Sofonisba (Alfieri, 1946)/Atto quinto

Atto quinto

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Atto quarto

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ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Scipione, Centurioni.

Scip. Giá tutto io so. Nella imminente notte,

ciascun di voi delle romane tende
a guardia vegli: ma comando espresso
vi do, che ostacol nullo, insulto nullo
non si faccia ai Numídi. Itene; e queta
passi ogni cosa.


SCENA SECONDA

Scipione.

  O Massinissa ingrato,

il tuo furor contro al mio solo petto
sfogar dovrassi; o in me, qual onda a scoglio,
infranger si dovrá. — Ma il passo incerto,
ecco, ei ver me turbato porta: ei forse
sa il destin di Siface... Oh qual mi prende
pietá di lui! — Deh! vieni a me; deh! vieni...


SCENA TERZA

Scipione, Massinissa, Soldato Numida in disparte.

Massin. Quí mi attendi, o Guludda. — A questo incontro

non era io presto.
Scip.   E che? sfuggir mi vuoi?

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Io son pur sempre il tuo Scipione: indarno

cerchi or te stesso altrove; io sol ti posso
rendere a te.
Massin.   Fuor di me stesso io m’era,
certo, in quel dí, che di mia vita e onore
traffico infame, onde acquistar catene,
io fea con voi. Ma, la dovuta ammenda
faronne io forse; e fia sublime. Allora
vedrai, che appien tornato in me son io.
Scip. Giá tel dissi; svenarmi, o Massinissa,
anco tu puoi: ma, fin ch’io spiro, è forza
che tu mi ascolti.
Massin.   A ciò mi manca or tempo...
Scip. Breve or tempo hai da ciò. — Ma omai, che speri?
Ogni tua trama è a me palese: stanno
furtivamente in armi entro lor tende
i tuoi Numídi; impreso hai di sottrarre
Siface, e in un...
Massin.   Se tanto sai; se l’arti
d’indagator tiranno a tanto hai spinte,
ch’anco fra’ miei chi mi tradisca hai compro;
a compier l’opra anche la forza aggiungi,
poiché piú armati hai tu. Presto me vedi
a morir, sempre; a mi cangiar, non mai.
Scip. Scipion tu oltraggi; ei tel perdona. Ah! teco
spada adoprar null’altra io vo’, che il vero;
e col ver vincerotti. La tua stessa
Sofonisba, che t’ama, (il crederesti?)
ella stessa svelare a me tue trame
appieno or dianzi fea...
Massin.   Che ascolto? oh cielo!...
Scip. Sí, Massinissa; io te lo giuro. Or dianzi,
per espresso comando di Siface,
fu dal suo padiglione ella respinta;
quindi e rabbia e dolore a tal l’han tratta,
ch’ogni disegno tuo scoprir mi fea. —

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Ma invano io ’l seppi: in tuo poter tuttora

sta, se il vuoi, di rapirla. Abbiati pure
suo difensor Cartagine; nol vieto:
avronne io ’l danno; io, che l’amico e insieme
la fama perderò. Ma, il ciel, deh! voglia,
che a te maggior poscia non tocchi il danno!
Massin. E Sofonisba istessa,... a favor tuo...
vuol contra me?... Creder nol posso. Or donde?...
Scip. Ella, maggior del suo destino assai,
prova d’amor darti or ben altra intende.
Necessitá fa forza anco ai piú prodi:
al suo gran cor sprone si aggiunge il forte
ultimo esempio di Siface.
Massin.   Or quali
ambigui detti?... Di qual prova parli?
Qual di Siface esemplo?...
Scip.   E che? nol sai?
Giunto è Siface entro sua tenda appena,
qual folgor ratto ecco ei si avventa al brando
del centurion, che a guardia stavvi; in terra
l’elsa ei ne pianta, ed a furor sovr’esso
si precipita tutto...
Massin.   Oh, mille volte
felice lui! dalla esecrabil Roma
cosí sottratto...
Scip.   Spirando, egli impone,
ch’ivi l’ingresso a Sofonisba a forza
vietato venga.
Massin.   Ed ella?... Ahi! ch’io ben veggo
del di lei stato appien l’orror... Ma troppo
dal destin di Siface è lunge il mio.
Vinto ei da te, di propria man si svena:
io, non vinto per anco, esser vo’ spento
da un roman brando, ma col brando in pugno.
Scip. Ah! no; perir tu al par di lor non dei.
Piú che il morire, assai di te piú degno,

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sublime sforzo ora il tuo viver fia.

