Saggio critico sul Petrarca/II. Il petrarchismo

II. Il petrarchismo

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I. Petrarca III. II mondo del Petrarca
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II

IL PETRARCHISMO


Il Petrarca vide la prima volta Laura in chiesa. Aveva appena ventitré anni; e quella vista gli fece tanto più impressione, quanto che infino allora, seppellito ne’ suoi stridii, erasi tenuto puro di tutta quella licenza di costumi, che ha reso trista la corte papale di Avignone. L’amore creò in lui un nuovo indirizzo. Scrisse latino per acquistarsi fama; scrisse versi italiani a sfogo ed a sollazzo.

La vita nel principio è condizionata dal mondo esteriore; l’anima fa non secondo quello che vuole, ma secondo quello che trova, cullata dolcemente dalle prime impressioni, spesso tanto potenti, che la non si può sciogliere piú da quella prima involontaria oscillazione: di che nasce la legge del progresso, la persistenza del pensiero umano nel variare degl’individui, quella specie di eredita che il passato lascia al presente. Il Petrarca trovava, cominciando a poetare, una scuola poetica generalmente ammessa, con un contenuto e con leggi proprie. Ora, i grand’ingegni si possono cosí poco, come i mediocri, difendere dalle false opinioni di una scuola poetica dominante; ed il Petrarca non se ne seppe difendere. Sicché, se vogliamo ben comprendere il suo Canzoniere, non basta lo studio dell’uomo: dobbiamo ancora gittare uno sguardo su quella scuola.

La poesia amorosa era da lungo tempo in voga. Non è bisogno ricordare i trovatori. In Italia era giá cominciata una poesia popolare, plebea e rozza. Il dialogo di Ciullo di Alcamo, [p. 36 modifica]che c’è rimasto, fa giá supporre tutto un ciclo poetico. A quel tempo non ci è ancora propriamente una lingua, ma un misto di latino, di provenzale, di municipale, con una tendenza giá verso quell’unificazione, che fu effettuata in Toscana. Nella poesia di Giulio domina il dialetto siciliano, non senza qua e lá dei versi interi di uno schietto stampo italiano. I sentimenti sono ancora grossolani; vi è rappresentato un Don Giovanni da taverna, che cerca di sedurre ed anche di far forza ad una giovane: l’una degna dell’altro. Nondimeno tu leggi con piacere, perché il dialogo è vivace e ricco di movimenti e situazioni drammatiche. Giá fin da quel tempo, sotto gli auspicii di Federico II, entrava in Corte e nelle classi colte una certa pulitezza di lingua e di sentimenti; e, concorrendo nelle maggiori cittá d’Italia i trovatori provenzali, cominciava a sentirsi la loro presenza nella poesia. A’ rozzi canti popolari seguitò una poesia dotta ed imitatrice; si poetò non secondo l’accento che veniva dal di dentro della nazione, ma secondo certe forme e certi sentimenti di convenzione accattati da’ provenzali.

La donna presso i trovatori è sempre la castellana, che, collocata al di sopra dell’umile cantore, luce di ogni bellezza e di ogni virtú. La castellana divenne presso di noi un tipo di convenzione, lo stesso in tutti, tanto che i poeti non si prendono neppure la pena di dargli un nome: le loro donne sono anonime. Il sentimento del trovatore tiene piú dell’adorazione che dell’amore; vi trovi quella ingenua ammirazione, che si prova innanzi a persone di una classe superiore. Ma ne’ nostri poeti non hai né castellane né classi superiori, e spesso l’amante è collocato piú alto che l’amata; perché l’amante si chiama Enzo, Federico II, Pier delle Vigne, Guido Cavalcanti, e l’amata è talora una forosetta, è l’umile Mandetta. Sicché quel sentimento è trasformato in una specie di adorazione platonica, nella adorazione della donna come donna. Ma, venuto per imitazione, rimane straniero all’anima: non si sente amore, si ragiona dell’amore con metafisica sottigliezza. Questo primo tempo di poesia si può considerare come un utile esercizio di scrivere: la lingua frugata e travagliata da tanti poeti [p. 37 modifica]comincia a disciplinarsi, a dirozzarsi, a raddolcirsi; fin d’allora le classi colte acquistano una lingua comune.

