Girolamo Tiraboschi

1824 Indice:La secchia rapita.djvu Biografie letteratura Notizie intorno alla vita di Alessandro Tassoni del Cavaliere Girolamo Tiraboschi Intestazione 22 marzo 2012 100% Biografie

Questo testo fa parte della raccolta La Secchia rapita con annotazioni e col canto dell'Oceano


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N O T I Z I E

INTORNO ALLA VITA

DI ALESSANDRO TASSONI

DEL CAVALIERE

GIROLAMO TIRABOSCHI






In Modena, di antica e nobil famiglia, nacque a’ 28 di settembre del 1565 Alessandro Tassoni, figlio di Bernardino e di Gismonda Pelliciari. Privo dei genitori in età fanciullesca, fu ancor travagliato da infermità, da disgrazie, da nimicizie pericolose; le quali però non gl’impedirono il coltivare gli studi delle lingue greca e latina sotto la direzione di Lazzaro Labadini, allora celebre maestro in Modena. Circa il 1585 passò a Bologna a istruirsi nelle più gravi scienze; ov’ebbe, fra gli altri, a maestri Claudio Betti, e Ulisse Aldovrandi. Fu anche alla università di Ferrara, ove attese principalmente alla giurisprudenza. Così impiegò nello studio parecchi anni, finchè circa il principio del 1597 recatosi a Roma, entrò al servigio del cardinal Ascanio Colonna; e con lui nel 1600 navigò in Ispagna; e da lui nel 1602 fu spedito in Italia per procurargli la facoltà dal Pontefice Clemente VIII di accettare la carica di vicerè d’Aragona, da quella corte proffertagli; e di nuovo nel 1603, perchè in Roma avesse cura di tutti i suoi beni, nella qual occasione il cardinal gli [p. ii modifica]assegnò seicento annui scudi pel suo mantenimento. In occasione di uno di questi viaggi, egli scrisse le celebri sue Considerazioni sopra il Petrarca, che furono poscia stampate alcuni anni appresso. Frattanto egli in Roma fu ascritto alla famosa accademia degli Umoristi. Frutto del frequentar ch’ei faceva le romane adunanze, furono i dieci libri de’ suoi Pensieri diversi, de’ quali un saggio avea egli stampato sotto il titolo di Quesiti fin dal 1608, e che poi di molto accresciuti vider la luce nel 1612. Quest’opera scandalizzò altamente molti de’ letterati che allor viveano, i quali veggendo in essa riprendersi passi di Omero, censurarsi più volte Aristotele, e mettersi in dubbio se utili fossero o dannose le lettere, menarono gran rumore, come se il Tassoni a tutte le scienze e a tutti i dotti movesse guerra. E certo molte delle cose che in quell’opera leggonsi, sono anzi ingegnosi e scherzevoli paradossi, che fondate opinioni. Era l’ingegno del Tassoni somigliante a quello del Castelvetro, nimico de’ pregiudizi e di quello singolarmente che nasce dalla venerazione per gli antichi scrittori, acuto e sottile in conoscere i più leggieri difetti, e franco nel palesarli: se non che, dove il Castelvetro è uno scrittor secco e digiuno, benchè elegante, che sempre ragiona con autorità magistrale; il Tassoni è autor faceto e leggiadro, che sa volgere in giuoco i più seri argomenti, e che con una pungente, ma graziosa critica, trattiene piacevolmente i lettori. E probabilmente non era persuaso egli stesso di ciò ch’egli talvolta scrivea: ma il desiderio di dir cose nuove, e di farsi nome coll’impugnare i più rinomati scrittori, lo indusse a sostenere alcune strane e poco probabili opinioni, fra mezzo alle quali però s’incontrano riflessioni e lumi utilissimi per leggere con frutto gli antichi e moderni autori. [p. iii modifica]Maggior rumore ancora destarono le sue Considerazioni sopra il Petrarca, stampate la prima volta nel 1609. Parve al Tassoni, e forse non senza ragione, che alcuni fossero sì idolatri di quel gran poeta, che qualunque cosa gli fosse uscita dalla penna, si raccogliesse da loro come gemma d’inestimabil valore; e che perciò avvenisse che alle rime di esso si rendesse onor troppo maggiore che non era loro dovuto. Ma il Tassoni cadde nell’eccesso contrario; e per opporsi alla soverchia ammirazione che alcuni aveano pel Petrarca, il depresse di troppo; e non pago di rilevare i difetti che i critici spassionati osservano nelle rime di quel famoso poeta, volle ancora, come si dice, vedere il pelo nell’uovo, e trovare errori ove niun altro li trova. Levossi dunque in difesa del Petrarca Giuseppe Aromatari da Assisi, giovane allora di 25 anni, che ritrovavasi in Padova; e nel 1611 pubblicò le sue Risposte alle Considerazioni del Tassoni; nelle quali però non passa oltre a’ primi dieci sonetti, rispondendo alle accuse colle quali il Tassoni aveali criticati. Il Tassoni nell’anno stesso replicò all’Aromatari co’ suoi Avvertitmenti, pubblicati sotto il nome di Crescenzio Pepe; e perchè due anni appresso replicò ad essi l’Aromatari co’ suoi Dialoghi sotto il nome di Falcidio Melampodio, il Tassoni sotto quello di Girolamo Nomisenti gli controrispose colla sua Tenda rossa, libretto pieno di fiele contro il suo avversario, e che non dee prendersi a modello dello stile da tenersi nelle dispute tra’ letterati. E con esso finì la contesa, della quale, oltre ciò che narrane il Muratori, si può vedere il racconto presso il conte Mazzucchelli, ove dell’Aromatari, e di queste e di altre opere da lui pubblicate, ci dà esatta contezza (Scritt. ital. T. i, par. 2, p. 1115 ec.).

