Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Pulidoro da Caravaggio e Maturino Fiorentino

Pulidoro da Caravaggio e Maturino Fiorentino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Girolamo da Trevigi Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Il Rosso IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Girolamo da Trevigi Il Rosso

VITA DI PULIDORO DA CARAVAGGIO E MATURINO FIORENTINO PITTORI

Nell’ultima età dell’oro, che così si poté chiamare per gl’uomini virtuosi et artefici nobili la felice età di Leone Decimo, fra gl’altri spiriti nobilissimi ebbe luogo onorato Pulidoro da Caravaggio di Lombardia, non fattosi per lungo studio, ma stato prodotto e creato dalla natura pittore. Costui, venuto a Roma nel tempo che per Leone si fabbricavano le logge del palazzo del papa con ordine di Raffaello da Urbino, portò lo schifo, o vogliam dir vassoio pieno di calce, ai maestri che muravano, infino a che fu di età di diciotto anni. Ma cominciando Giovanni da Udine a dipignerle, e murandosi e dipignendosi, la volontà e l’inclinazione di Polidoro molto volta alla pittura, non restò di far sì ch’egli prese dimestichezza con tutti quei giovani che erano valenti, per veder i tratti et i modi dell’arte e mettersi a disegnar. Ma fra gl’altri, s’elesse per compagno Maturino fiorentino, allora nella cappella del papa, et alle anticaglie tenuto bonissimo disegnatore. Col quale praticando, talmente di quest’arte invaghì, che in pochi mesi fé cose (fatta prova del suo ingegno) che ne stupì ogni persona che lo aveva già conosciuto in quell’altro stato. Per la qual cosa, seguitandosi le logge, egli sì gagliardamente si essercitò con quei giovani pittori; che erano pratichi e dotti nella pittura, e sì divinamente apprese quella arte, che egli non si partì di su quel lavoro senza portarsene la vera gloria del più bello e più nobile ingegno, che fra tanti si ritrovasse. Per il che crebbe talmente l’amor di Maturino a Polidoro e di Polidoro a Maturino, che deliberarono come fratelli e veri compagni, vivere insieme e morire. E rimescolato le volontà, i danari e l’opere, di comune concordia si misero unitamente a lavorare insieme. E perché erano in Roma pur molti che di grado, d’opere e di nome i coloriti loro conducevano più vivaci et allegri, e di favori più degni e più sortiti, cominciò a entrargli nell’animo, avendo Baldassarre Sanese fatto alcune facce di case di chiaro scuro, d’imitar quell’andare et a quelle, già venute in usanza, attendere da indi innanzi. Per che ne cominciarono una a Monte Cavallo dirimpetto a S. Salvestro in compagnia di Pellegrino da Modena, la quale diede loro animo di poter tentare se quello dovesse essere il loro essercizio; e ne seguitarono dirimpetto alla porta del fianco di S. Salvatore del Lauro un’altra; e similmente fecero da la porta del fianco della Minerva un’istoria, e di sopra S. Rocco a Ripetta un’altra, che è uno fregio di mostri marini. E ne dipinsero infinite in questo principio, manco buone dell’altre, per tutta Roma, che non accade qui raccontarle per avere eglino poi in tal cosa operato meglio. Laonde, inanimiti di ciò, cominciarono sì a studiare le cose dell’antichità di Roma, ch’eglino contraffacendo le cose di marmo antiche ne’ chiari e scuri loro, non restò vaso, statue, pili, storie né cosa intera o rotta, ch’eglino non disegnassero e di quella non si servissero. E tanto con frequentazione e voglia, a tal cosa posero il pensiero, che unitamente presero la maniera antica e tanto l’una simile all’altra, che sì come gl’animi loro erano d’uno istesso volere, così le mani ancora esprimevano il medesimo sapere. E benché Maturino non fosse quanto Polidoro aiutato dalla natura, poté tanto l’osservanza dello stile nella compagnia, che l’uno e l’altro pareva il medesimo, dove poneva ciascuno la mano, di componimenti, d’aria e di maniera. Fecero su la piazza di Capranica per andar in Colonna, una facciata con le virtù teologiche et un fregio sotto le finestre, con bellissima invenzione, una Roma vestita, e per la fede figurata col calice e con l’ostia in mano aver prigione tutte le nazioni del mondo, e concorrere tutti i popoli a portarle i tributi, et i Turchi