Si andò cosí formando una vera scuola poetica, con leggi e forme proprie. Il concetto fondamentale è l’amore religiosamente chiamato amicizia spirituale, e filosoficamente platonica, che suppone un’amata onesta ed un amante cortese e gentile: un amore fonte di virtú, e, come dice il Petrarca, «d’animosa leggiadria», tale cioè che dá animo ad opere leggiadre. Questo concetto è il centro, intorno a cui si aggruppano un certo numero d’idee e di frasi, ripetute da tutti, dimodoché le poesie si rassomigliano tutte, né è facile avere un criterio per attribuire le anonime a questo o a quel poeta, ed i giudizii sono ancora incerti. Una ballata di Lapo Gianni può dare una idea di queste poesie:

                                         Questa rosa novella.
Che fa piacer sua gaia giovanezza.
Mostra che gentilezza,
Amor, sia nata per virtú di quella.
     S’io fossi sufficiente
Di raccontar sua maraviglia nuova,
Diria come Natura l’ha adornata.
Ma io non son possente
Di savere allegar verace prova.
Dillo tu. Amor, che sará me’ laudata.
Ben dico una fiata
Levando gli occhi per mirarla fiso.
Presemi ’l dolce riso,
E gli occhi suoi lucenti come stella
     Allor bassai li miei
Per lo suo raggio che mi giunse al core
Entro in quel punto ch’io la riguardai.
Tu dicesti: Costei
Mi piace signoreggi il tuo valore,
E servo alla tua vita le sarai.
Ond’io ringrazio assai.
Dolce signor, la tua somma grandezza,
Che vivo in allegrezza
Pensando a cui mia alma hai fatta ancella.
     
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                                         Ballata giovanzella.
Dirai a quella che ha bionda la trezza,
Ch’Amor per la sua altezza
M’ha comandato sia servente d’ella.
     

Il poeta dice che la gentilezza, cioè la nobiltá dell’animo, nasce per virtú della donna; lascia la cura all’Amore di descrivere le sue bellezze, ch’egli non sa; si professa servo dell’Amore e della Dama, e si pavoneggia della sua servitú. Queste idee sono il luogo comune de’ trovatori, espresse in generale con rozza semplicitá, non senza grazia. Ma i poeti colti, volendo mostrar dottrina e ingegno, e non sapendo uscir del luogo comune, assottigliano e raffinano. Lapo Gianni si contenta di dire che gentilezza nasce dall’amore. Guido Guinicelli ricama intorno ad esso solo questo pensiero tutta una canzonetta: la quale si può ridurre a questo verso:

                                    Amore e cor gentil son una cosa.      
Il poeta accumula ingegnosi paragoni ad esprimere questa medesimezza:
                                         Al cor gentil ripara sempre Amore.
Siccome augello in selva alla verdura:
Né fe Amore anti che gentil core.
Né gentil core, anti che Amor, Natura.
Che adesso com’fu il Sole,
Si tosto fue lo splendor lucente,
Né fu davanti al Sole.
E prende Amore in gentilezza loco
Cosí proplamente,
Come il calore in chiaritá di foco.
     
E segue in su questo andare, con ostentazione di acutezza e raffinamento. Vi si mescola la dottrina, vedi il poeta salire in Parnaso con un Aristotile in saccoccia. Di tal natura è la canzone di Guido Cavalcanti sull’Amore: irta di vocaboli e concetti scientifici, affollata di rime nella fine e nel mezzo de’ versi, celebrata tanto a quei tempi, e che non ha neppure quella pulitezza di forme e quella grazia di immagini, che rende amabile il Guinicelli:
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                                    Donna mi priega per ch’i’ voglia dire.      

Tale è ancora la canzone, o piuttosto la dissertazione di Dante sulla gentilezza:

                                    Le dolci rime d’amor ch’io solia.      

Con questa tendenza al ragionare congiungono il vezzo delle allegorie. Mettono in iscena divinitá pagane ed anche delle passioni; e si avvezzano a non avere innanzi a sé persone vive, ma semplici personificazioni. Cosi Dante vede in sogno l’Amore:

                                         Allegro mi sembrava Amor, tenendo
Mio core in mano, e nelle braccia avea
Madonna involta in un drappo dormendo.
     Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
Lei paventosa umilmente pascea;
Appresso gir ne lo vedea piangendo.
     
É un indovinello, che cercarono di diciferare alcuni dei piú nominati poeti di quel tempo ne’ loro sonetti di risposta, passatempi poetici anzi che poesie.

