, quest’è certo;
non cura de le carni mal fatate,
14che son rimase a’ lupi in quel deserto.

XXXI

E sferza le loro funeste dissensioni.

Cosi faceste voi o guerra o pace,
guelfi, si come siete in divisione,
ché ’n voi non regna punto di ragione,
4lo mal pur cresce e ’l ben s’ammorta e tace.
E l’uno contra l’altro isguarda, c spiace
lo suo essere e stato e condizione;
fra voi regna il pugliese e ’l Ganelone,
8e ciascun soffia nel fuoco penace.
Non vi ricorda di Montecatini,
come le mogli e le madri dolenti
11fan vedovaggio per gli ghibellini,
e babbi, frati, figliuoli e parenti?
E chi amasse bene i suoi vicini
14combatterebbe ancora a stretti denti!

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XXXII

In lode della liberalitá.

Cortesia cortesia cortesia chiamo,
e da nessuna parte mi risponde;
e chi la dèe mostrar si la nasconde,
4e per ciò, a cui bisogna, vive gramo.
Avarizia le genti ha prese a ramo,
ed ogni grazia distrugge e confonde:
però, s’io me ne doglio, io so ben onde;
8di voi, possenti, a Dio me ne richiamo.
Che la mia madre cortesia avete
messa si sotto ’l piè, che non si leva;
11l’aver ci sta, voi non ci rimanete;
tutti siem nati di Adam e di Èva;
potendo, non donate e non spendete
14mal’ha natura chi tai figli alleva.