all’ultima fine distrutti, saetare l’arca di Macometto, conchiudendo finalmente col detto della scrittura, che sarà un ovile et un pastore. E nel vero eglino d’invenzione non ebbero pari; di che ne fanno fede tutte le cose loro, cariche di abbigliamenti, vesti, calzari, strane bizzarrie, e con infinita maraviglia condotte. Et ancora ne rendono testimonio le cose loro, da tutti i forestieri pittori disegnate sì di continuo, che per utilità hanno essi fatto all’arte della pittura, per la bella maniera che avevano e per la bella facilità, che tutti gli altri da Cimabue in qua insieme non hanno fatto. Laonde si è veduto di continuo, et ancor si vede per Roma, tutti i disegnatori essere più volti alle cose di Polidoro e di Maturino, che a tutte l’altre pitture moderne. Fecero in Borgo Nuovo una facciata di graffito, e sul canto della Pace un’altra di graffito similmente; e poco lontano a questa, nella casa degli Spinoli per andar in Parione, una facciata, dentrovi le lotte antiche, come si costumavano, et i sacrifizii e la morte di Tarpea. Vicino a Torre di Nona verso il ponte S. Angelo si vede una facciata piccola col trionfo di Camillo et un sacrifizio antico. Nella via, che camina, all’imagine di Ponte è una facciata bellissima con la storia di Perillo, quando egli è messo nel toro di bronzo da lui fabbricato, nella quale si vede la forza di coloro che lo mettono in esso toro, et il terrore di chi aspetta vedere tal morte inusitata. Oltra che vi è a sedere Falari (come io credo) che comanda con imperiosità bellissima che e’ si punisca il troppo feroce ingegno che aveva trovato crudeltà nuova per ammazzar gli uomini con maggior pena. Et in questa si vede un fregio bellissimo di fanciulli figurati di bronzo, et altre figure. Sopra questa fece poi un’altra facciata di quella casa stessa, dove è la imagine che si dice di Ponte, ove con l’ordine senatorio vestito nello abito antico romano più storie da loro figurate si veggono. Et alla piazza della Dogana allato a S. Eustachio una facciata di battaglie. E dentro in chiesa a man destra entrando si conosce una cappellina con le figure dipinte da Polidoro. Fecero ancora sopra Farnese un’altra de’ Cepperelli, et una facciata dietro alla Minerva, nella strada che va a’ Maddaleni, dentrovi storie romane, nella quale, fra l’altre cose belle si vede un fregio di fanciulli di bronzo contrafatti che trionfano, condotto con grandissima grazia e somma bellezza. Nella faccia de’ Buoni Auguri, vicino alla Minerva, sono alcune storie di Romolo bellissime, cioè quando egli con l’aratro disegna il luogo per la città, e quando gli avoltoi gli volano sopra; dove, imitando gli abiti, le cere e le persone antiche, pare veramente che gli uomini siano quelli istessi. E nel vero che di tal magisterio nessuno ebbe mai in quest’arte né tanto disegno, né più bella maniera, né sì gran pratica o maggior prestezza. E ne resta ogni artefice sì maravigliato, ogni volta che quelle vede, ch’è forza stupire che la natura abbia in questo secolo potuto avere forza di farci per tali uomini veder i miracoli suoi. Fecero ancora, sotto Corte Savella, nella casa che comperò la signora Gostanza, quando le Sabine son rapite; la qual istoria fa conoscere non meno la sete et il bisogno del rapirle, che la fuga e la miseria delle meschine portate via da diversi soldati, et a cavallo et in diversi modi. E non sono in questa sola simili avvertimenti, ma anco e molto più nelle istorie di Muzio e d’Orazio, e la fuga di Porsena re di Toscana. Lavorarono nel giardino di Messer Stefano dal Bufalo, vicino alla fontana di Trevi, storie bellissime del fonte di Parnaso. E vi fecero grottesche e figure piccole, colorite molto bene. Similmente nella casa del Baldassino, da S. Agostino, fecero graffiti e storie, e nel cortile alcune teste d’imperatori sopra le finestre. Lavorarono in Monte Cavallo vicino a S. Agata una facciata dentrovi infinite e diverse storie, come quando Tuzia vestale porta dal Tevere al tempio l’acqua nel crivello, e quando Claudia tira la nave con la cintura. E così lo sbaraglio che fa Camillo, mentre che Brenno pesa l’oro. E nella altra facciata doppo il cantone, Romolo et il fratello alle