Prefazioni e polemiche/VII. Prefazione a tutte l’opere di Niccolò Machiavelli (1772)/Tomo terzo/I. Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze

I. Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze

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I. Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze
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[p. 178 modifica] [p. 179 modifica]del loro governo sino dalla sua prima istituzione, e senza contare quella lunga successione di buone teste che i Medici s’ebbero sulle spalle durante lo stato loro cittadinesco.

Lo stile di questa operetta non è né tanto rapido né tanto chiaro come quello d’assai altre di Niccolò; forse perché, scrivendola con un fine che non doveva essere apparente, e cercando di occultare la voglia che aveva di gabbare quello per cui la scrisse, non si poteva ch’egli non avesse la mente alquanto dubbia e le idee un po’ intralciate e rannuvolate.

II

Lettere di Stato.

1

Legazione al duca Valentino.

Queste Lettere sono precedute da una prefazione d’un Francesco Fossi, che primo le pubblicò a’ nostri giorni e che con essa ha sparso qualche lume su molti passi in quelle, che non s’intenderebbono bene altrimenti. Sono in numero ventinove, e mostrano, forse più che non alcun trattato politico di Niccolò, di quanto senno egli era fornito quando maneggiava faccende di questo mondo. L’essere ministro d’una repubblica ingarbugliata e vacillante come lo era allora la fiorentina, e l’aver che fare con un mostro di malizia e di crudeltà come lo era il duca Valentino, e reggersi pure in modo da satisfare non meno coloro che l’avevano mandato quanto colui a chi e’ l’avevano mandato, è cosa che rialza molto Niccolò nella opinione mia.

Egli viene accusato da molti scrittori d’essere stato fautore di quel duca e d’aver procurato d’aiutare i consigli tirannici suoi. Ma se questo carico non fosse smentito quanto basta da molti passi in più d’una delle opere di Niccolò, e’ lo sarebbe pure con ogni più possibile pienezza da queste ventinove lettere, per le quali si vede più che chiaro com’egli non voleva ben nessuno a quel signore, anzi pure come lo abboniva e detestava molto divotamente. [p. 180 modifica]Oltre che mostrano il gran valentuomo che Niccolò era nel trattare pubbliche faccende, queste lettere sono poi anche scritte con una semplicità nitidissima.

2

Legazione alla corte di Roma.

Se dalle ventinove lettere si vede che Niccolò voleva poco bene al duca Valentino, dalle trentasei che formano questa Legazione si scorge poi ad evidenza che gli voleva ogni male, e che si rallegrava non poco nel vedere come la fortuna se gli andava precipitosamente dichiarando nemica sotto il papato di Giulio secondo. Pure, perché quel duca era una perfetta schiuma di ribaldo, e perché Niccolò il propose per un modello di principesca prudenza a’ Medici nel suo trattato del Principe, una mandra d’animali cattivi hanno osato scrivere che Niccolò e quel duca erano cuciti d’amore insieme, onde ne’ leggitori delle loro calunnie nascesse antipatia verso di lui, da estendersi quindi a tutto quello ch’egli scrisse.

Fra quelli animali s’annoverano, come già l’ho detto, de’ frati non so quanti; e già si sa che quando un frate, sia di qual ordine tu vuoi, si mette a dir male d’alcuno, poco gli cale se avviluppa cento bugie colla verità, purché danneggi e guasti l’avversario.

Mi si dirà che anche cotesti secolaracci non mondan nespole, e che anch’essi sanno invelenirsi e dire le più spaccate falsità, ogni qual volta si fanno a menar la penna l’un contro l’altro.

Sia: ma questo ritorcere salva egli i frati? Da* secolari, quando e’ s’hanno calda la zucca dalla collera, ognuno s’aspetta ogni pazzia e che dicano il peggio che possono, né mai la gente dà tutto il credito a quel che dicono in vituperio d’altrui: che, al contrario, da’ frati, perché tutti si spacciano per santi e perché si spossano incessantemente onde n’inducano a crederli tutti tali, ognuno s’aspetta di non sentir mai altro se non il vero nudo e schietto; eppure, appena ve n’ha uno in cento, che, scrivendo in controversia, voglia astenersi dal recere le più false malvagità, che Dio ne li paghi come e’ meritano. [p. 181 modifica]

Questo mio dire si potrebbe provare con tanti esempi che sarebbe un subbisso; ma per non la menare lunga, si leggano soltanto le brutte cose che il gesuita Lucchesini e molt’altre signorie reverende hanno stampate contra il nostro Niccolò, e vedrassi quante hanno avuta la temerità d’inventarne per renderne la memoria odiosa e per indurre l’anime buone a non leggere li scritti suoi, attribuendogli perfino un amor grande verso quel diabolico duca Valentino. E qui noti il leggitore non italiano che io intendo solo parlare de’ frati nostri, fra i quali ve n’ha sicuramente troppi che sono peggio assai di birri, con molta nostra vergogna. È vero che n’abbiamo eziandio alcuni che sono uomini dabbene e incapacissimi d’impegolare la maschera della menzogna sulla faccia della verità; ma il numero delli sciagurati e de’ falsi è nondimanco tanto grande che, se Dio non vi mette la sua santa mano, e’ finiranno appunto di sconciare affatto il più bel paese di questo mondo. Tornando adesso alla legazione di Niccolò alla corte di Roma, dirò che anche queste trentasei lettere dovrebbono servir di modello a chiunque ha a scrivere in lettere di faccende pubbliche, essendo molto bello il divisamento in esse delle cose intomo alle quali vertono, e forbita e schiettissima la lingua nello scriverle adoperata.

