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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/90

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e c’ingegnassimo a quello, al quale per un certo instinto di volontà anderemmo, come ciascuno è tirato alla conservazione di se medesimo. Nessuno impara di giacer pazientemente sopra ai spini, bisognando: ma fa ben ogni sforzo di non mancar di fede per tormenti, di modo che, se bisogno sia, in piedi, e talvolta anco ferito un stia vigilante per difension del forte, nè s’appoggi pur all’asta; perchè suole, a chi in qualche cosa si riposa, di nascosto e tacitamente venir il sonno. La morte non ha incomodo alcuno; perciocchè per voler che una cosa abbia danno in se, bisogna che abbia anco l’essere. Che se pur ti vien desiderio di viver più lungamente, considera che nessuna di quelle cose si consuma, che son lontane dagli occhi, e che son riposte nella natura, dalla quale sono uscite, ovver usciranno di mano in mano. Cessano queste cose, non mojono: e la morte, che tememo, e ricusiamo, interlassa la vita, non la toglie del tutto. Verrà di nuovo il giorno che ci ritornerà in vita, la qual molti recuserebbono, se non ci riducesse dimenticati del passato. Ma mi riserbo per un’altra volta di mostrarti qualmente tutte quelle cose, che a noi par che perischino, si mutino. Volentieri deve ciascun uscire, dovendo ritornare. Osserva questo giro delle cose, che ritornano in lor medesime, e vederai che in questo mondo cosa alcuna non s’estingue, ma a vicenda descende, e risorge. L’estate se ne va, ma l’altr’anno ne la riconduce; manca l’inverno, ma gli suoi mesi lo ritorneranno: la notte offusca il sole, et il giorno