Novelle (Bandello, 1910)/Parte I/Novella XXXVIII

Novella XXXVIII - Ingegnosa astuzia d’un povero uomo in cavar danari di mano ad un abbate, ed alla innamorata d’esso abbate
Parte I - Novella XXXVII Parte I - Novella XXXIX
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IL BANDELLO

al molto magnifico signore

il signor

gianfrancesco uberto

il cavaliere

salute


Vi devereste senza dubio, signor mio, ricordar de la beffa che in Mantova fu fatta a quel nostro amico dal servidor siciliano di cui tanto si fidava, e ciò che alora il gentilissimo messer Benedetto Mondolfo ne disse al signor Carlo Uberto vostro zio. Era piú in còlerá esso signor Carlo de la beffa fatta che non era l’amico che ricevuta l’aveva, che ne restava con il danno e con le beffe. E in effetto la segretezza non sta se non bene in tutte le cose e massimamente ne l’imprese amorose, conoscendosi chiaramente che ogni minima paroluccia che si dica macchia assai spesso l’onore d’una donna, che è pure il piú bel gioiello che esse possano avere. Ora non è molto che ragionandosi qui in Mantova ne la sala di San Sebastiano tra molti gentiluomini di colui che sovra il tetto d’una casa passava per entrar in casa d’una sua innamorata, il molto costumato e gentil messer Gian Stefano Rozzone, che poco innanzi era tornato da la corte del re cristianissimo, narrò una breve novella che a tutti piacque. Ed avendola io scritta secondo che il Rozzone narrata l’aveva, quella vi dono e sotto il vostro nome voglio che sia letta. Voi con quella solita vostra umanitá degnerete accettarla, con la quale a tutti e cortese ed umano vi dimostrate, di maniera che chi vuol dir la cortesia stessa dica il cavalier Uberto e nel vero non si falla. Taccio quanto umanamente ogni dí di conseglio e aita sovvenite a coloro che deveno in duello combattere ed a voi ricorrono. Ma chi tacerá la cortesia che in casa [p. 70 modifica] vostra usate agli stranieri, e quanti da l’osteria ne levate avendone di continovo piena la casa? Ora io non vo’entrare nel largo campo de le vostre lodi, essendo elle da per sé cosí chiare che non hanno punto bisogno de la mia penna che in lodarle s’affatichi. State sano.

NOVELLA XXXVIII

Ingegnosa astuzia d’un povero uomo in cavar danari di mano ad un abbate

e da la innamorata d’esso abbate.

L’aver udito ragionar d’uno che per di sopra il tetto se n’andava a trovar la sua amica m’ha fatto sovvenir d’un caso che, essendo io questi di passati a la corte del re cristianissimo, intesi da signori degni di fede non esser molto che a Parigi era avvenuto. E perché da quello si può comprendere quanto importi la segretezza ne le cose amorose e render cauto e prudente chi ama, credo che non potrá se non giovare che io ve lo dica. Sono qui molti giovini cortegiani del nostro signor marchese i quali credo che tutti deveno esser innamorati, e chi domandasse loro che nomassero quelle donne che amano, parrebbe loro che se li facesse un grandissimo torto a cercar di saper l’innamorate loro. Tuttavia io porto ferma openione che se io mi metto a conversar con loro o vero a spiar ciò che fanno e le contrade per le quali essi passano e le chiese ove vanno, che in otto giorni io saperò dire: — Il tal ama la tale e il tal la tale. — E questa mia cognizione non avverrá per altro se non che communemente i giovini, e quasi per l’ordinario chi ama, sono incauti e rade volte metteno mente a ciò che si fanno. Colui si fida d’una ruffiana che tutto ciò che fa dice a questi e a quelli. Quell’altro adopra un servidore in portar lettere ed ambasciate, e colui ama qualche massara e de l’amor del padrone la rende consapevole, e con un fante d’un gentiluomo praticherá e tra loro si dicono ciò che sanno e non sanno, e le cose che deveriano esser segretissime vanno cicalando e manifestando. Ci sará poi chi [p. 71 modifica]ritrovandosi in alcun luogo con la sua innamorata crederá di non esser veduto da persona e fará alcuno atto notabile che altri vederá, e si viene a discoprire pensando d’esser in luogo che nessuno il veggia. Onde si suole proverbialmente dire che le siepi non hanno né occhi né orecchie, e nondimeno assai volte vedeno e senteno ciò che si fa e che si dice, perciò che uno che sia appiattato dietro una siepe vederá ed udirá ciò che da l’altra banda si dirá. Onde conviene a chi vuol esser segreto che abbia la mente per tutto e non tenga gli occhi chiusi. Ma venendo a la mia novella che intendo narrarvi, vi dico che in Parigi, cittá molto popolosa e di belle e piacevoli donne abondante, si ritrovò un abbate, e forse ancora v’è, che era molto ricco ed innamorato d’una molto bella donna. E tanto seppe il buon abbate fare e dire e sí bene sollecitar la sua innamorata che ne divenne possessore, godendo insieme felicemente i lor amori. E parendo a l’abbate aver molto ben collocato i suoi pensieri, tutto si diede in preda a la donna che amava, ed altrettanto ne faceva la donna. La domestichezza in Francia degli uomini con le donne è grandissima, e piú facilmente si basciano quivi che qui non si toccano le mani. Fanno spesso dei banchetti e s’invitano domesticamente l’un l’altro, e menano gioiosa e allegra vita avendo da ogni parte bandita la maledetta gelosia. Ora avvenne che un giorno di state, essendo l’abbate con la sua donna in un giardino a diporto, invitati da la freschezza d’un’ombra che faceva un pergolato, non essendo persona nel giardino se non essi dui e portando ferma openione che non ci fosse chi veder li potesse, poi che buona pezza ebbero passeggiato, si corcarono su la molle e fresca erbetta che sotto il pergolato era ed amorosamente si presero piacere cacciando il diavolo ne l’inferno e tra loro mille scherzi facendo, come talora in simili trescamenti suol avvenire. Copriva una casa al giardino vicina un povero uomo, il quale chiaramente vide tutto quello che i dui amanti fecero, e conoscendo l’abbate e la donna cominciò a far diversi pensieri ne la sua mente. Sapeva egli la donna esser molto ricca e che era moglie d’uno dei gran ricchi de la cittá di Parigi, e pensava se era ben fatto d’avvertir il marito di lei de la disonesta [p. 72 modifica] vita che ella teneva, e quasi fu per dar essecuzione a questo pensiero. Da l’altra parte gli pareva pure esser mal fatto a metter una donna in periglio di morte, che a lui niente apparteneva non gli essendo parente. Pensava anco che forse il marito di lei creduto non gli averia cosa che egli detto gli avesse, e non avendo modo di poter provare ciò che diceva, non restava perciò che non infamasse la donna. Gli occorreva anco che di leggero il marito averia potuto sgridar la donna e dirle: — Il tal m’ha detto la si fatta cosa dei fatti tuoi e che ti ha veduto in cotal giardino giacerti con l’abbate, — e che di leggero la donna ne averia avvertito esso abbate, del che poteva facilmente avvenire che per vendicarsi l’abbate gli avesse fatto rompere il capo. Onde avendo tra sé fatti molti pensieri ed a nessuno appigliandosi e tuttavia chimerizzando e farneticando, a la fine in animo li venne di voler senza pericolo veruno, se possibil era, guadagnar alcuna somma di danari ingannando con una bella invenzione in un medesimo giorno ed in un medesimo modo l’abbate e la donna insieme, e far che l’inganno non apportasse agli amanti altra pena o danno che di danari. Fermatosi in questo pensiero e parendogli esser molto riuscibile, andò a trovar un amico suo, che era di quelli che hanno le botteghe piene di panni vecchi d’ogni sorte, che sono in modo acconci che paiono quasi nuovi, essendone gentilmente levato via con loro arte il sudiciume ed ogni grasso e macchia; e fattosi accomodare di vestimenti che fatti parevano a suo dosso, si mise onestamente in ordine che proprio pareva un fattore di qualche onorato gentiluomo. Come giá vi ho detto, egli conosceva l’abbate e la donna e sapeva che da loro non era conosciuto. Sapeva medesimamente che l’abbate era gran giocatore e che la donna tutto il dí comprava maniglie, catene, fornimenti d’oro battuto da testa, cinture, corone e simili cose da donna, e spesso ne barattava. Il perché non dando indugio a la cosa, fatto buon animo se n’andò a casa de l’abbate a trovarlo e gli fece intendere che aveva da parlar con lui. Intromesso ne la camera de l’abbate, dopo la debita riverenza gli disse: — Monsignore, madama tale mia padrona — e nominò l’innamorata d’esso [p. 73 modifica]abbate — si raccomanda molto umilmente a la vostra buona grazia e vi supplica con tutto il core che vi piaccia d’accomodarla di ducento scudi dal sole, che fra un mese ve li renderá, perché ora le sono venuti a le mani alcuni fornimenti d’oro battuto che una gentildonna fa vendere, e n’ha buonissimo mercato e non vorria perder questa buona ventura, per esser cosa che di rado si truova. Ha fatto il mercato in cinquecento scudi e non se ne truova al presente altri che trecento. E perché mi crediate, m’ha detto che vi dia per contrasegno come martedí prossimo passato, passeggiando voi seco sotto il pergolato del tal giardino, ella vi pigliò una stringa dal sinistro lato. — Aveva veduto il povero compagno essendo sul tetto de la casa come la donna scherzando con l’abbate gli aveva dal giubbone e da le calze dal manco lato levata via la stringa. Udendo l’abbate cosí ben ordita favola, sapendo che nessuno era nel giardino, credette veramente che l’uomo fosse servidore de la sua donna. Onde subito aperta una cassa contò ducento scudi e gli diede a l’uomo, commettendogli che pur assai il raccomandasse a madama, e se di piú danari aveva bisogno che mandasse senza rispetto veruno. Si partí tutto allegro il buon compagno e di lungo se n’andò a casa de la donna, e trovatala in sala con le sue donne, le fece la convenevol riverenza e le disse che aveva da parlar con lei di cose di credenza. Si levò la donna ed accostatasi a una finestra attese ciò che il messo voleva dire, il quale le disse: — Madama, monsignor l’abbate si raccomanda umilissimamente a la vostra buona grazia. Egli è al Lovere dove giuoca a primiera, e per non trovarsi molti danari in borsa né potendo andar a l’alloggiamento, vi supplica che vogliate fargli grazia di prestargli ducento scudi, che dimane per ogni modo ve li restituirá. E perché mi diate fede di quello che in nome suo vi ricerco, dice che martedí prossimo passato voi gli levaste una stringa; — e disse come a l’abbate aveva detto. La donna senza pensarvi troppo, credendo al messo come a l’abbate averia fatto, andò ne la sua camera e presi i ducento scudi gli recò al messo. Egli come ebbe i danari se n’andò, e rese le vestimenta al suo amico, e vestitosi i suoi vili panni [p. 74 modifica]lava d’allegrezza di ritrovarsi quattrocento scudi d’oro. Stettero l’abbate e la donna alcuni di senza parlar dei danari prestati. Poi a caso avendone fatta menzione e non si trovando l’uomo che avuti gli aveva, s’accorsero essere stati ingannati e che erano da alcuno stati visti nel giardino. Onde per l’avvenire fecero le cose loro piú nascosamente che fosse possibile.