Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Il Rosso

Il Rosso

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Pulidoro da Caravaggio e Maturino Fiorentino Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Bartolomeo da Bagnacavallo et altri pittori romagnuoli IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Pulidoro da Caravaggio e Maturino Fiorentino Bartolomeo da Bagnacavallo et altri pittori romagnuoli

VITA DEL ROSSO PITTOR FIORENTINO

Gli uomini pregiati che si danno alle virtù, e quelle con tutte le forze loro abbracciano, sono pur qualche volta, quando manco ciò si aspettava, esaltati et onorati eccessivamente nel cospetto di tutto il mondo; come apertamente si può vedere nelle fatiche che il Rosso pittor fiorentino pose nell’arte della pittura. Le quali, se in Roma et in Fiorenza non furono da quei che le potevano rimunerare sodisfatte, trovò egli pure in Francia chi per quelle lo riconobbe di sorte, che la gloria di lui poté spegnere la sete in ogni grado d’ambizione che possa ’l petto di qual si voglia artefice occupare. Né poteva egli in quell’essere conseguir dignità, onore, o grado maggiore, poi che sopra ogn’altro del suo mestiero, da sì gran re, come è quello di Francia, fu ben visto e pregiato molto. E nel vero i meriti d’esso erano tali, che se la fortuna gli avesse procacciato manco, ella gli avrebbe fatto torto grandissimo. Con ciò fusse che il Rosso era, oltra la pittura, dotato di bellissima presenza; il modo del parlar suo era molto grazioso e grave; era bonissimo musico et aveva ottimi termini di filosofia, e quel che importava più che tutte l’altre sue bonissime qualità, fu che egli del continuo nelle composizione delle figure sue era molto poetico, e nel disegno fiero e fondato, con leggiadra maniera e terribilità di cose stravaganti, et un bellissimo compositore di figure. Nella architettura fu eccellentissimo e straordinario, e sempre, per povero ch’egli fosse, fu ricco d’animo e di grandezza. Per il che coloro che nelle fatiche della pittura terranno l’ordine che ’l Rosso tenne, saranno di continuo celebrati come son l’opre di lui. Le quali di bravura non hanno pari, e senza fatiche di stento son fatte, levato via da quelle un certo tisicume e tedio, che infiniti patiscono per fare le loro cose di niente parere qualche cosa. Disegnò il Rosso nella sua giovanezza al cartone di Michele Agnolo, e con pochi maestri volle stare all’arte, avendo egli una certa sua opinione contraria alle maniere di quegli, come si vede fuor della porta a S. Pier Gattolini di Fiorenza, a Marignolle, in un tabernacolo lavorato a fresco per Piero Bartoli con un Cristo morto, dove cominciò a mostrare quanto egli desiderasse la maniera gagliarda e di grandezza più degl’altri, leggiadra e maravigliosa. Lavorò sopra la porta di San Sebastiano de’ Servi, essendo ancor sbarbato, quando Lorenzo Pucci fu da papa Leone fatto cardinale, l’arme de’ Pucci con due figure che in quel tempo fece maravigliare gli artefici, non si aspettando di lui quello che riuscì. Onde gli crebbe l’animo talmente, che avendo egli a maestro Giacopo frate de’ Servi, che attendeva alle poesie, fatto un quadro d’una Nostra Donna con la testa di S. Giovanni Evangelista mezza figura, persuaso da lui fece nel cortile de’ detti Servi, allato alla storia della Visitazione che lavorò Giacopo da Pontormo, l’assunzione di Nostra Donna, nella quale fece un cielo d’Angeli tutti fanciulli ignudi, che ballano intorno alla Nostra Donna acerchiati, che scortano con bellissimo andare di contorni e con graziosissimo modo girati per quell’aria; di maniera che, se il colorito fatto da lui fosse con quella maturità d’arte che egli ebbe poi col tempo, avrebbe, come di grandezza e di buon disegno paragonò l’altre storie, di gran lunga ancora trapassate. Fecevi gli Apostoli carichi molto di panni e di troppa dovizia di essi pieni, ma le attitudini et alcune teste sono più che bellissime. Fecegli far lo Spedalingo di S. Maria Nuova una tavola, la quale, vedendola abbozzata, gli parvero, come colui ch’era poco intendente di questa arte, tutti quei Santi diavoli, avendo il Rosso costume, nelle sue bozze a olio, di fare certe arie crudeli e disperate, e nel finirle poi addolciva l’aria e riducevale al buono. Per che se li fuggì di casa e non volle la tavola, dicendo che lo aveva giuntato. Dipinse medesimamente sopra un’altra porta che entra nel chiostro del convento de’ Servi, l’arme di papa Leone con due fanciulli, oggi guasta. E per le case de’ cittadini si veggono più quadri e molti ritratti. Fece per la venuta di papa Leone a Fiorenza sul canto de’ Bischeri un arco bellissimo. Poi lavorò al signor di Piombino una tavola con un Cristo morto bellissimo, e gli fece ancora una cappelluccia. E similmente a Volterra dipinse un bellissimo Deposto di croce. Perché cresciuto in pregio e fama, fece in S. Spirito di Fiorenza la tavola de’ Dei, la quale già avevano allogato a Raffaello da Urbino, che la lasciò per le cure dell’opera che aveva preso a Roma. La quale il Rosso lavorò con bellissima grazia e disegno e vivacità di colori. Né pensi alcuno che nessuna opera abbia più forza o mostra più bella di lontano, di quella, la quale, per la bravura nelle figure e per l’astrattezza delle attitudini, non più usata per gli altri, fu tenuta cosa stravagante. E se bene non gli fu allora molto lodata, hanno poi a poco a poco conosciuto i popoli la bontà di quella, e gli hanno dato lode mirabili; perché nell’unione de’ colori non è possibile far più, essendo che i chiari, che sono sopra dove batte il maggior lume, con i men chiari vanno a poco a poco con tanta dolcezza et unione a trovar gli scuri con artifizio di sbattimenti d’ombre, che le figure fanno addosso l’una all’altra figura, perché vanno per via di chiari scuri facendo rilievo l’una all’altra. E tanta fierezza ha quest’opera, che si può dire ch’ella sia intesa e fatta con più giudizio e maestria, che nessun’altra che sia stata dipinta da qual si voglia più giudizioso maestro. Fece in San Lorenzo la tavola di Carlo Ginori dello sponsalizio di Nostra Donna, tenuto cosa bellissima. Et in vero in quella sua facilità del fare non è mai stato chi di pratica o di destrezza l’abbi potuto vincere, né a gran lunga accostarseli; per esser egli stato nel colorito sì dolce, e con tanta grazia cangiato i panni, che il diletto, che per tale arte prese, lo fé sempre tenere lodatissimo e mirabile, come chi guarderà tale opera conoscerà tutto questo ch’io scrivo esser verissimo, considerando gl’ignudi, che sono benissimo intesi, e con tutte l’avvertenze della notomia. Sono le femmine graziosissime e l’acconciature de’ panni bizarre e capricciose. Similmente ebbe le considerazioni, che si deono avere, sì nelle teste de’ vecchi con cere bizarre, come in quelle delle donne e dei putti, con arie dolci e piacevoli. Era anco tanto ricco d’invenzioni, che non gl’avanzava mai niente di campo nelle tavole, e tutto conduceva con tanta facilità e grazia, che era una maraviglia. Fece ancora a Giovanni Bandini un quadro d’alcuni ignudi bellissimi, in una storia di Mosè quando ammazza l’Egizzio, nel quale erano cose lodatissime; e credo che in Francia fosse mandato. Similmente un altro ne fece a Giovanni Cavalcanti, che andò in Inghilterra, quando Iacob piglia il bere da quelle donne