Apri il menu principale

Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/84

58

esser bene senza virtù; dunque ogni cosa buona è desiderabile. Oltre di questo se una forte pazienza negli tormenti si deve desiderare; dimmi di grazia: non si doverà anco desiderar la fortezza, come quella che sprezza, e provoca anco i pericoli? Bellissima certamente, e mirabil parte di questa fortezza è quella di non cedere al foco, e d’andare incontro alle ferite, e talvolta non solo non schivar un’asta che venga per ferirti, ma anco incontrarla col petto. Se dunque si deve desiderar la fortezza, si deve anco desiderare il sopportar pazientemente i tormenti; e non il sopportargli solamente perchè questo è parte della fortezza. Ma dividi, come t’ho detto, queste cose, e non vi sarà errore alcuno. Perciocchè non si deve desiderar il soffrir de’ tormenti, ma il soffrirgli con fortezza d’animo: io vi desidero quella fortezza, ch’è virtù. Ma chi sarà che desideri questo per se medesimo? Alcuni voti son chiari, e apertamente fatti; e son quelli che si fanno in particolare: alcuni altri son ascosti, come quando sotto un voto se ne comprendono molti; come sarebbe a dire, io desidero la vita onesta; e la vita onesta costa di molte, e varie azioni. Sotto questa vita vien compresa l’arca di Regolo; la ferita di Catone stracciata con le sue proprie mani; l’esilio di Rutilio, e il venenato calice di Socrate, che togliendolo di prigione lo trasportò in Cielo. Di sorte che desiderando io la vita onesta, intendo anco di desiderar queste cose simili, senza le quali molte volte non può essere onesta: