Lettere (Campanella)/LXXI. Ad Urbano VIII

LXXI. Ad Urbano VIII

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LXXI

Ad Urbano VIII

Perché il pontefice non conservi una falsa memoria della veracitá e fedeltá dell’esule, questo smaschera i suoi persecutori, il padre generale Niccolò Ridolfi ed il maestro del sacro palazzo Niccolò Riccardi, soprannominato il Mostro.

 Beatissimo Padre,

Miracolosamente in dieci giorni il vostro perpetuo fidelissimo e di tutto core amantissimo servo è giunto in Aix, sequendo la legge naturale ed evangelica, al cenno dello Spirito santo nelle parole di Vostra Beatitudine all’ambasciatore cristianissimo da me conceputo (?), per fuggir l’odio gratis de’ nemici di vostra casa — come col tempo si mostreranno i piú crudi del mondo se potranno — e l’ira quanto piú simulata tanto piú atroce dei ministri del re cattolico chi per mostrarsi fideli e roder come vermi domestici senza disturbo le radici dello scettro reggio fanno ostentazione di salvare il regno da ribelli, [p. 249 modifica]e con tormenti dopo la condanna di morte — ai quali nullo resiste se la resistenza non giova, anche perché pensan di scolparsi del peccato dopo il tormento, — e con soggestioni han voluto che si dica contra me prima infamato tanti anni, per dar apparenza al manifesto mendacio, come io stimo e tutto il mondo grida. Però io dimando a Vostra Beatitudine grazia di farmi una confession generale, con protesta che non mi vaglia né in questo secolo né in l’altro, per la colpa impostami nel caso del Pignatello, se io ne fossi stato complice o consapevole. Di piú l’assicuro che in questi paesi li valerò piú che mille trombe della virtú e gloria di Vostra Beatitudine, e piú che mille ambasciatori per il benefizio di casa Barberina e per le giurisdizioni ecclesiastiche: e spero in Dio poterlo fare e presto.

E perché Vostra Beatitudine prese occasione di scacciarmi da sé, pensando ch’io l’avessi detto bugia nella causa del padre Mostro, li dico di novo ch’il suo libro è tutto gentilismi, talmudismi, e zannate burlesche delle cose sacre, e piú che ordinarie eresie. E perciò donai, a tutti chi mi cercâro, la Censura; ed in Roma lasciai il Memoriale a Vostra Beatitudine con le parole sue formali, perché sappia chi l’ha mentito, io o altri collegati seco a riferirle il contrario; ed anche quel che le scrissi per piú volte stimolato dal padre Acquaviva e dal padre Lupi suoi compagni — di questo e d’altre cose piú gravi trattate con li pseudoastrologi, le quali cose ho tacciute, come i poemi di Vostra Santitá saran proibiti, perché mette la sacra scrittura in verso — è verissimo. Ma l’Acquaviva mi disse che il conte di Castelvillano non ha voluto che lo dicesse a Vostra Beatitudine, per non darle disturbo. E perché lui ad istanza de’ Peretti ha favorito il Mostro — e forse non conosce l’importanza del fatto — benché sia fedelissimo ed amorosissimo a Vostra Beatitudine, e per conservar questo amore, non voi che Vostra Beatitudine senta un minimo disturbo. Ma con precetto potrá farselo dire dal padre Lupi.

Io ho voluto tacere per il rispetto del conte e de l’eminentissimo cardinale Antonio; e pensavo un giorno mostrarlo. [p. 250 modifica]Ma sendo lontano, non voglio che Vostra Beatitudine tenga una falsa opinione contra la veracitá e fedeltá mia; ma s’assicuri che quanto dico farò. Se mi voi far grazia permettere ch’io stampi i suoi poemi con li miei commenti, testificâro al mondo le sue grandezze e la mia devozione; e disfarò quella invidia che mi pose a terra, perché, non potendo il Ridolfi e ’l Mostro mover l’alto senno di Vostra Beatitudine, seminâro ch’io trattassi seco astrologie e cose di Stato. E però il cardinale eminentissimo Barberino prudentemente ha cercato sempre che io pratticassi poco in palazzo e che non dedicassi libri a Vostra Beatitudine e che non si stampassero i miei commenti. E però Sua Eminenza tiene il primo volume, ch’è de’ poemi sacri, datoli con queste soggestioni dal padre Ridolfi; l’altro volume sta in man del padre Tontoli, che li fece una grande approbazione. Come anche il padre Candido feo; e le scole pie e li sommaschi me li cercâro per legger a discepoli; ed io non li diedi senza voluntá di Vostra Beatitudine. Altri commenti restâro nella mia cassa, ed uno in man dell’eminentissimo cardinale Orige.