Massin. Viver senz’essa?... Ah! non son io da tanto...
Ma, ch’io salvarla in nessun modo?... Io voglio
vederla ancor, sola una volta.
Scip.   Ah! certo,
gli alti tuoi sensi a ridestarti in petto,
piú ch’io non vaglio, il suo parlar varratti. —
Eccola; starsi alla mia tenda appresso
vuol ella omai; d’Affrica intera agli occhi,
di Roma agli occhi, ogni dover suo crudo
ella compier disegna. Odila; seco
Scipion ti lascia: in ambo voi si affida
il tuo Scipion; ch’esser di lei men grande,
tu nol potresti.


SCENA QUARTA

Sofonisba, Scipione, Massinissa.

Sofon.   Ah! ferma il piede. Io vengo

a te, Scipione; e tu da me ti togli?
Scip. Sacro dover vuol che pomposo rogo
al morto re si appresti...
Sofon.   Almen, quí tosto
riedi; ten prego. Mia perpetua stanza
fia questa omai: quí d’aspettarti io giuro.


SCENA QUINTA

Sofonisba, Massinissa.

Massin. Perfida! ed anco all’inumano orgoglio

il tradimento aggiungi?
Sofon.   Il tradimento?
Massin. Il tradimento, sí: mentr’io mi appresto
a voi salvare, a morir io per voi,
a Scipio sveli il mio pensier tu stessa?

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Sofon. — Siface seco non mi volle estinta.

Massin. Meco salva ei ti volle.
Sofon.   Ei giá riebbe
sua libertá; quella ch’io cerco, e avrommi. —
Teco sottrarmi dal romano campo,
nol poss’io, se non perdo appien mia fama.
Di vero amor troppo mi amasti e m’ami,
per salvarmi a tal costo: io, degna troppo
son del tuo amor, per consentirtel mai.
Null’altro io dunque, in rivelar tue mire,
ho tolto a te, che la funesta possa
di tradir la mia fama e l’onor tuo.
Massin. Nulla mi hai tolto; assai t’inganni: ancora
tutto imprender poss’io: rivi di sangue
scorrer farò: versare il mio vo’ tutto,
pria che schiava lasciarti...
Sofon.   E son io schiava?
Tal mi reputi or tu?
Massin.   Di Roma in mano
ti stai...
Sofon.   Di Roma? Io di me stessa in mano
per anco stommi: o in mano tua, se in core
regal pietá per me tu ancor rinserri.
Massin. Inorridir mi fai... Sovra il tuo aspetto,
di risoluta morte alta foriera
veggo, una orribil securtá... Ma, trarti...
Sofon. Tutto fia vano: al mio voler, che figlio
è del dovere in me, forza non havvi
che a resistere vaglia. È la mia morte
necessaria, immutabile, vicina;
e fia libera, spero; ancor che inerme
io sia del tutto; ancor ch’io, stolta, in Cirta
l’amico sol dei vinti re lasciassi,
il mio fido veleno; ancor che un sacro
solenne giuro di sottrarmi a Roma
dal labro udissi del mio stesso amante;...

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giuro, cui sparso ha tosto all’aure il vento.

Fra quest’aquile altere ancor regina,
figlia ancora d’Asdrubale, secura
in me medesma io quí non meno stommi,
che se in Cartago, o se in mia reggia io stessi. —
Ma, tu non parli?... disperati sguardi
pregni di pianto affiggi al suolo?... Ah! credi,
che il mio dolor si agguaglia al tuo...
Massin.   Diverso
n’è assai l’effetto: io, di coraggio privo,
men che donna rimango; e tu...
Sofon.   Diverso
lo stato nostro è assai: ma, non l’è il core...
Credilo a me: bench’io non pianga, io sento
strapparmi il cor: donna son io; né pompa
d’alma viril fo teco: ma non resta
partito a me nessuno, altro che morte.
S’io men ti amassi, entro a Cartagin forse
ti avria seguito, e di mia fama a costo
avrei coll’armi tue vendetta breve
di Roma avuta: ma per me non volli
porti a inutile rischio. È omai maturo
il cader di Cartagine: discorde
cittá corrotta, ah! mal resister puote
a Roma intera ed una. Avrei pur troppi
giorni vissuto, se la patria mia
strugger vedessi; e te con essa andarne,
per mia cagione, in precipizio. A Roma
fido serbarti, e al gran Scipion (qual dei)
amico grato; in gran possanza alzarti;
a tua vera virtú dar largo il campo;
ciò tutto or puote, e sol mia morte il puote.
Piú che il mio ben, mi sforza il tuo...
Massin.   Mi credi
dunque sí vil, ch’io a te sorviver osi?
Sofon. Maggior di me ti voglio: esserlo quindi