alla fonte, che fu tenuto divino, atteso che vi erano ignudi e femmine lavorate con somma grazia, alle quali egli di continuo si dilettò far panniccini sottili, acconciature di capo con trecce et abbigliamenti per il dosso. Stava il Rosso, quando questa opera faceva, nel Borgo de’ Tintori, che risponde con le stanze negli orti de’ frati di S. Croce, e si pigliava piacere d’un bertuccione, il quale aveva spirto più d’uomo che d’animale; per la qual cosa carissimo se lo teneva e come se medesimo l’amava, e perciò ch’egli aveva un intelletto maraviglioso, gli faceva fare di molti servigi. Avvenne che questo animale s’innamorò d’un suo garzone, chiamato Batistino, il quale era di bellissimo aspetto, et indovinava tutto quel che dir voleva, ai cenni, che ’l suo Batistin gli faceva. Per il che, essendo da la banda delle stanze di dietro, che nell’orto de’ frati rispondevano, una pergola del guardiano piena di uve grossissime S. Colombane, quei giovani mandavano giù il bertuccione per quella che dalla finestra era lontana, e con la fune su tiravano l’animale con le mani piene d’uve. Il guardiano, trovando scaricarsi la pergola e non sapendo da chi, dubitando de’ topi, mise l’aguato a essa, e visto che il bertuccione del Rosso giù scendeva, tutto s’accese d’ira, e presa una pertica per bastonarlo, si recò verso lui a due mani. Il bertuccione, visto che se saliva ne toccherebbe, e se stava fermo il medesimo, cominciò salticchiando a ruinargli la pergola, e fatto animo di volersi gettare addosso al frate, con ambedue le mani prese l’ultime traverse che cingevano la pergola; in tanto menando il frate la pertica, il bertuccione scosse la pergola per la paura, di sorte e con tal forza, che fece uscire delle buche le pertiche e le canne: onde la pergola et il bertuccione ruinarono addosso al frate, il quale gridando misericordia, fu da Batistino e da gl’altri tirata la fune, et il bertuccion salvo rimesso in camera, perché discostatosi il guardiano et a un suo terrazzo fattosi, disse cose fuor della messa; e con còlora e mal animo e n’andò all’ufficio degli Otto, magistrato in Fiorenza molto temuto. Quivi posta la sua querela e mandato per il Rosso, fu per motteggio condannato il bertuccione a dovere un contrapeso tener al culo, acciò che non potesse saltare come prima faceva su per le pergole. Così il Rosso fatto un rullo che girava con un ferro, quello gli teneva, acciò che per casa potesse andare, ma non saltare per l’altrui come prima faceva. Per che, vistosi a tal supplizio condennato, il bertuccione parve che s’indovinasse il frate essere stato di ciò cagione, onde ogni dì s’essercitava saltando di passo in passo con le gambe e tenendo con le mani il contrapeso, e così posandosi spesso al suo disegno pervenne. Perché, sendo un dì sciolto per casa, saltò a poco a poco di tetto in tetto, su l’ora che il guardiano era a cantare il vespro, e pervenne sopra il tetto della camera sua. E quivi lasciato andare il contrapeso, vi fece per mezza ora un sì amorevole ballo, che né tegolo né coppo vi restò che non rompesse. E tornatosi in casa, si sentì fra tre dì per una pioggia le querele del guardiano. Avendo il Rosso finito l’opere sue, con Batistino et il bertuccione s’inviò a Roma, et essendo in grandissima aspettazione l’opre sue, erano oltre modo desiderate, essendosi veduti alcuni disegni fatti per lui, i quali erano tenuti maravigliosi, atteso che il Rosso divinissimamente e con gran pulitezza disegnava. Quivi fece nella Pace sopra le cose di Raffaello un’opera, della quale non dipinse mai peggio a’ suoi giorni, né posso imaginare onde ciò procedesse, se non da questo, che non pure in lui, ma si