poppe della lupa, e la terribilissima pugna d’Orazio, che mentre solo fra mille spade difende la bocca del ponte, ha dietro a sé molte figure bellissime, che in diverse attitudini con grandissima sollecitudine, co’ picconi tagliano il ponte. Èvvi ancora Muzio Scevola, che nel cospetto di Porsena abbrucia la sua stessa mano che aveva errato nell’uccidere il ministro in cambio del re; dove si conosce il disprezzo del re et il desiderio della vendetta. E dentro in quella casa fecero molti paesi. Lavorarono la facciata di S. Pietro in Vincola e le storie di S. Pietro in quella con alcuni profeti grandi. E fu tanto nota per tutto la fama di questi maestri, per l’abbondanza del lavoro, che furono cagione le publiche pitture da loro con tanta bellezza lavorate, che meritarono lode grandissima in vita, et infinita et eterna, per l’imitazione, l’hanno avuta dopo la morte. Fecero ancora su la piazza, dove è il palazzo de’ Medici, dietro a Naona, una faccia coi trionfi di Paulo Emilio, et infinite altre storie romane. Et a S. Salvestro di Monte Cavallo, per fra Mariano, per casa e per il giardino alcune cosette; et in chiesa li dipinsero la sua cappella e due storie colorite di S. Maria Maddalena, nelle quali sono i macchiati de’ paesi fatti con somma grazia e discrezione, perché Polidoro veramente lavorò i paesi e macchie d’alberi e sassi, meglio d’ogni pittore. Et egli nell’arte è stato cagione di quella facilità, che oggi usano gl’artefici nelle cose loro. Fecero ancora molte camere e fregi per molte case di Roma, coi colori a fresco et a tempera lavorati, le quali opere erano da essi esercitate per pruova, perché mai a’ colori non poterono dare quella bellezza, che di continuo diedero alle cose di chiaro e scuro, o in bronzo, o in terretta, come si vede ancora nella casa che era del cardinale di Volterra da Torre Sanguigna. Nella faccia della quale fecero un ornamento di chiaro scuro bellissimo, e dentro alcune figure colorite, le quali son tanto mal lavorate e condotte, che hanno deviato dal primo essere il disegno buono ch’eglino avevano. E ciò tanto parve più strano per esservi appresso un’arme di papa Leone, di ignudi, di mano di Giovan Francesco Vetraio, il quale se la morte non avesse tolto di mezzo arebbe fatto cose grandissime. E non isgannati per questo della folle credenza loro, fecero ancora in S. Agostino di Roma, all’altare de’ Martelli, certi fanciulli coloriti, dove Giacopo Sansovino per fine dell’opera, fece una Nostra Donna di marmo; i quali fanciulli non paiono di mano di persone illustri, ma d’idioti che comincino allora a imparare. Per il che nella banda dove la tovaglia cuopre l’altare, fece Polidoro una storietta d’un Cristo morto con le Marie, ch’è cosa bellissima, mostrando nel vero essere più quella la professione loro che i colori. Onde, ritornati al sotto loro, fecero in Campo Marzio due facciate bellissime: nell’una le storie di Anco Marzio, e nell’altra le feste de’ Saturnali celebrati in tal luogo, con tutte le bighe e quadrighe de’ cavalli ch’agli obelischi aggirano intorno, che sono tenute bellissime per esser elleno talmente condotte di disegno e bella maniera, che espressissimamente rappresentano quegli stessi spettacoli per i quali elle sono dipinte. Sul canto della Chiavica, per andare a Corte Savella, fecero una facciata la quale è cosa divina, e delle belle che facessero, giudicata bellissima; perché oltra l’istoria delle fanciulle che passano il Tevere, abbasso vicino alla porta è un sacrifizio fatto con industria et arte maravigliosa, par vedersi osservato quivi tutti gli instrumenti e tutti quegli antichi costumi, che a’ sacrifizii di quella sorte si solevano osservare. Vicino al Popolo, sotto S. Iacopo degli Incurabili, fecero una facciata con le storie d’Alessandro Magno ch’è tenute bellissima, nella quale figurarono il Nilo e ’l Tebro di Belvedere antichi. A San Simeone fecero la facciata de’ Gaddi, ch’è cosa di maraviglia e di stupore nel considerarvi dentro i belli e tanti varii abiti, l’infinità delle celate antiche, de’ soccinti, de’ calzari e delle barche, ornate con tanta leggiadria e copia d’ogni cosa, che imaginar si possa un sofistico ingegno. Quivi la