Di piú, Vostra Beatitudine sa che l’Ateismo trionfato che stampai, è fortissimo per levar dalla mente di principi e di scienziati quello argomento donde nasce l’astuzia di stato e la dissobedienza verso Vostra Beatitudine e che la religione sia arte di stato: e fa gran frutto. Mi fu cercato dall’academia nova contra eretici per mezzo del padre Giacinto cappuccino, come sa il padre commissario del Santo Offizio, il Firenzola. Però non è bene che resti inchiodato. Io conciai quel che disse Vostra Beatitudine; ma quel che oppose il Mostro è suo errore, perché Vostra Beatitudine non voi si facciano prognostici e nativitá, e lui non voi che si faccino argomenti «ad hominem ex dictis astrologorum», come fa san Paolo contra gentili ex dictis gentilium, contra ebrei ex hebraeorum. Ed è luogo teologico ex 9 Melchioris Cani; e dir il contrario è dogma di manichei, li quali condannano san Matteo perché disse: «vidimus stellam eius in oriente», e Mosè perché registrò l’astrologismo di Balaam, «orietur stella ex Iacob etc.», e confondendo le [p. 251 modifica]nazioni con le proprie loro dottrine. Anzi san Crisostomo ed altri portano l’oracoli de’ diavoli contra i gentili. Però non ho voluto consentire al suo giudizio, perch’è in favor di manichei e contra il senso e l’onor della bolla di Vostra Beatitudine, nemica di manichei. Onde supplico doni al padre Firenzola ordine che lo veda con persone non interessate.

Di piú, si stampò in Iesi il libro della Monarchia del Messia, attissimo a tirar i principi all’obedienza senza i disturbi del Santarello e senza pericolo, ed approbato da esso Mostro e dal vicecommissario del Santo Offizio per tale. Però supplico Vostra Santitá li faccia dar il publicetur, bench’io non l’avessi stampato; e mi obligo far che l’ambasciatori di principi l’approbino, avvertendo che presto faranno opinion commune, che si possa far tribunale sopra san Pietro, il quale fu posto sopra tutti per metter ragione tra principi e populi collitiganti, e tra principi e principi e nazione e nazione. Vostra Beatitudine lo veda come lo vede anche il cardinale Gessi, e proveda; o veramente Vostra Beatitudine mi dia licenza che la Sorbona rivegga tutti questi libri e faccia sian publicati o no, secondo parerá.

Le ricordo anche che il Reminiscentur cercato da tutti, in particolare da monsignor Ingoli, come necessario a tutti missionari, approbato dal vicecommissario del Santo Offizio e dal rettore di sant’Andrea della Valle dottissimo, il padre Firlingieri, e desideratissimo da tutti, son due anni che sta in man del padre Mostro; e non vol renderlo sotto vani pretesti, né con correzione né senza. Però supplico lo faccia rendere all’ambasciatore cristianissimo, e si rivederá in Francia. Perché il Mostro non è atto e per l’inimicizia e perché non ha scienza alcuna, se non dui trattati della prima e terza parte, non nel testo ma nei scritti; ed il vostro servo ch’ha visto tutto san Tomaso, l’ha fatto mille volte restare come è noto, e ’l sa il padre Bartoli chi fu presente. Di piú, il suo libro contra l’avversario del concilio tridentino è preso parte dalle cose mie, e però non vol si publichino il Reminiscentur e la Monarchia; e parte si ebbe dal Carli, il qual vedendo questo, n’ha fatto esso il proprio trattato. Dissi a Vostra Beatitudine [p. 252 modifica]ch’io in dui mesi scriverei: Vostra Beatitudine mi disse: «Sí, dopo ch’averá scritto il Mostro»; Vostra Beatitudine vederá ch’egli scrive prediche e dicerie volgari e salse alquanto, non tocca il punto. Se comanda scriverò.

