Novelle (Bandello, 1910)/Parte I/Novella XXXVII

Novella XXXVII - Una bella donna usa carnalmente con un leproso, e al marito il manifesta, che si contenta che con altri uomini si congiunga
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IL BANDELLO

al molto illustre e valoroso signore

il signor

federigo gonzaga

di Bozzolo

salute


Forza è pure, signor mio osservandissimo, che noi adesso senza saputa de la vertuosa eroina la signora donna Giovanna Orsina, vostra onorata consorte, parliamo alquanto liberamente de la poca cura che alcune donne tengono de l’onestá loro. Vorrebbe essa signora vostra consorte che in lodar le donne che per vertú il vagliono, ciascuno e col parlare e con la penna sempre s’affaticasse e che se le dessero le debite lodi, il che in vero si deverebbe fare. Ma che le donne che non si curano di conservar l’onore debbiano esser involte in perpetuo silenzio e non se ne far menzione alcuna, questo, perdonimi la signora donna Giovanna, non mi par ragionevole. È ben vero che secondo che non sta bene se una donna fa alcun errore voler tutto il sesso feminile biasimare, che anco non è ben fatto tacer il vizio e nol vituperare. E come si conoscerebbe la vertú esser degna di lode, se il vizio non fosse come merita vituperato? Ma è tanta la bontá d’essa signora vostra consorte che non può sofferire che d’uomo né di donna si dica male, come piú volte per prova s’è chiaramente veduto. Ora questi di passati fu qui in Milano narrato l’impudicissimo amore de la famosa Faustina che d’un gladiatore s’innamorò, e cose assai si dissero, massimamente che ella avesse avuto ardire di communicare cosí libidinoso e sporco appetito a Marco imperadore suo marito. Onde ragionandosi il di seguente di questa materia, [p. 64 modifica]furono cose assai dette de la incontinenza d’alcune donne in una compagnia di molti uomini. Era ne la detta brigata messer Carlo Attellano, che ottimamente conoscete quanto in ogni compagnia è festevole e sempre pieno di novelle. Egli al proposito di cui si ragionava narrò una novella che tutti gli ascoltanti empí d’estrema meraviglia e di stupore. E in vero il caso è mirabile e degno per la sua stranezza di memoria. Onde avendolo scritto precisamente si come l’Attellano il narrò, a voi lo mando e dono. E perché so che voi non potrete stare di non mostrarlo a la signora consorte, mi vorrei ritrovar in un cantone per veder ciò ch’ella fará e udir quanto dirá. State sano.

NOVELLA XXXVII

Una bella donna usa carnalmente con un leproso e al marito il manifesta,

che si contenta che con altri uomini si congiunga.

