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XVII

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XVI XVIII


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DANZA

DEI

FIGLI D’ALCINOO

RE DEI FEACI




basso rilievo in gesso


XVII.

Terminata la guerra di Troja, e i non volontarj suoi amori nell’isola dell’immortale Calipso, Ulisse ritornando alla Patria, a Penelope, al figlio, fu dall’implacabile ira di Nettuno con forte tempesta gettato naufrago nella Feacia, terra di pingui ulivi ubertosa, e di odorosi cedri non meno che di feraci e peregrini ingegni. Era allora quell’isola signoreggiata dal fortunato Alcinoo, Re, disse Omero, e Canova scolpillo, a Dio simile. Fra i molti e bei passatempi usati in quell’epoca, ove la santa ospitalità era altrettanto dolce a riceversi, quanto era dolce ad accordarsi, il Re volle spettatore il regale Ospite suo del giuoco della palla e della danza di due giovinetti suoi figli, Alio e Laodamante. Si vede già terminato il primo dalla palla che giace a terra, ed è il cominciar [p. 50 modifica]della danza che Canova ci rappresenta. Occupano i due giovinetti il mezzo del bassorilievo, e stanno nel momento appunto in cui, spiccato un leggerissimo salto, si sostengono tuttavia per l’aria. La sveltezza dei loro corpi, la grazia che ne accompagna le molli inflessioni, l’intreccio mirabile dei piedi e delle braccia, e persino un leggerissimo velo che tengono reciprocamente in mano, tutto concorre a rendere questo gruppo uno de’ più aggradevoli a vedersi. A sinistra di chi osserva sta raccolto numeroso concorso di spettatori. Donne, uomini, putti, tutti con bella diversità atteggiati, dimostrano nella varia espressione della eloquente fisionomia chi l’ammirazione e la gioja, e chi l’amarezza di non poter mai giungere a tanta eccellenza. Siede fra loro il cieco Demodoco, che, quand’anche non si vedessero gli estinti occhi suoi, perfettamente cieco t’apparirebbe dal movimento della testa e di tutta la persona. Col suono della cetra egli accompagna la danza; e non distratto nè dalla danza medesima, nè dai circostanti oggetti, s’abbandona a tutta l’estasi beata del diletto che da quel suono gli deriva. Attore anch’egli principale in quello spettacolo, confonde o divide coi figliuoli del Re l’applauso che d’ogni intorno gli suona; e ben lontano dall’amareggiare con la sua trista presenza, consola anzi e rallegra, insegnando che sino nel più misero stato a cui l’avversa sorte condannar possa un [p. 51 modifica]mortale, la dolce estasi del piacere può non essergli del tutto straniera. A destra, ed elevato sopra alcuni gradini, sta il trono del Re de’Feaci, che siede fra la moglie e la figlia. Ulisse ha pure il suo seggio sul trono, ma sta in piedi, appoggiando leggerissimamente sopra la spalla della Regina la mano sinistra, e portando nel volto gl’indizj manifesti della tristezza dell’animo suo. Tale è l’invincibile sentimento che dee provare Ulisse all’aspetto della gioja, e della domestica altrui felicità, quando l’incertezza del destino della propria famiglia, e la lontananza, e gli ostacoli per raggiungerla, gli tengono l’animo inquieto e lacerato. Egli guarda i figli d’Alcinoo, ma pensa a Telemaco suo; s’appoggia ad Arete, ma sospira di riveder Penelope; ed è in piedi, quella essendo la più naturale, la più lusinghiera attitudine per chi vive, con tutto l’animo suo, col suo pensiero, con gli ardenti suoi voti, ni luogo diverso da quello in cui si trova. Ci spiegò, con rara e sagace dottrina, il buon Pastor di Zurigo, come conoscere dai diversi delineamenti del volto, e dal movimento degli occhi e delle labbra le passioni diverse dell’animo; ma non meno interpreti certi e fedeli delle affezioni nostre sarebbero i movimenti spontanei della persona, a chi ben ne sapesse gli arcani cenni discernere. Arete osserva la danza de’ suoi figliuoli nel dolce rapimento di una madre veracemente Greca, tenerissima, amorosissima, [p. 52 modifica]contenta e paga sì della propria sua soddisfazione, che oblìa perfettamente gli oggetti che la circondano, e non ha duopo per esser felice di leggere negli occhi altrui l’applauso dei proprj figli; felicità che non è mai scevra da qualche tinta d’orgoglio personale, e di amor proprio. Alcinoo rivolge indietro la maestosa sua testa, e, sorridendo con uno sguardo indagatore, osserva Ulisse con compiacenza. Festeggiare un tanto Ospite; festeggiarlo col mezzo di persone sì care; festeggiarlo sì che porti sculto nel cuore essere i Feaci i principali in maestria

Di navigare, e al corso, e al ballo, e al canto;

ecco le liete idee che gli sorridono nel pensiero, e che a chiare note si leggono nella serena sua fronte. La giovinetta Nausicaa con la vezzosa sua testa, e con parte della sua bella persona rivolta ad Ulisse, si mostra interamente straniera a quello spettacolo, e di lui solo occupata. Essa lo riguardi con quell’irresistibile sentimento con cui deve riguardare un uomo che per voler di Minerva al suo primo presentarsele le piacque; quello a cui fu essa la prima cortese dell’ospitalità; quello finalmente, che credette per un momento stabilito dagli Dei ad essere il compagno del suo dolce destino, lo sposo suo. Certamente gli occhi di Ulisse e di Nausicaa si saranno qui talvolta incontrati, e saran corsi forse tutti e due con la mente ad Itaca, a Penelope.... ma oh! con quanta diversità di sentimenti e di pensieri!