Un contenuto convenzionale, abuso di dottrina e di personificazione, rozzezza o raffinamento: ecco i difetti di quel tempo.

Il Petrarca non sempre scrive sotto l’impeto del sentimento. E d’altra parte, il genio non è come una moneta, che puoi cavar di saccoccia ad ogni tuo bisogno; e spesso piú ne domandi, e meno ti dá. Il poeta scrive alcuna volta senza ispirazione, senza impulso interiore, scrive perché è uso a scrivere, scrive per mestiere. In questi momenti poco felici, che voi [p. 40 modifica]potete sorprendere ne’ migliori poeti lirici, il Petrarca cade in tutti i difetti della scuola, spesso imitando o copiando il tale o tal trovatore. Si abbandona a ragionamenti, che talora volgono in sottigliezze o in sofisticherie. Nelle migliori canzoni, trovi intere strofe, che sono un prosaico discorrere verseggiato. In luogo di rappresentare i suoi sentimenti, li analizza; e, dotato come è di una intelligenza sottile, vi sofistica su. Ancora non contento della materia che gli offre il soggetto naturalmente, e cercando di renderla poetica, ricorre volentieri alle allegorie ed alle personificazioni. Nella prima canzone1

                                    Nel dolce tempo della prima etade,      
vuol fare la storia del suo amore. Ed è poetico, quando dipinge senza veste dí allegoria il suo stato anteriore:
                                         Lagrima ancor non mi bagnava il petto
Né rompea il sonno; e quel che in me non era,
Mi pareva un miracolo in altrui.
Lasso, che son? che fui?
     
La calma giovanile è rappresentata in modo che vi fa intravedere le agitazioni presenti; perché quel «non ancora» vi mostra che ora le lagrime bagnano il petto e rompono il sonno: è lo stato anteriore descritto col turbamento dello stato presente; quel non concepire in altri ciò che non era in lui è l’anima inesperta del giovine, còlta in atto; e accanto a quella gaja spensieratezza di allora si drizza subito il presente nella sua impazienza, con una improvvisa e patetica interrogazione: «Lasso, che son? che fui?». Questo ci fa giá presentire il gran poeta. Ma ecco sorgere l’allegoria che guasta questo bel principio, e ci fa dire col Petrarca: «La vita il fine, e il di loda la sera». Il principio ci fa dire: — Oh che bella canzone che la dovrá essere questa! — . Ma attendete il fine. Il poeta vuol dire che s’innamorò di Laura; e dice che fu trasformato in unlauro verde, e s’intrattiene a descrivere come d’uomo divenne arbore. Seguono le sue metamorfosi, delle quali ciascuna rappresenta lo stato del suo animo in questa o quella avventura amorosa. Di arbore divien cigno, di cigno sasso, poi fonte, poi eco, all’ultimo cervo:
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                                    Ed in un cervo solitario e vago,
Di selva in selva, ratto mi trasformo;
Ed ancor de’ miei can fuggo lo stormo.
     
Cosi finisce questa canzone, tanto celebrata per la sua ingannevole apparenza; perché, se guardiamo alla scorza, è lucente di ornamenti rettorici, con una cotal maestá epica, la quale mette piú in risalto l’insipidezza del fondo. Seria è la forma allegorica, quando è momento storico, quando nel tal tempo si concepisce a quel modo l’astratto, non ci essendo ancora la forza di coglierlo direttamente nella sua intimitá. Per il Petrarca, che rappresenta con tanta possanza il sentimento amoroso, l’allegoria è un’imitazione, una vuota forma letteraria.

Né abusa meno delle personificazioni. Il cuore, il sospiro, il sole sono personificati; la mitologia guasta il sentimento della natura e gli fa esprimere i piú bei fenomeni con forme convenzionali. Vuol descrivere l’apparire del giorno, e comincia con quattro magnifici versi:

                                         Il cantar novo e ’l pianger degli augelli
In sul di fanno risentir le valli,
E ’l mormorar de’ liquidi cristalli
Giú per lucidi freschi rivi e snelli.
     
Ed ecco ficcarsi l’Aurora mitologica a sconciar tutto, ballando e
                                    Pettinando al suo vecchio i bianchi velli2.      
[p. 42 modifica]Nojosissimo è soprattutto l’Amore, a cui il poeta indirizza sovente la parola, ora rimproverandolo di aver ferito di saettalui disarmato, ora pregandolo a far vendetta di tutti e due contro l’altera Laura, ora introducendolo come segretario de’ suoi amori, ora come suo signore.