è veduto anco in molti altri. E questo (il che pare cosa mirabile et occulta di natura) è che chi muta paese o luogo, pare che muti natura, virtù, costumi et abito di persona, in tanto che tallora non pare quel medesimo, ma un altro e tutto stordito e stupefatto. Il che poté intervenire al Rosso nell’aria di Roma, e per le stupende cose che egli vi vide d’architettura e scultura, e per le pitture e statue di Michelagnolo, che forse lo cavarono di sé. Le quali cose fecero anco fuggire, senza lasciar loro alcuna cosa operare in Roma, fra’ Bartolomeo di S. Marco et Andrea del Sarto. Tuttavia, qualunche si fusse di ciò la cagione, il Rosso non fece mai peggio; e da vantaggio è quest’opera [a] paragone di quelle di Raffaello da Urbino. In questo tempo fece al vescovo Tornabuoni amico suo un quadro d’un Cristo morto, sostenuto da due Angeli, che oggi è appresso agli eredi di monsignor Della Casa, il quale fu una bellissima impresa. Fece al Baviera, in disegni di stampe, tutti gli dèi, intagliati poi da Giacopo Caraglio, quando Saturno si muta in cavallo, e particularmente quando Plutone rapisce Proserpina. Lavorò una bozza della decollazione di S. Giovanni Batista, che oggi è in una chiesiuola su la piazza de’ Salviati in Roma. Succedendo in tanto il sacco di Roma, fu il povero Rosso fatto prigione de’ Tedeschi e molto mal trattato. Perciò che oltra lo spogliarlo de’ vestimenti, scalzo e senza nulla in testa, gli fecero portare addosso pesi, e sgombrare quasi tutta la bottega d’un pizzicagnolo. Per il che da quelli mal condotto, si condusse appena in Perugia, dove da Domenico di Paris pittore fu molto accarezzato e rivestito; et egli disegnò per lui un cartone di una tavola de’ Magi, il quale appresso lui si vede, cosa bellissima. Né molto restò in tal luogo, perché intendendo ch’al Borgo era venuto il vescovo de’ Tornabuoni, fuggito egli ancora dal sacco, si trasferì quivi, perché gli era amicissimo. Era in quel tempo al Borgo Raffaello dal Colle pittore, creato di Giulio Romano, che nella sua patria aveva preso a fare, per S. Croce, Compagnia di Battuti, una tavola per poco prezzo, della quale come amorevole si spogliò, e la diede al Rosso, acciò che in quella città rimanesse qualche reliquia di suo. Per il che la Compagnia si risentì, ma il vescovo gli fece molte comodità. Onde finita la tavola, che gl’acquistò nome, ella fu messa in S. Croce: perché il Deposto che vi è di croce è cosa molto rara e bella, per avere osservato ne’ colori un certo che, tenebroso per l’eclisse, che fu nella morte di Cristo, e per essere stata lavorata con grandissima diligenza. Gli fu dopo fatto in Città di Castello allogazione d’una tavola, la quale volendo lavorare mentre che s’ingessava, le ruinò un tetto addosso che l’infranse tutta, et a lui venne un mal di febbre sì bestiale, che ne fu quasi per morire: per il che da Castello si fé portare al Borgo. Seguitando quel male con la quartana, si trasferì poi alla Pieve a S. Stefano a pigliare aria, et ultimamente in Arezzo, dove fu tenuto in casa da Benedetto Spadari; il quale adoperò di maniera col mezzo di Giovanni Antonio Lappoli aretino e di quanti amici e parenti essi avevano, che gli fu dato a lavorare in fresco alla Madonna delle Lagrime una volta, allogata già a Niccolò Soggi pittore. E perché tal memoria si lasciasse in quella città, gliele allogarono per prezzo di trecento scudi d’oro. Onde il Rosso cominciò cartoni in una stanza che gli avevano consegnata in un luogo detto Murello, e quivi ne finì quattro. In uno fece i primi parenti legati allo albero del peccato, e la Nostra Donna che cava loro il peccato di bocca, figurato per quel pomo, e sotto