Finalmente supplico Vostra Beatitudine mi continui l’elemosina delli quindici scudi d’oro al mese per li bisogni, e perché si sappia ch’io son suo vero servo ed autorizato al suo servizio; come anche la continua a Gaspare Sdoppio, benché stia in Germania.

Si ricordi ch’han fatto stampar in Roma l’astrologia di notte; e poi la donâro a Vostra Beatitudine, dicendo falsamente che ci erano soperstizioni — e li giudici datimi da Vostra Beatitudine dissero il contrario; — e fu quel giorno che Vostra Beatitudine mi volea far qualificator del Santo Offizio, sapendo elli quanto potea fra loro risplender il mio giudizio e passar avanti. Si ricordi che cercâro screditarmi, ch’io non son tomista — falsamente, ma ciò poco importa, essere scotista o agostinista o etc. in santa Chiesa, — ed io cercandoli di legger san Tomaso in catedra, non mi lasciâro, perché non si veda la calunnia. E poi la ridussero che non sono aristotelico; ed io mostrai che san Tomaso non è aristotelico: e che lui dice che Aristotele non è l’ottimo de’ filosofi, ma Platone e Socrate e Pitagora, come pur dice sant’Agostino; e ch’è errore e tirannide spirituale esporre la sacra scrittura solo con Aristotele o altro filosofo, secondo san Tomaso, Agostino, Giustino ed altri. E che li padri tutti hanno scacciato Aristotele dalle scole cristiane, e che ordinâro che non ci appoggiamo a filosofo particolare, ma ricever da tutti quel che imparâro dalla Sapienza eterna, Cristo, ignorato da loro, «tanquam ab iniustis possessoribus»; e che lo stesso dicono le nostre constituzioni e ’l concilio laterano.

E con tutto ciò ardiscono soggerire a Vostra Beatitudine ch’io fo male, impugnando Aristotele in quelle cose in che fu impugnato da padri, Basilio, Giustino, Gregorio nisseno. Crisostomo, Ambrogio, Tertulliano, Lattanzio, Clemente alessandrino, Agostino, Eusebio, Beda e san Tomaso stesso. Del [p. 253 modifica]che feci un opuscolo e presto verrá a Vostra Beatitudine. E Melchior Cano, gran tomista, irato contro essi dice in libro decimo De locis: «habent Aristotelem pro Christo, Averroem pro san[cto ] Petro, Alexandrum aphrodisiensem pro san[cto] Paulo». Pensivi Vostra Beatitudine, perché «quidquid loquitur populus iste, coniuratio est, dicit Dominus». L’opinion De sensu rerum tanto biasmata dal Mostro, ho fatto veder ch’è di tutti padri e di scolastici e di tutti filosofi, altro che d’epicurei e di chi non crede che Dio ci è. L’opuscolo si vedrá. Per amor di Dio, Vostra Beatitudine apra gli occhi sopra il suo servo, mi protegga e dia per giudice la Sorbona, benché non sia meco nella giurdizione, e vedrá che ci è inganno. Diciotto teologi avean condennato per eresia ostinata l’opinione del Vecchietti come contraria a tutti padri; io mostrai al padre Acquanegra che non è se non temeraria, né contra tutti padri. Vostra Beatitudine non ha goduto il mio servizio per l’invidia di conservi e per li sospetti. Ed adesso servirò meglio. Mi perdoni di tanta apologia ch’era necessaria.

Li bacio i santi piedi umilmente e cordialmente, e prego Dio per la salute di Vostra Beatitudine e vittoria sopra i nemici della fede e della ragione. Amen.

 Aix, 2 novembre 1634.

Il perpetuo umilissimo e fidelissimo
servo suo ad sanctos pedes
Fra Tomaso Campanella.