Il ragionamento, l’allegoria e la personificazione sono difetti di quel tempo; al che bisogna aggiungere i difetti proprii del poeta.

Chiuso in una cerchia limitata di sentimenti, intorno sempre allo stesso oggetto, per manco di nuove impressioni rimane come stanco ed esausto. L’uomo ha bisogno ad ora ad ora di rinsanguarsi e ringiovanirsi; e guai a lui, se non ha la forza di mutare il consueto orizzonte, rinfrescare le impressioni e i sentimenti. Che se non ci è dato di serbare la giovanezza del corpo, facciamo di serbare la giovanezza ancor piú preziosa dell’anima. Ma il Petrarca alcuna volta si ostina negli stessi oggetti come un corvo sul cadavere. Le prime volte fecero gagliarda impressione su di lui, lucenti di tanti accessorii; ora stanno lf, ingialliti, disabbelliti, nudi e crudi. Ritornano, ma semplici parole, che non risvegliano piú alcuna emozione nel suo cuore; sta innanzi a loro, vuoto e freddo. Parla d’amore e non è piú innamorato; verseggia, e non è piú poeta; è un semplice letterato. L’arte muore, e comincia il mestiere, scimia di quella. Ripete sé stesso insipidamente e meccanicamente: monotonia della sua anima, che s’appicca al lettore e lo annoja. Questo stato di stagnazione e di ozio interno, di cui è frutto in poesia l’ariditá, l’insipidezza e le freddure, è però ben raro nel Petrarca. Il piú spesso nelle sue ripetizioni vuol fare illusione a sé ed al lettore, e si sforza di dare del nuovo. Lo sforzo è il simulacro della vita, perduta la forza. Lavora con la riflessione, aguzza le idee, gioca con le cose e con le parole, spinge il pensiero e l’immagine fino all’assurdo.

L’acuta riflessione del Petrarca si ficca troppo spesso dove non è chiamata, ed anche ne’ momenti di schietto calore poetico. Di che quella sua tendenza a costringere talora in un verso solo cose e rapporti lontani, che ora annunzia velocitá [p. 43 modifica]d’immaginazione ed ora sottigliezza di riflessione. Ama le sentenze e a chiuderle in un verso: e centinaja ne sono rimasti nella memoria de’ lettori, che si applicano a proposito ed a sproposito in tutte le occasioni. — Qual è il miglior verso del Petrarca? — , dimandava uno sciocco; ed il Tasso, di rimando:

                                    Infinita è la turba degli sciocchi.      
Un altro, deridendo la povertá del Tasso, dicea:
                                    Povera e nuda vai, filosofia.      
E il Tasso di rimando, con un verso dello stesso Petrarca, che viene immediatamente appresso:
                                    Dice la turba al vii guadagno intesa.      
Questi versi sentenziosi, staccati dal rimanente, sono come una bella melodia di una cattiva musica; il verso si ricorda, la poesia è dimenticata. Un retore, in luogo di dire Italia, dirá:
                                                             il bel paese,
Ch’Appennin parte, e ’l mar circonda e l’Alpe.
     
Di qual sonetto o di qual canzone la parte questo? nessuno lo sa. Vuol uno dire che sta in dubbio? dirá:
                                    Né si, né no nel cor mi sona intero.      
Vuol uno far l’elogio di una cantante? dirá:
                                    Il cantar che nell’anima si sente.      
Vuol esprimere condoglianza? dirá:
                                                             Morte fura
Prima i migliori, e lascia star i rei.
     
[p. 44 modifica]Vuoi anche tu sputar la tua sentenza sulla tomba di una bella giovinetta? ed il Petrarca viene al tuo soccorso:
                                    Cosa bella mortai passa e non dura.      
Ti vuoi lamentare di una donna infedele? E troverai nel Petrarca:
                                         Femmina è cosa mobil per natura;
Ed io ben so che l’amoroso stato
In cor di donna picciol tempo dura.
     
Ce ne sono infiniti di cosí fatti, divenuti proverbii e luoghi comuni. Questo non è il difetto, ma la qualitá dell’ingegno del Petrarca, come di Tacito o di Seneca. Ma diviene difetto, quando le idee non sbalzan fuori per interno calore, ma sono cercate e lambiccate per uno sforzo di riflessione. Parlando degli occhi di Laura, dice:
                                                             ove il piacer s’accende,
Che dolcemente mi consuma e strugge.
     

E una idea che sgorga da un impeto d’entusiasmo, espresso con calore e veritá. Quel «s’accende» ti mostra il brillare voluttuoso degli occhi; quel «consuma e strugge» ti presenta l’intensitá e la durata della passione; e quel «dolcemente» è il «contento nel fuoco» di Dante, è la grazia che abbellisce il soffrire, un dolce penare. In un altro momento vuol dir lo stesso, ma non trova in sé piú quell’entusiasmo, e s’ajuta con la riflessione, e sofistica. Dice che i raggi ardenti di quegli occhi lo disfarebbero come neve, se non fosse la paura di offenderli, che agghiaccia il sangue nel punto che esce con troppa velocitá:

                                         Dunque, ch’i’ non mi sfaccia,
Sí frale oggetto a sí possente foco,
Non è proprio valor che me ne scampi:
Ma la paura un poco.
Che ’l sangue vago per le vene agghiaccia,
Risalda ’l cor, perché piú tempo avvampi.
     
[p. 45 modifica]É lo stesso pensiero esagerato e portato all’assurdo. Non solo esagera i pensieri, ma anche le immagini; ed in questa doppia esagerazione consistono i concetti, giá in voga presso gli spagnuoli e molti trovatori, divenuti celebri per l’abuso fattone nel seicento, e di cui troviamo nel Petrarca frequenti vestigi. Come ne’ pensieri, cosí nelle immagini valica ogni misura; il che gli incontra per lo piú, quando scrive senza dettato interiore. Allora perde quell’aria di semplicitá, quell’accento di veritá, che testimonia l’ispirazione, e ricorre alla rettorica, alle perifrasi, alle amplificazioni, alle metafore, a’ «lumi poetici», come si chiamavano. Per lungo tempo la critica si è avvezza a porre la bellezza della poesia in questo sfoggio di rettorica; ed il buon Muratori, quando non trova quei tali lumi, dice che il sonetto è buono, ben condotto, semplice, naturale, ma: «per me io non ci so veder niente di bello». Questa era anche l’opinione del Petrarca, il quale disprezza certe sue canzoni, come disadorne, e sono tra le sue piú belle, ammirabili di semplicitá e di grazia; il loro peccato è di non aver troppi di quei lumi. La canzone decima:
                                    Se ’l pensier che mi strugge,      
sotto un’apparente leggerezza di vesti cosí grave di contenuto, e qua e lá cosí appassionata e graziosa, ha questa chiusa:
                                         O poverella mia, come se’ rozza!
Credo che tei conoschi:
Rimanti in questi boschi.
     
Che piú? la canzone seguente:
                                    Chiare, fresche e dolci acque,      
che per consenso di tutti è giudicata la bellissima delle sue poesie, è da lui cosí bruscamente e crudelmente accomiatata:
                                         Se tu avessi ornamenti quant’hai voglia.
Potresti arditamente
Uscir del bosco e gir infra ia gente.
     
[p. 46 modifica]Con questa opinione non è maraviglia che accumuli le figure, credute ornamenti e leggiadrie di stile poetico, si che con un ingombro di metafore spesso guasta i piú bei sonetti. Dipingecosí Laura piangente:
                                         La testa ôr fino, e calda neve il volto,
Ebeno i cigli, e gli occhi eran due stelle,
Ond’Amor l’arco non tendeva in fallo;
     Perle e rose vermiglie, ove l’accolto
Dolor formava ardenti voci e belle:
Fiamma i sospir, le lagrime cristallo.
     