memoria si carica di una infinità di cose bellissime, e quivi si rappresentano i modi antichi, l’effigie de’ savi e bellissime femmine, Perché vi sono tutte le spezie de’ sacrifizii antichi, come si costumavano, e da che s’imbarca uno essercito, a che combatte con variatissima foggia di strumenti e d’armi, lavorate con tanta grazia e condotte con tanta pratica, che l’occhio si smarrisce nella copia di tante belle invenzioni. Dirimpetto a questa è un’altra facciata minore, che di bellezza e di copia non potria migliorare, dov’è nel fregio la storia di Niobe quando si fa adorare e le genti che portano tributi e vasi e diverse sorti di doni; le quali cose con tanta novità, leggiadria, arte, ingegno e rilievo espresse egli in tutta questa opera, che troppo sarebbe certo narrarne il tutto. Seguitò appresso lo sdegno di Latona e la miserabile vendetta ne’ figliuoli della superbissima Niobe, e che i sette maschi da Febo e le sette femmine da Diana le sono ammazzati, con un’infinità di figure di bronzo che non di pittura, ma paiono di mettallo. E sopra, altre storie lavorate con alcuni vasi d’oro contrafatti con tante bizzarrie dentro, che occhio mortale non potrebbe imaginarsi altro, né più bello, né più nuovo, con alcuni elmi etrusci da rimaner confuso per la moltiplicazione e copia di sì belle e capricciose fantasie ch’uscivano loro de la mente. Le quali opere sono state imitate da infiniti che lavorano di sì fatt’opere. Fecero ancora il cortile di questa casa, e similmente la loggia, colorita di grotteschine picciole, che sono stimate divine. Insomma ciò che eglino toccarono, con grazia e bellezza infinita assoluto renderono. E s’io volessi nominare tutte l’opere loro, farei un libro intero de’ fatti di questi due soli, perché non è stanza, palazzo, giardino, né vigna, dove non siano opere di Polidoro e di Maturino. Ora, mentre che Roma ridendo s’abbelliva delle fatiche loro et essi aspettavano premio de’ proprii sudori, l’invidia e la fortuna mandarono a Roma Borbone, l’anno 1527, che quella città mise a sacco. Laonde fu divisa la compagnia non solo di Polidoro e di Maturino, ma di tanti migliaia d’amici e di parenti, che a un sol pane tanti anni erano stati in Roma. Perché Maturino si mise in fuga, né molto andò, che da’ disagi patiti per tale sacco, si stima a Roma che morisse di peste, e fu sepolto in S. Eustachio. Polidoro verso Napoli prese il camino, dove arivato, essendo quei gentiluomini poco curiosi delle cose eccellenti di pittura, fu per morirvisi di fame. Onde egli lavorando a opere per alcuni pittori, fece in S. Maria della Grazia un San Pietro nella maggior cappella; e così aiutò in molte cose que’ pittori, più per campare la vita, che per altro. Ma pure essendo predicato le virtù sue, fece al conte di... una volta dipinta a tempera, con alcune facciate, ch’è tenuta cosa bellissima. E così fece il cortile di chiaro e scuro al signor... et insieme alcune logge, le quali sono molte piene d’ornamento e di bellezza, e ben lavorate. Fece ancora in S. Angelo, allato alla pescheria di Napoli, una tavolina a olio, nella quale è una Nostra Donna et alcuni ignudi d’anime cruciate, la quale di disegno, più che di colorito, è tenuta bellissima. Similmente alcuni quadri, in quella dell’altar maggiore, di figure intere sole, nel medesimo modo lavorate. Avvenne che stando egli in Napoli, e veggendo poco stimata la sua virtù, deliberò partire da coloro che più conto tenevano d’un cavallo che saltasse, che di chi facesse con le mani le figure dipinte parer vive. Per il che, montato su le galee, si trasferì a Messina, e quivi trovato più pietà e più onore, si diede ad operare; e così lavorando di continuo prese ne’ colori buona e destra pratica. Onde egli vi fece di molte opere, che sono sparse in molti luoghi. Et all’architettura attendendo, diede saggio di sé in molte cose ch’e’ fece. Appresso nel ritorno di Carlo V dalla vittoria di Tunisi, passando egli per Messina, Polidoro gli fece archi trionfali bellissimi, onde n’acquistò nome e premio infinito. Laonde egli, che sempre ardeva di desiderio di rivedere quella Roma, la quale di continuo strugge coloro che stati ci sono molti anni nel provare gli altri