Che la bella Faustina, signori miei, s’innamorasse del gladiatore io non reputo gran cosa, perciò che poteva essere che quel gladiatore fosse bello e membruto giovine, che deveva far la mostra d’esser un buon copertoio da donna; e se non fosse che pur essa Faustina era figliuola di tanto da bene imperadore e moglie del da benissimo Marco che anco era imperadore, a me non parrebbe cosí gran fatto che le fosse venuta voglia di sottoporsi ad un ardito e bel compagno, essendo ella avvezza a varie sorti d’uomini sottoporsi senza rispetto veruno. Ma l’istoria che ora io intendo contarvi credo ben io che strana vi parrá e quasi non la potrete credere. Quando io stetti in corte del re cristianissimo ove molti mesi dimorai, intesi l’istoria che ora vi vo’ dire, ma di mente mi son usciti i nomi di coloro che intervengono in essa istoria. Fu adunque in Rovano, cittá de le prime di Normandia, un cittadino assai ricco, il quale ebbe per moglie una giovane dei principali de la cittá, che era riputata la piú bella ed aggraziata che in Rovano fosse. Amava il giovine la moglie fuor di modo, e perché bella e piacevole [p. 65 modifica]la vedeva, cominciò a dubitare che, secondo che a lui estremamente piaceva e che egli ardentissimamente l’amava, anco quella a tutti quelli che la vedevano piacesse e che ciascuno focosamente l’amasse. Onde a poco a poco, non se n’accorgendo, divenne tanto de la moglie geloso che temeva d’ogni cosa e gli pareva che le mosche che per l’aria volavano la devessino portar via. Nondimeno con tutta questa gelosia le lasciava usar di quella libertá che per tutta Francia le donne communemente usano. Voi devete sapere che il morbo de la lepra, che noi domandiamo il «mal di san Lazaro», nel regno de la Francia è molto frequente, e quasi non si trova villaggio ove di questi lazarosi non sia un ospidale, ove tutti gli ammorbati di quel male, uomini e donne, sono ridutti ad abitare. Avvenne un dí che essendo un drappello di donne in compagnia, che si cominciò a parlar di questi leprosi, ed una di loro disse a le compagne che aveva da buon luogo inteso che tutti gli uomini leprosi appetiscano piú il giacersi con le donne che altri uomini che siano, e che generalmente sono lussuriosissimi e durano molto piú degli altri ne la fatica del macinare. Era la moglie del nostro geloso di brigata con l’altre a questo ragionamento, la quale udendo dir questa cosa si sentí in modo destare il suo concupiscibile appetito di provare un di questi leprosi e veder se erano sí valenti nel servigio de le donne come si diceva, che le pareva tanto non poter vivere che si riducesse a la prova. Onde restò sí accesa di cotal desiderio che in altro non pensava giorno e notte, e un’ora le sembrava un anno di ritrovarsi con effetto a questo cimento. E poi che assai ci ebbe pensato su, tanto fu l’ingordo e libidinoso appetito che vinta e superata in tutto da quello, determinò cavarsi questa sua sfrenata voglia, avvenissene ciò che si volesse. Fatta questa deliberazione, non attendeva ad altro che a far la scelta d’uno tra quanti ne vedeva tutto il dí che piú degli altri le paresse nerboso e valente. E vedutone uno assai giovine che mostrava esser molto gagliardo, ebbe modo di domesticarsi seco e dar compimento ai disonesti e vituperosi suoi appetiti. Né contenta d’una volta, piú e piú volte seco si giacque. E perché talora una cosa fuor [p. 66 modifica]di misura desiderata come s’è ottenuta viene in fastidio, la povera e meschina donna non dopo molto — o che il lazaroso non riuscisse cosí valente come ella imaginato s’aveva, o che pur le venisse orrore d’essersi mischiata con un ammorbato di morbo tanto contagioso, la cui conversazione tutto il mondo aborre e fugge, né si permette che possano abitar ne le terre ma stiano separati da tutti, — dubitando aver presa quella fetida ed abominevol infermitá, si ritrovò la piú mal contenta donna del mondo; e non sapendo come fare viveva tanto di mala voglia che di dolore si credeva morire. Era il marito di lei, in quel tempo ch’ella aveva con il lazaroso praticato, stato lontano da Rovano per suoi affari. Ella non sapendo dove dar del capo, poi che cose assai ebbe pensato sovra questo suo enorme eccesso che fatto aveva, a la fine si deliberò manifestar il fatto come stava al marito. Veramente se fu animosa e temeraria a commetter cosí vituperoso adulterio, non fu minor l’audacia a volersi da se stessa accusar al marito. E forse che gli voleva dire che aveva donato via una botte di vino o dato per elemosina un sacco di pane o di fave o simili cose? Ella voleva pur fargli intender una di quelle cose de le quali nessun marito, se ha sale in zucca, non può udir la peggiore e per la quale molte cittá e ancor provincie son andate sossopra. Ora tornato che fu il marito a Rovano, essendo la notte nel letto con la moglie e volendo egli con lei, per esser stato fuori alquanti giorni, prendersi piacere, ella fatto buon animo, avendo di giá determinato ciò che intendeva di fare, gli disse: — Marito mio caro, rimanetevi un poco ed ascoltate quanto io vo’ dirvi. — E quivi amaramente piangendo gli disse come vinta da l’appetito che sforzata l’aveva, s’era posta a giacersi carnalmente con un leproso. E con molte parole mischiate con grandissimi singhiozzi e calde lagrime gli chiedeva perdono, affermandoli che si sentiva morire se cotal follia non faceva. Per questo dubitando non esser infetta di quel pestifero morbo, non voleva che egli seco si congiungesse. Ora vedete se il manigoldo de l’Amore aveva concio il povero uomo, se la donna gli aveva messo le brache in capo; ché secondo che un altro [p. 67 modifica]alor alora averebbe strangolata la moglie o datele tante pugnalate che morta l’avesse, ser capocchio cominciò insieme con lei a piangere e confortarla. Né li sofferendo il core di sgridarla, le teneva detto che facesse buon animo e che la farebbe per ogni modo medicare. E cosí si astenne di giacersi altrimenti con lei. Come fu venuto il nuovo giorno non volle messer caprone dar indugio a la cura de la cara moglie, ma con lei conferito quanto far intendeva perché si risanasse, presi di molti ducati, perché era ricchissimo, se ne montò a cavallo e cavalcò a Parigi. Quivi fece far un collegio dei piú famosi ed eccellenti medici che vi fossero, e non essendo da loro conosciuto gli propose il caso come era seguito, tacendo perciò il nome de la cittá e de la donna, e gli pregò a studiar benissimo a ciò si potesse dar compenso a la donna. I signori medici promisero di far di modo che egli si contenteria; e poi che il caso ebbero diligentemente studiato e con molte ragioni tra loro conferito, conchiusero di commun parere che la piú utile e salubre medicina che a la donna dar si potesse era che quella per tre o quattro mesi ogni giorno quante piú volte poteva con diverse persone amorosamente si prendesse piacere, perciò che ella potrebbe di leggero di tal maniera purgarsi che daria il male ad altri ed ella si sanerebbe, come davano anco avvenire a una donna che avesse il mal francese. Avuto ser barbagianni il salubre conseglio in scritto, pagati largamente i medici, se ne tornò tutto allegro a Rovano e disse a la sua donna: — Moglie mia, i medici dopo lunga e dottissima disputazione sono convenuti in questo, che altri siropi né pillole né medicine ti vogliono dare; solamente ti conviene per tre o quattro mesi ogni dí con piú uomini che tu potrai, pigliarti piacere giacendo carnalmente con loro. E quanto piú gli uomini saranno diversi tanto megliore la medicina sará. — La donna udendo ciò che il marito diceva, si pensò esser gabbata; ma veggendo che parlava sul saldo e che voleva che per ogni modo per guarir prendesse quelli siropi incarnativi, molto volentieri vi s’accordò e con effetto si diede in preda in quel tempo a tutto il mondo, e tanti ne provò quanti aver ne puoté. Che diremo [p. 68 modifica]noi, signori miei? Il povero geloso che non poteva sofferire che altri guardasse la moglie, si contentò ch’ella a quanti voleva facesse di sé copia. Credete voi che ella l’avesse concio di buona sorte? Né crediate ch’egli fosse scemonnito o pazzo, ché era nel resto avveduto e faceva i fatti suoi benissimo. Ma il troppo amore che a la moglie portava gli aveva accecati gli occhi e adombrato l’animo, di modo che era sforzato in ogni cosa compiacere a quella. Pensate mò se con tanta e tal libertá se ne cavò la voglia.