In su questo sdrucciolo si giugne alla pioggia delle lacrime, al vento de’ sospiri, e da queste esagerazioni è lieve traboccare ne’ concetti. La metafora è una maniera di dire, che, come nella pittura il rilievo, mette in risalto gli oggetti per via di somiglianze e di rapporti. Prender la metafora nel senso letterale, e farne un’applicazione grossolana, come se il paragone e la cosa paragonata fossero il medesimo, ti dá il concetto. Si dice per dire che le trecce son d’oro, le guance di rose, i denti di perle, e gli occhi un sole, e il canto angelico. Il Petrarca prende tutto questo alla lettera; e, come se le trecce fossero non color d’oro, ma proprio composte di oro, dimanda onde Amore tolse quell’oro, e in quali spine colse quelle rose, ed onde le perle, e da quali angeli mosse quel canto, e di qual sole nacque la luce degli occhi:

                                         Onde tolse Amor l’oro e di qual vena,
Per far due trecce bionde? e ’n quali spine
Colse le rose, e ’n qual piaggia le brine
Tenere e fresche, e dié lor polso e Iena?
     Onde le perle in ch’ei frange ed affrena
Dolci parole oneste e pellegrine?
Onde tante bellezze e sí divine
Di quella fronte piú che T ciel serena?
     Da quali angeli mosse e di qual spera
Quel celeste cantar che mi disface
Si che m’avanza ornai da disfar poco?
     
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                                         Di qual Sol nacque l’alma luce altera
Di que’ begli occhi ond’io ho guerra e pace,
Che mi cuocono ’l cor in ghiaccio e ’n foco?
     
Vuol dire che Laura lo ha innamorato, e dice:
                                         Amor m’ha posto come segno a strale.
Come al Sol neve, come cera al foco,
E come nebbia al vento; e son giá roco.
Donna, mercé chiamando; e voi non cale.
     Dagli occhi vostri uscio ’l colpo mortale.
Contra cui non mi vai tempo, né loco;
Da voi sola procede (e parvi un gioco)
Il sole e ’l foco e ’1 vento, ond’io son tale,
     I pensier son saette, e ’l viso un sole,
E ’l desir foco; e ’nsieme con quest’arme
Mi punge Amor, m’abbaglia e mi distrugge;
     E l’angelico canto, e le parole,
Col dolce spirto, ond’io non posso aitarme,
Son l’aura innanzi a cui mia vita fugge.
     
Dunque, Amore l’ha posto come segno a strale, come al sol neve, e come cera al foco, e come nebbia al vento. Egli è il segno, la neve, la cera, e la nebbia; i pensieri di Laura sono lo strale, il volto di lei il sole, gli occhi sono il foco, e le parole il vento. Un’altra volta esorta i suoi sospiri a passare il monte, suppone che si sieno smarriti, non sa se sieno arrivati a Laura; ma conchiude che debbono essere giunti perché non li vede ritornare:
                                         Se ’l sasso ond è piú chiusa questa valle,
Di che ’l suo proprio nome si deriva,
Tenesse volto, per natura schiva,
A Roma il viso ed a Babel le spalle;
     I miei sospiri piú benigno calíe
Avrian per gire ove lor spene è viva:
Or vanno sparsi, e pur ciascuno arriva
La dov’io ’l mando, che sol un non falle.
     
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                                         E son di lá si dolcemente accolti,
Com’io m’accorgo, che nessun mai torna:
Con tal diletto in quelle parti stanno.
     Degli occhi è ’l duol; che tosto che s’aggiorna,
Per gran desio de’ be’ luoghi a lor tolti,
Danno a me pianto, ed a’ piè lassi affanno.
     
Aggiungi il sole gelato di Laura, il cuor cacciato via ed errante, Laura che dopo la morte entrando nel sole lo scolorisce, e simili freddure, fra l’insipido ed il concettoso. Una delle forme sotto le quali compariscono piú spesso i concetti, è l’antitesi. Vuole il Petrarca esprimere i fenomeni contradittorii dell’amore, e si esprime cosí:
                                         Pace non trovo, e non ho da far guerra;
E temo e spero, ed ardo, e son un ghiaccio;
E volo sopra ’l cielo, e giaccio in terra;
E nulla stringo, e tutto ’l mondo abbraccio.
     
E segue per quattordici versi, chiudendo in ciascuno un ontrapposto

di questo genere, con visibile affettazione e ricercatezza. Gli oziosi oggi si trastullano a far sciarade, logogrifi, rebus; allora si trastullavano a sonetteggiare. Il Petrarca componeva spesso de’ sonetti per questo o per quello, che li andavano a recitare nelle Corti e buscavano di bei quattrini. Ce ne ha non pochi di questi sonetti galanti, che, per la loro generalitá, sono buoni in tutte le occasioni, fior di rettorica. La moda è durata lungo tempo in Italia, ed il Petrarca è stato il grande arsenale dove tutti hanno attinto. Ci si trova quelle galanterie di cattivo gusto, che spacciano anche oggi nelle conversazioni coloro che si chiamano o si fanno chiamare bell’ingegni, fino i giuochi di parole. È noto quel suo scambiare spesso Laura con «lauro» e con «l’aura», ed il suo scherzo galante sopra «Loreta», nome latino di Laura, del qual nome «Lo» significa «Loda», «Re» significa «Reverisci», e «Ta» significa «Taci».