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tu dei, col sopravvivermi: ed in nome

della tua fama, a te il comando io prima.
Vergogna or fora a te il morir; che solo
vi ti trarrebbe amore: a me vergogna
il viver fora, a cui potria sforzarme
il solo amore. È necessario, il sai,
il mio morire: a me il giurasti; e ancora
sariami grato di tua man tal dono:
ma non puoi tormel tu, per quanto il nieghi.
In questo luogo, al campo in faccia, in muto
immobil atto, ancor tre giorni interi
ch’io aggiunga a questo, in cui né d’acqua un sorso
libai, vittoria a me daran di Roma.
Vedi s’è in te pietá, cosí lasciarmi
a morte lunga, allor che breve e degna
giurasti procacciarmela... Ahi me stolta!
che in te solo affidandomi, quí venni...
Massin. Tu dunque hai fermo il morir nostro...
Sofon.   Il mio.
Se insano tu, contro a mia voglia espressa,
l’arme in te volgi; odi or minaccia fera,
e l’affronta, se ardisci; io viva in Roma
trarre mi lascio, e di mia infamia a parte
il tuo nome porrò... Deh! pria che rieda
a noi Scipione, in libertade appieno
tornami or tu; se non sei tu spergiuro.
Massin. Che chiedi?... oh ciel! Del brando mio non posso
armar tua mano... Incerto il colpo...
Sofon.   Il brando
vuol mano, è ver, usa a trattarlo. Un nappo
di velen ratto al femminil mio ardire
meglio confassi. Il tuo fedel Guludda
vegg’io non lungi; ei per te stesso il reca
sempre con se: chiamalo; il voglio.
Massin.   — Oh giorno! —
Guludda, a me quel nappo. — Or va, mi aspetta

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alle mie tende. — È questo dunque, è questo

il don primier, l’ultimo pegno a un tempo
dell’immenso mio amor, che a viva forza
tu vuoi da me?... Pur troppo (io ’l veggo) in vita
tu non rimani, a nessun patto; e a lunga
morte stentata lasciarti non posso. —
Non piangerò,... poiché non piangi: a ciglio
asciutto, a te la feral tazza io stesso,
ecco, appresento... A patto sol, che in fondo
mia parte io n’abbia...
Sofon.   E tu l’avrai, qual merti.
Or dell’alto amor mio sei degno al fine.
Donami dunque il nappo.
Massin.   Oh ciel! mi trema
la mano, il core...
Sofon.   A che indugiare? è forza,
pria che giunga Scipione...
Massin.   Eccoti il nappo.
Ahi! che feci? me misero!...
Sofon.   Consunto
ho il licor tutto: e giá Scipion quí riede.
Massin. Cosi m’inganni? Un brando ancor mi avanza;
e seguirotti1.


SCENA SESTA

Scipione, Massinissa, Sofonisba.

Scip.   Ah! no; fin ch’io respiro...

Massin. Ahi traditor! dentro al tuo petto io dunque
della uccisa mia donna avrò vendetta.

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Scip. Eccoti inerme il petto mio: la destra

sprigionerotti, affin che me tu sveni;
ad altro, invan lo speri.
Sofon.   O Massinissa,
ti abborrisco se omai...
Scip.   Me sol, me solo
uccider puoi; ma fin ch’io vivo, il ferro
non torcerai nel petto tuo.
Massin.   — Rientro
al fine in me. — Scipion, tutto mi hai tolto;
perfin l’altezza de’ miei sensi.
Sofon.   Ingrato!...
Puoi tu offender Scipione? Ei mi concede,
come a Siface giá, libera morte;
mentre forse ei vietarcela potea:
a viva forza ei ti sottragge all’onta
di morte imbelle obbrobríosa: e ardisci,
ingrato ahi! tu, Scipio insultar? Deh! cedi,
cedi a Scipion; fratello, amico, padre
egli è per te.
Massin.   Lasciami omai: tu invano
il furor mio rattieni. Morte,... morte...
io pur...
Sofon.   Deh! Scipio... ah! nol lasciare: altrove
fuor della vista mia traggilo a forza.
Ei nato è grande, e il tuo sublime esemplo
il tornerá pur grande: a Roma, al mondo
sua debolezza ascondi... Io... giá... mi sento
gelar le vene,... intorpidir la lingua. —
A lui non do,... per non strappargli il core,...
l’estremo addio. — Deh! va: fuor lo strascína...
ten prego;... e me... lascia or morir,... qual debbe
d’Asdrubal figlia,... entro al... romano campo.
Massin. Ah!... Dalla rabbia,... dal dolor... mi è tolta...
ogni mia possa... Io... respirare... appena,...
non che... ferir...

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Scip.   Vieni: amichevol forza

usarti vo’:2 non vo’ lasciarti io mai...
né mai di vita il tuo dolor trarratti,
se il tuo Scipione teco ei non uccide.


  1. Sta per trafiggersi; Scipione robustamente afferrandogli il braccio, lo tien costretto.
  2. Strascinandolo a forza verso le tende.