Il Tassoni frattanto, che già da alcuni anni, e [p. iv modifica]forse dopo la morte del cardinal Colonna avvenuta nel 1608, non avea avuto altro padrone, e a cui le anguste sue fortune facean bramare il servigio di qualche principe, nel 1613 cominciò a introdursi nella servitù del duca di Savoia Carlo Emanuelle. Il Muratori racconta a lungo le diverse vicende che in tal servigio ebbe il Tassoni presso quel duca, e presso il principe cardinale di lui figliuolo; gli onorevoli assegnamenti che più volte gli furon fati, ma de' quali appena potè egli mai aver parte; il viaggio da lui fatto a Torino, e i raggiri co' quali gli fu impedito di avanzarsi nella grazia del duca; il vario contegno con lui tenuto dal principe cardinale, da cui or venne amorevolmente accolto, or costretto perfino ad uscir di Roma. I diversi maneggi di quella corte con quella di Spagna, con cui il duca Carlo Emanuelle spesso ebbe guerra, e spesso conchiuse la pace, furon probabilmente origine di tali vicende; perciocchè essendo il Tassoni rimirato come nimico della monarchia spagnuola, non poteva esser veduto collo stesso occhio in tempo di guerra e in tempo di pace. Nè senza fondamento credevasi ch'ei fisse di animo mal disposto contro la corte di Spagna; perciocchè a lui furono attribuite alcune Filippiche contro gli Spagnuoli, e un libello intitolato Le Esequie della monarchia di Spagna. Il Muratori non parla delle Filippiche come di opera uscita alle stampe: ma esse son veramente stampate, benchè sieno per avventura un de' più rari libri che esistano; ed io ne ho, pochi anni addietro, acquistata copia per questa biblioteca estense. Le Esequie non so che sieno stampate. Il Tassoni protestò di non essere autore nè dell'uno nè dell'altro libro: e delle Filippiche, o almeno delle due prime, afferma che è autore quel Fulvio Savoiano che ha composte altre [p. v modifica]scritture ancora più pungenti di quelle, contra gli stessi Spagnuoli; e dell’Esequie dice che fu libro composto da quel padre franciscano..... che fece poi per altri rispetti quella bella riuscita (v. Murat. Vita del Tassoni p. 28). Nondimeno lo stesso Muratori confessa di aver vedute due di queste Filippiche presso il conte Alfonso Sassi, che sembrano scritte di man del Tassoni, e così ne sembra a me ancora, che pur le ho vedute; e lo stile piccante con cui sono stese, può far sospettare ch’ei ne fosse l’autore. In fatti tra le sette Filippiche che stampate si trovano in questa ducal biblioteca, le due prime, come ho detto, mi sembrano opera del Tassoni. Ma lo stile delle altre cinque è diverso; e si ravvolgono per lo più sulle cose de’ Veneziani, co’ quali non avea relazione alcuna il Tassoni. Innanzi alle stesse Filippiche precede un altro opuscolo di somigliante argomento, intitolato Caducatoria prima, a cui leggesi sottoscritto l’Innominato Accademico Libero, il qual nome medesimo si legge a’ piedi della quarta e della settima Filippica; nè io so chi abbia voluto ascondersi sotto a quel nome. Dopo le Filippiche segue la Risposta alle Scritture intitolate Filippiche, stampata collo stesso carattere e nella forma medesima; in cui si difende la corte di Spagna, e si fanno sanguinose invettive contro il duca Carlo Emanuelle I. In questi opuscoli non vi ha indicio del luogo ove sieno stampati, o del nome dello stampatore; e solo al fine della Filippica iii. si legge segnato l’anno 1615. Le quali minute riflessioni ho io voluto qui fare, trattandosi di un libro da pochissimi conosciuto. Ma ritorniamo al Tassoni. Nel 1623 lasciò di essere al servigio del detto cardinale, e visse tre anni tranquillamente, attendendo insieme a’ suoi studi e alla coltura dei fiori, della quale molto si dilettava. E questo fu il [p. vi modifica]tempo probabilmente, nel quale si affaticò a finire il Compendio del Baronio, da lui cominciato più anni addietro, e di cui esistono alcune copie a penna in quattro tomi, una delle quali conservasi in questa biblioteca estense. Avea egli cominciata quest’opera in latino; ma poscia la stese in italiano: e il Muratori muove qualche sospetto che il Compendio latino dei medesimi Annali, pubblicato nel 1635 da Lodovico Aureli perugino, fosse quel desso che già scritto avea il Tassoni; il qual sospetto però non sembra abbastanza fondato. Nel 1626 cominciò egli a provare sorte alquanto più lieta. Dal cardinal Lodovisio nipote di Gregorio XV. fu preso al servigio coll’annuo stipendio di 400 scudi romani, e colla stanza nel suo palazzo. Dopo la morte di quel cardinale, avvenuta nel 1632, passò il Tassoni alla corte del duca Francesco I., suo natural sovrano; e n’ebbe il titolo di gentiluomo trattenuto e di consigliero, con onorevole stipendio e abitazione in corte. Ma tre anni soli godette del nuovo suo stato; e venuto a morte a’ 25 d’aprile del 1635, fu sepolto in San Pietro.

Io ho accennato la più parte delle opere dal Tassoni composte, lasciando di parlare di alcune altre di minor importanza e per lo più inedite, delle quali fa menzione il Muratori; e differendo ad altro luogo il trattare delle Annotazioni sul Vocabolario della Crusca, a lui attribuite. Ma ora dobbiam dire di quella per cui egli è celebre singolarmente, cioè della Secchia Rapita. Oltre ciò che intorno alla storia di questo poema racconta il Muratori nella vita del poeta, più minute notizie ancora ne abbiamo nella prefazione dal ch. dottor Giannandrea Barotti premessa alla magnifica edizione fattane in Modena nel 1744; ove diligentemente espone quando il Tassoni si accingesse a comporlo; come per più anni se [p. vii modifica]ne tentasse più volte inutilmente la stampa in Modena, in Padova e altrove; come finalmente fosse esso la prima volta stampato in Parigi nel 1622, e ristampato colla medesima data nell’anno stesso a Venezia; come per ordine del Pontefice dovesse il Tassoni toglierne e cambiarne qualche espressione, e così corretto il poema uscisse di nuovo a luce in Roma nel 1624 colla data di Ronciglione; e come poscia se ne facessero più altre edizioni. Tutto ciò si può vedere nella suddetta prefazione esattamente narrato. Io mi arresterò solo alquanto sulla gara di precedenza tra La Secchia Rapita e Lo Scherno degli Dei del Bracciolini. Questo fu pubblicato la prima volta in Firenze nel 1618, cioè quattro anni prima di quello del Tassoni; ma il Tassoni già da molti anni prima l’avea composto. Gaspero Salviani, che è nome supposto dello stesso Tassoni, in una lettera da lui scritta a que’ tempi, ma pubblicata solo innanzi all’accennata edizione modenese, afferma ch’egli lo scrisse tra l’aprile e l’ottobre del 1611; e aggiugne che alcuni cavalieri e prelati che allor viveano, ne posson far fede. Anzi lo stesso Tassoni, in una lettera premessa all’edizione di Ronciglione, dice di averlo composto una state nella sua gioventù; il che vorrebbe dire prima del 1611, nel qual anno ci contava 46 di età. Ma il dottor Barotti crede che così affermasse il Tassoni perchè temeva che gli si potesse fare un rimprovero di avere in età avanzata scritto un sì scherzevol poema; e crede ancora, che nella lettera del Salviani, in vece del 1611, debba leggersi il 1614. Che che sia di ciò, è certo che fin dal 1615 area il Tassoni compiuto il suo poema, benchè poscia vi aggiugnesse due canti; che nel 1616 cominciò a trattarsi di darlo alle stampe, benchè ciò non si eseguisse che nel 1622; e che frattanto ne correano per le mani di molti [p. viii modifica]copie a penna. Tutto ciò compruovasi dal Barotti con autentici documenti, e colle lettere del Tassoni medesimo, e di altri a lui scritte. E una fra le altre ne abbiam del Tassoni, scritta a’ 28 di aprile del 1618, in cui mostra la sua premura che La Secchia Rapita venisse presto alla luce, perchè avea udito che il Bracciolino a Pistoia s’era messo a fare anch’egli un poema a concorrenza, il qual di fatto, come si è detto, in quell’anno medesimo fu stampato. È certo dunque, che il poema del Bracciolini fu stampato quattro anni prima di quel del Tassoni; ma è certo ancora, che il Tassoni avea compiuto il suo nove anni prima che si pubblicasse, e quattro anni prima che Lo Scherno degli Dei vedesse la luce. È certo che le copie della Secchia Rapita corsero manoscritte per le mani di molti, e che il Bracciolini potè vederla e prenderne esempio; e non è improbabile che così fosse. Al contrario, non si è ancora prodotta prova la qual ci mostri che il Bracciolini assai prima del 1618 avesse intrapreso il suo lavoro: e perciò finora il vanto dell’invenzione di questo genere di poema sembra che sia dovuto al Tassoni. Il conte Mazzucchelli che lascia indecisa questa quistione (Scritt. ital. T. 2, par. 4, p. 1960, not. 30), dice che lo Scherno degli Dei se non ha la gloria del primato, quanto al tempo in cui fu composto, lo ha quanto a quello della stampa; e che può certamente nel merito andar del pari colla Secchia Rapita. Io però temo che quest’ultima decisione non sia per essere molto approvata. A me certo sembra che, o si riguardi la condotta e l’intreccio, o la leggiadria e la varietà delle immagini, o la facilità del verso, il poema del Tassoni sia di molto superiore a quello del Bracciolini. E pare ancora, che il comune consenso sia favorevole alla mia opinione: perciocchè ove dello [p. ix modifica]Scherno degli Dei non si hanno che sei edizioni1, e niuna posteriore al 1628; della Secchia Rapita se ne hanno poco meno di trenta, ed essa è stata stampata anche in Francia e in Inghilterra, e recata ancora nelle lingue francese ed inglese; e anche dopo la bella edizione di Modena del 1744, un’altra vaghissima se n’è fatta in Parigi nel 1766. Alla maggior parte delle edizioni di questo poema va aggiunto il primo canto di un poema eroico sulla scoperta dell’America, dal Tassoni incominciato, e che se fosse stato da lui finito, non sarebbe forse divenuto sì celebre, come l’altro.

Note

  1. Una nuova edizione dello Scherno degli Dei del Bracciolini fu fatta in Firenze nel 1772 per opera, del ch. sig. Giuseppe Pelli direttore di quella real galleria delle antichità. Nota dello stesso Tiraboschi aggiunta nella seconda edizione di Modena della sua Storia della Letteratura Italiana e più edizioni se ne son fatte in Italia infino a quest’anno 1823.