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Lettere (Seneca)/Lettera X

Lettera X

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Lucio Anneo Seneca - Lettere (I secolo)
Traduzione dal latino di Annibale Caro (XVI secolo)
Lettera X
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LETTERA X

Amicum tuum hortare, ut etc. Ep. XXXVI.


Esorta pur l’amico tuo, che animosamente sprezzi questi che lo riprendono, che datosi all’ombra, et all’ozio, sia mancato all’onore, et alla dignità sua, e che abbia preferito la quiete a tutto quello, che averebbe potuto acquistar di più. Or faccia toccar con mani ogni giorno a questi tali con quanto suo utile egli si sia governato. Quelli, ai quali si porta invidia, non resteranno però d’andare innanzi: gli altri o che saranno dissipati, o che caderanno. La roba è un’inquieta felicità; per se medesima si tormenta, turba l’ingegno, e con varie sorti di perturbazioni; incita gli altri a diverse cose; questi a’ potentati, quelli a lussuria; questi insuperbisce, quelli umilia, e tutti insieme al fin gli risolve in niente. Si trova però qualch’uno, che l’usa bene, non altrimente che il vino: sicchè non accade che questi si diano ad [p. 62 modifica]intendere, che colui ch’è da molti assediato, sia felice; perocchè a questo tale, quasi a un lago si corre, il quale seccano e turbano. Vano e pigro lo dimandano: e certi altri, che malamente parlano, e mostrano il contrario, tu sai che gli chiamavano felici. Che dunque diremo? Era egli così veramente? Io non faccio nè anco conto di quel che a molti pare, che sia d’un animo troppo orrendo e severo. Aristone solea dire ch’egli più tosto volea un giovine malanconico, che allegro et amator di perturbazioni: perchè diceva non comportar il tempo, che il vino, che essendo novo parve grosso, et aspro, si faccia buono, per aver piaciuto poi nella botte. Ma se lo dimanderanno mesto et inimico de’ suoi progressi, ben gli si converrà nella vecchiezza questa mestizia: perseveri pur ora ad amar la virtù, et a sorbirsi gli studj liberali, non quelli studj, de’ quali basta assai esserne solamente sparso; ma questi, de’ quali si deve tingere l’animo. Oh che dunque? vi è tempo che non si deve imparare? Non; ma siccome è cosa lodevole di studiare in tutti gli anni; così è onesto che non sia lecito in tutti gli anni d’essere instituito. Brutta e ridicola cosa è veder un vecchio, che cominci ad imparar i primi elementi delle lettere. I giovani devono acquistare, et i vecchi servirsi dell’acquistato. Farai dunque a te medesimo cosa utilissima, se farai lui un uomo da bene. Questi veramente sono i benefizj, ma senza dubbio de’ maggiori che siano, che si suol dir che si devono desiderare, et anco fare, i quali non men giovano a fargli, che a [p. 63 modifica]ricevergli. Finalmente egli non è più in sua libertà, ha promesso: e men vergognosa cosa è l’esser creditore, che venir mancando della buona speranza. Per pagar quel che altrui si deve, a un mercante bisogna prospera navigazione, a un agricoltore la fertilità della terra, che coltiva, et il favor de’ cieli: ma costui può con la sola volontà satisfare a quel che deve. Negli costumi la Fortuna non ha possanza. Questi dispongagli per modo, che il tranquillo animo suo venga a quella perfezione, che suol essere d’un animo perfetto, che non sente passione alcuna per dare, o per torre che gli si faccia, ma sempre sia nel medesimo abito, ovunque le cose cadino. Al quale o che si aggiunghino questi beni del volgo sopra le cose sue, o che parte di questi, o anco tutti dal caso gli sian tolti, non si diminuisce punto della sua grandezza. Se tra’ Parti fusse nato, subito da putto comincierebbe a tirar l’arco: se nella Germania, incontanente negli teneri anni vibrerebbe l’asta: se fusse stato al tempo de’ nostri avi, in un subito averebbe imparato di cavalcare, e di ferir l’inimico. Queste cose a ciascheduno detta e comanda la disciplina della sua gente. Or che dunque si farà? Convien che costui con tutto l’animo pensi quello, che contra ogni sorte di armi, e contra ogni sorte d’inimici è saldissimo scudo, e questo è il disprezzar la morte: la quale che non abbia in se un non so che di spavento tale, che offenda anco gli animi nostri formati dalla natura affezionati di lor medesimi, non vi è chi dubiti; nè sarebbe necessario che noi ci accomodassimo, [p. 64 modifica]e c’ingegnassimo a quello, al quale per un certo instinto di volontà anderemmo, come ciascuno è tirato alla conservazione di se medesimo. Nessuno impara di giacer pazientemente sopra ai spini, bisognando: ma fa ben ogni sforzo di non mancar di fede per tormenti, di modo che, se bisogno sia, in piedi, e talvolta anco ferito un stia vigilante per difension del forte, nè s’appoggi pur all’asta; perchè suole, a chi in qualche cosa si riposa, di nascosto e tacitamente venir il sonno. La morte non ha incomodo alcuno; perciocchè per voler che una cosa abbia danno in se, bisogna che abbia anco l’essere. Che se pur ti vien desiderio di viver più lungamente, considera che nessuna di quelle cose si consuma, che son lontane dagli occhi, e che son riposte nella natura, dalla quale sono uscite, ovver usciranno di mano in mano. Cessano queste cose, non mojono: e la morte, che tememo, e ricusiamo, interlassa la vita, non la toglie del tutto. Verrà di nuovo il giorno che ci ritornerà in vita, la qual molti recuserebbono, se non ci riducesse dimenticati del passato. Ma mi riserbo per un’altra volta di mostrarti qualmente tutte quelle cose, che a noi par che perischino, si mutino. Volentieri deve ciascun uscire, dovendo ritornare. Osserva questo giro delle cose, che ritornano in lor medesime, e vederai che in questo mondo cosa alcuna non s’estingue, ma a vicenda descende, e risorge. L’estate se ne va, ma l’altr’anno ne la riconduce; manca l’inverno, ma gli suoi mesi lo ritorneranno: la notte offusca il sole, et il giorno [p. 65 modifica]incontanente scaccia lei. Questo viaggio di stelle ritorna di novo a quel che ha passato: una parte del Cielo s’innalza del continuo, et una parte si sommerge. Finalmente mi basta dir per ultimo, che se nè bambini, nè putti, nè pazzi temono la morte, è bruttissima cosa, se la ragione non ci dà quella sicurezza, alla quale ci conduce la pazzia. Sta sano.