3

Legazione a Lodovico decimosecondo re di Francia.

Non contenendo questa Legazione se non due brevi e non importanti lettere, non ne faremo altrimenti parola.

4

Legazione a Giampaolo Baglioni.

In quella sua gita al Baglioni una lettera sola ebbe Niccolò occasione di scrivere; ma e’ la scrisse in modo che la vale per cento, essendo forse la più bella che sia mai stata scritta nella [p. 182 modifica]lingua nostra, vuoi pel buon giudicio che v’ha posto dentro, o vuoi per la forza e per la lucidissima chiarezza con cui disse le cose che aveva a dire, che chi vi baderà bene vedrà come non erano punto facili a dirsi.

5

Legazione a Giulio secondo sopra l’impresa di Bologna.

Anche le trentuna lettere scritte durante questa legazione sono belle quanto possa dirsi, e v’ha in esse molto da imparare per chiunque maneggia come ministro pubblico li affari del suo principe.

Chi si diletta di ritratti dipinti con bravura troverà in esse quello di papa Giulio, pennelleggiato veramente da maestro; e scorgerà in oltre come dalla santità di quello dirivò principalmente la tanta grandezza che i successivi papi s’hanno goduta e si godono tuttavia. Se Giulio non avesse disfatto quello sciagurato figlio del suo predecessore Alessandro sesto, e strappatogli di mano tutto il mal acquistato dominio; s’egli non avesse atterrato Giampaolo e oppressa l’antica casa Benti voglia, e cosi formato alla Chiesa un bellissimo regno; l’Italia sarebbe forse tuttavia divisa in più bocconi che non è, e i papi sarebbono tanto piccini nel temporale che, giusta la natura delle umane cose, non sarebbe possibile fossero tanto giganti nello spirituale, come di fatto lo sono. Di grandi obblighi ha dunque Roma con quel papa Giulio.

È da notare che le varie legazioni o ambascerie, alle quali Niccolò fu mandato, non gli dovettero fruttare soverchio dal canto della borsa, poiché scorgiamo da una lettera, di quelle da lui scritte quando era col duca Valentino, come i pochissimi fiorini datigli dalla magnifica Signoria onde cavalcasse a quello, furono si pochi che, malgrado il suo frugalissimo vivere, e’ se li spese tutti in meno d’una settimana. Come si riderebbe in oggi, se un principe mandasse un taglio di velluto ad un suo ambasciadore acciocché se ne facesse un saio dalle feste, o se un ambasciadore avesse ad informare il suo principe come gli fu forza farsi un [p. 183 modifica]abito nuovo onde onorarsi nell’ambasceria sua! II mondo è pur cambiato da que’ tempi a questi! E fa pur duopo confessare che è cambiato in meglio sicuramente, quando si voglia comparare la figura che soleva fare a que’ tempi l’ambasciadore Machiavelli con quella che fanno a’ tempi nostri i moderni ambasciadori.

6

Lettera alla repubblica fiorentina.

Da questa Lettera, che si può anzi chiamare un pezzo di storia, si raccoglie come i tedeschi già stavano pensando ne’ tempi di Niccolò a porre il piede in Italia, e che i viniziani, prevedendo come, entrativi un tratto, non sarebbe poi stato agevole il cacciameli, fecero quanto potettero allora fare per tenerseli discosti e rompere loro il disegno, a dispetto d’un poco buon papa che li sollecitava a venire, promettendo loro l’aiuto suo all’impresa.

Oh que’ papi! Egli hanno fatto di gran bene alla nostra bella contrada; ma e’ le hanno eziandio fatti di grandi mali, contribuendo, come originalmente contribuirono, a condurne tanta parte nella servitù delli stranieri!

7

Lettere scritte al Malespini commissario generale dell’esercito fiorentino contro a’ pisani.


Costi Niccolò non iscrive più come ambasciadore, ma come segretario della magnifica Signoria, e nel tempo che questa s’affaticava per sottomettersi i pisani, i quali, poveretti, sgambettarono un bel pezzo per non diventare sudditi de’ fiorentini.

Quale diritto Firenze s’avesse sulla città di Pisa, non si può scorgere da queste tredici lettere; ma, siccome a quelli tempi non si badava troppo a diritto o a non diritto, è da credersi facilmente che i signori fiorentini, tanto gelosi della propia libertà come lo sono sempre i repubblichisti, volessero distruggere quella de’ signori pisani, non soltanto per mostrarsi veri repubblichisti,