i piedi il serpente, e nell’aria (volendo figurare ch’era vestita del sole e della luna) fece Febo e Diana ignudi. Nell’altra quando l’arca federes è portata da Mosè, figurata per la Nostra Donna da cinque Virtù circondata. In un’altra è il trono di Salamone, pure figurato per la medesima a cui si porgono voti per significare quei che ricorrono a lei per grazia, con altre bizzarrie che dal bello ingegno di Messer Giovanni Polastra, canonico aretino et amico del Rosso, furono trovate; a compiacenza del quale fece il Rosso un bellissimo modello di tutta l’opera, che è oggi nelle nostre case d’Arezzo. Disegnò anco uno studio d’ignudi per quell’opera, che è cosa rarissima: onde fu un peccato ch’ella non si finisse, perché se egli l’avesse messa in opera, e fattala a olio come aveva a farla in fresco, ella sarebbe stata veramente un miracolo. Ma egli fu sempre nemico del lavorare in fresco, e però si andò temporeggiando in fare i cartoni, per farla finire a Raffaello dal Borgo et altri, tanto ch’ella non si fece. In quel medesimo tempo, essendo persona cortese, fece molti disegni in Arezzo e fuori, per pitture e fabriche: come ai rettori della fraternita quello della cappella che è a’ piè di piazza, dove è oggi il volto santo, per i quali aveva disegnato una tavola che s’aveva a porre di sua mano nel medesimo luogo, dentro una Nostra Donna che ha sotto il manto un popolo. Il quale disegno, che non fu messo in opera, è nel nostro libro insieme con molti altri bellissimi di mano del medesimo. Ma tornando all’opera ch’egli doveva fare alla Madonna delle Lacrime, gl’entrò mallevadore di questa opera Giovanni Antonio Lappoli aretino et amico suo fidatissimo, che con ogni modo di servitù gli usò termini di amorevolezza. Ma l’anno 1530, essendo l’assedio intorno a Fiorenza, et essendo gli Aretini, per la poca prudenza di papa Altoviti, rimasi in libertà, essi combatterono la cittadella e la mandarono a terra. E perché que’ popoli mal volentieri vedevano i Fiorentini, il Rosso non si volle fidar di essi e se n’andò al Borgo San Sepolcro, lasciando i cartoni et i disegni dell’opera serrati in Cittadella: perché quelli che a Castello gli aveva allogato la tavola, volsero che la finisse; e per il male che avea avuto a Castello, non volle ritornarvi, e così al Borgo finì la tavola loro. Né mai a essi volse dare allegrezza di poterla vedere: dove figurò un popolo et un Cristo in aria adorato da quattro figure, e quivi fece Mori, Zingani e le più strane cose del mondo; e da le figure in fuori, che di bontà son perfette, il componimento attende a ogni altra cosa, che all’animo di coloro che gli chiesero tale pittura. In quel medesimo tempo, che tal cosa faceva, disotterrò de’ morti nel vescovado ove stava, e fece una bellissima notomia. E nel vero era il Rosso studiosissimo delle cose dell’arte, e pochi giorni passavano che non disegnasse qualche nudo di naturale. Ora, avendo egli sempre avuto capriccio di finire la sua vita in Francia e torsi, come diceva egli, a una certa miseria e povertà nella quale si stanno gli uomini che lavorano in Toscana e ne’ paesi dove sono nati, deliberò di partirsi. Et avendo a punto, per comparire più pratico in tutte le cose et essere universale, apparata la lingua latina, gli venne occasione d’affrettare maggiormente la sua partita, perciò che, essendo un giovedì santo, quando si dice matutino la sera, un giovinetto aretino suo creato in chiesa, e facendo con un moccolo acceso e con pece greca alcune vampe e fiamme di fuoco, mentre si facevano, come si dice, le tenebre, fu il putto da alcuni preti sgridato et alquanto percosso. Di che avedutosi il Rosso, al quale sedeva