Apri il menu principale

Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/83


57

se tutto quel ch’è bene si deve desiderare: e dici, se è bene il tormentarsi fortemente, e l’abbruciarsi animosamente, e pazientemente esser infermo; seguita che queste cose si debbiano desiderare. Io per me non veggo che tra queste sia cosa degna che altri ne faccia voto per ottenerla: nè so che niuno fin a quest’ora abbia satisfatto a voto, per essere stato battuto, o tormentato dalla podagra, o da altri tormenti conciato. Or distingui, il mio Lucilio, e conoscerai quel che si deve desiderare in queste cose. Io vorrei sempre esser lontano dagli tormenti; ma se pur s’hanno da patire, desidererò di poterli sopportare fortemente, onestamente, et animosamente. Io mi contenterei che non fussero mai guerre; ma se si faranno, desidererò di poter soffrir generosamente le ferite, la fame, e tutti gl’incomodi, che suol apportar la necessità della guerra. Non sono sì sciocco, ch’io desideri d’essere infermo: ma se la fortuna vorrà ch’io cada ammalato, desidererò di non far cosa intemperantemente et effemminatamente. Non son dunque gl’incomodi che si devono desiderare, ma la virtù, con la quale si sopportano gl’incomodi. Alcuni de’ nostri giudicano, che noi non dovemo desiderare una forte tolleranza in tutte le cose nostre, ma che non la dovemo nè anche abborrire: perciocchè dicono che si deve per voto chiedere un puro bene, tranquillo, e fuor d’ogni travaglio. Io son di contrario parere. E perchè? Prima, perchè non può essere, che una cosa sia buona, e che non si debbia desiderare: e se la virtù si deve desiderare, e non può