paesi, vi fece per ultimo una tavola d’un Cristo che porta la croce, lavorata a olio, di bontà e di colorito vaghissimo; nella quale fece un numero di figure che accompagnano Cristo alla morte, soldati, farisei, cavagli, donne, putti et i ladroni innanzi, col tenere ferma l’intenzione, come poteva essere ordinata una giustizia simile: che ben pareva che la natura si fusse sforzata a far l’ultime pruove sue in questa opera veramente eccellentissima. Doppo la quale cercò egli molte volte svilupparsi di quel paese, ancora ch’egli ben veduto vi fosse; ma la cagione della sua dimora era una donna, da lui molti anni amata, che con sue dolci parole e lusinghe lo riteneva. Ma pure tanto poté in lui la volontà di rivedere Roma e gli amici, che levò dal banco una buona quantità di danari ch’egli aveva, e risoluto al tutto, si partì. Aveva Polidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a’ danari di Polidoro, che a lui, ma per averli così sul banco, non poté mai porvi su le mani e con essi partirsi. Per il che caduto in un pensiero malvagio e crudele, deliberò la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici, dargli la morte e poi partire i danari fra loro. E così in sul primo sonno assalitolo, mentre dormiva forte, aiutato da coloro, con una fascia lo strangolò. E poi datogli alcune ferite, lo lasciarono morto. E per mostrare ch’essi non l’avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo che, o parenti, o altri in casa l’avessero amazzato. Diede dunque il garzone buona parte de’ danari a que’ ribaldi, che sì brutto eccesso avevan commesso; e quindi fatteli partire, la mattina piangendo andò a casa un Conte, amico del morto maestro, e raccontogli il caso; ma per diligenza che si facesse in cercar molti di chi avesse cotal tradimento commesso, non venne alcuna cosa a luce. Ma pure come Dio volle, avendo la natura e la virtù a sdegno d’essere per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesso non ci aveva, dire che impossibil era che altri che tal garzone l’avesse assassinato. Per il che il Conte gli fece por le mani addosso, et alla tortura messolo, senza che altro martorio gli dessero, confessò il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie affocate per la strada tormentato et ultimamente squartato. Ma non per questo tornò la vita a Polidoro, né alla pittura si rese quello ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era più stato al mondo. Per il che se allora che morì, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta l’invenzione, la grazia e la bravura nelle figure dell’arte. Felicità della natura e della virtù nel formare in un corpo così nobile spirto; et invidia et odio crudele di così strana morte nel fato e nella fortuna sua, la quale, se bene gli tolse la vita, non gli torrà per alcun tempo il nome. Furono fatte l’essequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina nella chiesa catedrale datogli sepoltura l’anno 1543. Grande obligo hanno veramente gl’artefici a Polidoro per averla arrichita di gran copia di diversi abiti, e stranissimi e varii ornamenti, e dato a tutte le sue cose grazia et ornamento; similmente per avere fatto figure d’ogni sorte, animali, casamenti, grottesche e paesi così belli, che dopo lui chiunche ha cercato d’essere universale l’ha imitato. Ma è gran cosa e da temerne, il vedere, per l’esempio di costui, la instabilità della fortuna e quello che ella sa fare, facendo divenire eccellenti in una professione, uomini da chi si sarebbe ogn’altra cosa aspettato, con non piccola passione di chi ha nella medesima arte molti anni in vano faticato. È gran cosa, dico, vedere i medesimi, dopo molti travagli e fatiche, essere condotti dalla stessa fortuna a misero et infelicissimo fine, allora che aspettavano di goder il premio delle loro fatiche: e ciò con sì terribili e mostruosi casi, che la stessa pietà se ne fugge, la virtù s’ingiuria, et i beneficii d’una incredibile e straordinaria ingratitudine si ristorano. Quanto dunque può lodarsi la pittura della virtuosa vita di Polidoro, tanto può egli dolersi della fortuna, che se gli mostrò un tempo amica, per condurlo poi, quando meno ciò si aspettava, a dolorosa morte.