il fanciullo a canto, si rizzò con mal animo alla volta del prete. Perché levatosi il rumore, né sapendo alcuno onde la cosa venisse, fu cacciato mano alle spade contra il povero Rosso, il quale era alle mani con i preti. Onde egli datosi a fuggire, con destrezza si ricoverò nelle stanze sue, senza essere stato offeso o raggiunto da nessuno. Ma tenendosi per ciò vituperato, finita la tavola di Castello, senza curarsi del lavoro d’Arezzo, o del danno che faceva a Gioan Antonio suo mallevadore, avendo avuto più di centocinquanta scudi, si partì di notte, e facendo la via di Pesaro, se n’andò a Vinezia. Dove essendo da Messer Pietro Aretino trattenuto, gli disegnò in una carta, che poi fu stampata, un Marte che dorme con Venere e gl’Amori, e le Grazie che lo spogliano e gli traggono la corazza. Da Vinezia partito, se n’andò in Francia, dove fu con molte carezze dalla nazione fiorentina ricevuto. Quivi fatti alcuni quadri, che poi furono posti in Fontanableò nella galleria, gli donò al re Francesco, al quale piacquero infinitamente, ma molto più la presenza, il parlare e la maniera del Rosso, il quale era grande di persona, di pelo rosso conforme al nome, et in tutte le sue azzioni grave, considerato e di molto giudizio. Il re, adunque, avendogli subito ordinato una provisione di quattrocento scudi, e donatogli una casa in Parigi, la quale abitò poco per starsi il più del tempo a Fontanableò, dove aveva stanze e vivea da signore, lo fece capo generale sopra tutte le fabriche, pitture et altri ornamenti di quel luogo. Nel quale primieramente diede il Rosso principio a una galleria sopra la bassa corte, facendo di sopra non volta, ma un palco, o vero soffittato di legname con bellissimo spartimento; le facciate dalle bande fece tutte lavorate di stucchi, con partimenti bizzarri e stravaganti e di più sorti cornici intagliate, con figure ne’ reggimenti grandi quanto il naturale, adornando ogni cosa sotto le cornici, fra l’un reggimento e l’altro, di festoni di stucco ricchissimi, e d’altri di pittura con frutti bellissimi e verzure d’ogni sorte. E dopo, in un vano grande, fece dipignere col suo disegno (se bene ho inteso il vero) circa ventiquattro storie, a fresco, credo, dei fatti d’Alessandro Magno; facendo esso come ho detto tutti i disegni, che furono d’acquerello e di chiaro scuro. Nelle due testate di questa galleria sono due tavole a olio di sua mano disegnate e dipinte, di tanta perfezzione, che di pittura si può vedere poco meglio. Nell’una delle quali è un Bacco et una Venere, fatti con arte maravigliosa e con giudizio. È il Bacco un giovinetto nudo, tanto tenero, delicato e dolce, che par di carne veramente e palpabile, e più tosto vivo che dipinto. Et intorno a esso sono alcuni vasi finti d’oro, d’argento, di cristallo e di diverse pietre finissime, tanto stravaganti e con tante bizzarrie attorno, che resta pieno di stupore chiunche vede quest’opera con tante invenzioni. Vi è anco fra l’altre cose, un satiro, che lieva una parte d’un padiglione, la testa del quale è di maravigliosa bellezza in quella sua strana cera caprina, e massimamente, che par che rida e tutto sia festoso in veder così bel giovinetto. Èvvi anco un putto a cavallo sopra un orso bellissimo, e molti altri graziosi e belli ornamenti a torno. Nell’altro è un Cupido e Venere con altre belle figure. Ma quello in che pose il Rosso grandissimo studio fu il Cupido: perché finse un putto di dodici anni, ma cresciuto e di maggiori fattezze che di quella età non si richiede, et in tutte le parti bellissimo. Le quali opere vedendo il re, e piacendogli sommamente, pose al Rosso incredibile affezione, onde non passò