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Tale è la parte terrestre del Petrarca; ed egli è si grande, che senza tema di rimpicciolirlo ho potuto metterla in rilievo.

Questi difetti, parte della scuola, parte suoi, costituiscono la maniera del Petrarca, ciò che si è chiamato il petrarchismo, o, per usare una frase piena di significato, la rettorica de’ concetti e delle antitesi. Tenuto modello di poesia in Italia e fuori, egli è stato lungo tempo lodato di quello, onde appresso troppo acremente lo hanno biasimato. I petrarchisti lo hanno spogliato, rubatogli tutto ciò che è possibile tórre ad un poeta, concetti, frasi, parole, senza potergli rubare né la sua immaginazione, né il suo amore; ed hanno perpetuata una falsa immagine del Petrarca, che è passata per tradizione appresso gli stranieri. E se si sono accreditati i concetti, la colpa è del Petrarca; se prevalsero poi le freddure arcadiche, la colpa è ancora del Petrarca; e se la poesia fini in un puro giuoco di forme, in una ninna nanna, che addormentava l’Italia nel suo dolce far niente, la colpa è sempre del Petrarca. E antica usanza di spiegare con l’opera di un individuo quello che si può solo con le condizioni sociali e generali d’un popolo. Il petrarchismo testifica il vuoto delle anime, lo scetticismo invalso, il lungo letargo d’Italia, dopo che ebbe perduta la sua libertá. I nostri oppressori non ci lasciavano altra liberta che di far sonetti e canzoni per Filli o Cloe: — Sonetteggiate, sonate e cantate, voi siete un popolo libero — ; onde ci è rimasa per lungo tempo la riputazione di sonettisti, musici e cantanti. — Siete voi un cantante? — , fu la prima dimanda di una signora di Zurigo, saputomi italiano. Non dissimili da questa signora sono quegli stranieri, che ci tengono anche oggi il popolo dei concetti e del petrarchismo; né sanno che noi i primi vi ci siamo ribellati. Potrei citare Tassoni, Muratori, Salvator Rosa, che combatterono il petrarchismo in nome del buon gusto, insino a che nel passato secolo, cominciata la vita nuova in Italia, lo si combattè ancora in nome della dignitá nazionale. Lamartine sa un po’ piú innanzi nella nostra storia, non ci crede piú al tempo del petrarchismo: ma ci crede ancora in quel momento di collera alfieriana, in cui gittammo giú [p. 50 modifica]petrarchisino e Petrarca. E a guarircene ictuona un inno sotto forma di discorso critico, un vero inno al Petrarca. I francesi hanno scoperto la Ristori; Lamartine ha scoperto il Petrarca: — Voi avete il Petrarca, e mi parlate di Dante. Il Petrarca è il Platone e il Davide d’Italia, il primo poeta del mondo dopo Virgilio: le sue poesie sono salmi, e Laura è una santa Teresa.

Noi non ammettiamo l’inno del Lamartine; riconosciamo i difetti del Petrarca, tramandatisi sotto il nome di petrarchismo; ma dove per molti stranieri questi difetti sono l’essenza della poesia petrarchesca, per noi non sono che l’escrescenza del suo ingegno, passatempi di una natura rigogliosa ed esuberante, che nella coscienza della sua ricchezza produce anche il difforme. Allato a questo Petrarca artifizioso e convenzionale c’è il Petrarca amante e poeta.

  1. Firenze, pe’ tipi di Le Monnier, i826.
  2. I petrarchisti hanno spinta questa immagine un po’ grottesca ancora piú oltre. Uno dice: oli bifolco d’Anfriso Col voraer della luce arava il Cielo». Costui ha fatto di Apollo un bifolco; un vitro ne fa un carnefice:» Ecco del Cielo il colorato auriga, Febo guerrier, che taglia Con la scure dei raggi il collo all’ombra». Era degno d inventar!a ghigliottina.