molto, che gli diede un canonicato nella santa capella della Madonna di Parigi, et altre tante entrate et utili, che il Rosso con buon numero di servidori e di cavalli viveva da signore e facea banchetti e cortesie straordinarie a tutti i conoscenti et amici, e massimamente ai forestieri italiani, che in quelle parti capitavano. Fece poi un’altra sala, chiamata il Padiglione, perché è sopra il primo piano delle stanze di sopra, che viene a essere l’ultima sopra tutte l’altre et in forma di padiglione, la quale stanza condusse dal piano del pavimento fino agl’arcibanchi, con varii e belli ornamenti di stucchi, e figure tutte tonde spartite con egual distanza, con putti, festoni e varie sorti d’animali. E negli spartimenti de’ piani n’è una figura a fresco a sedere, in sì gran numero, che in essi si veggiono figurati tutti gli dèi e dee degl’antichi e gentili; e nel fine sopra le finestre è un fregio tutto ornato di stucchi e ricchissimo, ma senza pitture. Fece poi in molte camere, stufe et altre stanze, infinite opere pur di stucchi e di pitture, delle quali si veggiono alcune ritratte e mandate fuora in stampe, che sono molto belle e graziose; sì come sono ancora infiniti disegni che il Rosso fece di saliere, vasi, conche et altre bizzarrie, che poi fece fare quel re tutti d’argento, le quali furono tante che troppo sarebbe di tutte voler far menzione. E però basti dire che fece disegni per tutti i vasi d’una credenza da re, e per tutte quelle cose, che per abigliamenti di cavalli, di mascherate, di trionfi e di tutte l’altre cose che si possono immaginare; e con sì strane e bizzarre fantasie, che non è possibile far meglio. Fece quando Carlo Quinto imperadore andò l’anno 1540 sotto la fede del re Francesco in Francia, avendo seco non più che dodici uomini, a Fontanableò la metà di tutti gl’ornamenti, che fece il re fare per onorare un tanto imperadore; e l’altra metà fece Francesco Primaticcio bolognese. Ma le cose che fece il Rosso d’archi, di colossi, altre cose simili, furono, per quanto si disse allora, le più stupende che da altri insino allora fussero state fatte mai. Ma una gran parte delle stanze, che il Rosso fece al detto luogo di Fontanableò, sono state disfatte dopo la sua morte dal detto Francesco Primaticcio, che in quel luogo ha fatto nuova e maggior fabrica. Lavorarono con il Rosso le cose sopradette di stucco e di rilievo, e furono da lui sopra tutti gl’altri amati, Lorenzo Naldino fiorentino, maestro Francesco d’Orliens, maestro Simone da Parigi e maestro Claudio similmente parigino, maestro Lorenzo Piccardo et altri molti. Ma il migliore di tutti fu Domenico del Barbieri, che è pittore e maestro di stucchi eccellentissimo e disegnatore straordinario, come ne dimostrano le sue opere stampate, che si possono annoverare fra le migliori che vadano a torno. I pittori parimenti, che egli adoperò nelle dette opere di Fontanableò, furono Luca Penni fratello di Giovan Francesco detto il Fattore, il quale fu discepolo di Raffaello da Urbino; Lionardo fiamingo, pittore molto valente, il quale conduceva bene affatto con i colori i disegni del Rosso; Bartolomeo Miniati fiorentino; Francesco Caccianimici e Giovambatista da Bagnacavallo, i quali ultimi lo servirono mentre Francesco Primaticcio andò per ordine del re a Roma a formare il Laoconte, l’Apollo e molte altre anticaglie rare, per gettarle di bronzo. Tacerò gl’intagliatori, i maestri di legname et altri infiniti di quali si servì il Rosso in queste opere, perché non fa di bisogno ragionare di tutti, come che molti di loro facessero opere degne di molta lode. Lavorò di sua mano il Rosso, oltre le cose dette, un S. Michele che è cosa rara. Et al connestabile fece una tavola d’un Cristo morto, cosa rara che è a un suo luogo chiamato Ceuan, e fece anco di minio a quel re cose rarissime. Fece appresso un libro di notomie per farlo stampare in Francia, del quale sono alcuni pezzi di sua mano nel nostro libro de’ disegni; si trovarono anco fra le sue cose, dopo che fu morto, due bellissimi cartoni: in uno de’ quali è una Leda che è cosa singolare, e nell’altro la Sibilla Tiburtina che mostra a Ottaviano imperadore la Vergine gloriosa con Cristo nato in collo. Et in questo fece il re Francesco, la reina, la guardia et il popolo con tanto numero di figure, e sì ben fatte, che si può dire con verità che questa fusse una delle belle cose che mai facesse il Rosso. Il quale fu per queste opere, et altre molte che non si sanno, così grato al re, che egli si trovava poco avanti la sua morte avere più di mille scudi d’entrata, senza le provisioni dell’opera, che erano grossissime. Di maniera che non più da pittore, ma da principe vivendo, teneva servitori assai, cavalcature, et aveva la casa fornita di tapezzerie e d’argenti, et altri fornimenti e masserizie di valore; quando la fortuna, che non lascia mai o rarissime volte lungo tempo in alto grado chi troppo si fida di lei, lo fece nel più strano modo del mondo capitar male: perché, praticando con esso lui, come dimestico e familiare, Francesco di Pellegrino fiorentino, il quale della pittura si dilettava et al Rosso era amicissimo, gli furono rubate alcune centinaia di ducati. Onde il Rosso, non sospettando d’altri che di detto Francesco, lo fece pigliare dalla corte, e con esamine rigorose tormentarlo molto. Ma colui, che si trovava innocente, non confessando altro che il vero, finalmente relassato, fu sforzato, mosso da giusto sdegno, a risentirsi contra il Rosso del vituperoso carico che da lui gli era stato falsamente apposto. Perché datogli un libello d’ingiuria, lo strinse in tal maniera, che il Rosso, non se ne potendo aiutare, né difendere, si vide a mal partito, parendogli non solo avere falsamente vituperato l’amico, ma ancora machiato il proprio onore, et il disdirsi, o tenere altri vituperosi modi, lo dichiarava similmente uomo disleale e cattivo. Per che deliberato di uccidersi da se stesso, più tosto che esser castigato da altri, prese questo partito: un giorno che il re si trovava a Fontanableò mandò un contadino a Parigi per certo velenosissimo liquore, mostrando voler servirsene per far colori o vernici, con animo, come fece, d’avelenarsi. Il contadino dunque tornandosene con esso (tanta era la malignità di quel veleno) per tenere solamente il dito grosso sopra la bocca dell’ampolla turata diligentemente con la cera, rimase poco meno che senza quel dito, avendoglielo consumato e quasi mangiato la mortifera virtù di quel veleno, che poco appresso uccise il Rosso, avendolo egli, che sanissimo era, preso, perché gli togliesse, come in poche ore fece, la vita. La qual nuova essendo portata al re senza fine gli dispiacque, parendogli aver fatto nella morte del Rosso perdita del più eccellente artefice de’ tempi suoi. Ma perché l’opera non patisse, la fece seguitare a Francesco Primaticcio bolognese, che già gl’aveva fatto, come s’è detto, molte opere, donandogli una buona badia, sì come al Rosso avea fatto un canonicato. Morì il Rosso l’anno 1541, lasciando di sé gran disiderio agl’amici et agl’artefici, i quali hanno mediante lui conosciuto quanto acquisti appresso a un prencipe uno che sia universale, et in tutte l’azzioni manieroso e gentile, come fu egli, il quale per molte cagioni ha meritato e merita di essere ammirato come veramente eccellentissimo.