Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Michelozzo Michelozzi

Michelozzo Michelozzi

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Donato Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio Filarete e Simone IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Donato Antonio Filarete e Simone

VITA DI MICHELOZZO MICHELOZZI PITTORE SCULTORE ET ARCHITETTO FIORENTINO

Se chiunche in questo mondo vive, credesse d’avere a vivere quando non si può più operare, non si condurrebbono molti a mendicare nella loro vecchiezza quello che senza risparmio alcuno consumarono in gioventù, quando i copiosi e larghi guadagni, acecando il vero discorso, gli facevano spendere oltre il bisogno, e molto più che non conveniva. Imperò che, atteso quanto mal volentieri è veduto chi da molto è venuto al poco, deve ognuno ingegnarsi onestamente però e con la via del mezzo di non avere in vecchiezza a mendicare. E chi farà come Michelozzo, il quale in questo non imitò Donato suo maestro, ma sì bene nelle virtù, viverà onoratamente tutto il tempo di sua vita e non averà bisogno negl’ultimi anni d’andarsi procacciando miseramente il vivere. Attese dunque Michelozzo nella sua giovinezza con Donatello alla scultura et ancora al disegno; e quantunque gli si dimostrasse difficile, s’andò sempre nondimeno aiutando con la terra, con la cera e col marmo, di maniera che nell’opre che egli fece poi, mostrò sempre ingegno e gran virtù. Ma in una avanzò molti e se stesso, cioè che dopo il Brunellesco fu tenuto il più ordinato architettore de’ tempi suoi, e quello che più agiatamente dispensasse et accomodasse l’abitazioni de’ palazzi, conventi e case, e quello che con più giudizio le ordinasse meglio, come a suo luogo diremo. Di costui si valse Donatello molti anni, perché aveva gran pratica nel lavorare di marmo e nelle cose de’ getti di bronzo; come ne fa fede in S. Giovanni di Fiorenza nella sepoltura che fu fatta, come si disse, da Donatello per papa Giovanni Coscia, perché la maggior parte fu condotta da lui, e vi si vede ancora di sua mano una statua di braccia due e mezzo, d’una Fede che v’è di marmo molto bella, in compagnia d’una Speranza e Carità fatta da Donatello della medesima grandezza, che non perde da quelle. Fece ancora Michelozzo sopra alla porta della sagrestia et Opera dirimpetto a S. Giovanni, un San Giovannino di tondo rilievo lavorato con diligenza; il qual fu lodato assai. Fu Michelozzo tanto familiare di Cosimo de’ Medici, che conosciuto l’ingegno suo, gli fece fare il modello della casa e palazzo che è sul canto di via Larga, di costa a S. Giovannino, parendogli che quello che aveva fatto (come si disse) Filippo di ser Brunellesco fusse troppo sontuoso e magnifico e da recargli fra i suoi cittadini piuttosto invidia che grandezza o ornamento alla città o comodo a sé; per il che piaciutoli quello che Michelozzo aveva fatto, con suo ordine lo fece condurre a perfezzione in quel modo che si vede al presente, con tante utili e belle commodità e graziosi ornamenti, quanto si vede; i quali hanno maestà e grandezza nella simplicità loro; e tanto più merita lode Michelozzo, quanto questo fu il primo che in quella città fusse stato fatto con ordine moderno, e che avesse in sé uno spartimento di stanze utili e bellissime. Le cantine sono cavate mezze sotto terra, cioè 4 braccia e tre sopra per amore de’ lumi, et accompagnate da canove e dispense. Nel primo piano terreno sono due cortili con logge magnifiche, nelle quali rispondono salotti, camere, anticamere, scrittoi, destri, stufe, cucine, pozzi, scale segrete e publiche agiatissime. E sopra ciascun piano sono abitazioni e appartamenti per una famiglia, con tutte quelle commodità che possono bastare, nonché a un cittadino privato com’era allora Cosimo, ma a qual si voglia splendidissimo et onoratissimo re, onde a’ tempi nostri vi sono allogiati comodamente re, imperatori, papi e quanti illustrissimi principi sono in Europa, con infinita lode, così della magnificenza di Cosimo come della eccellente virtù di Michelozzo nella architettura. Essendo l’anno 1433 Cosimo mandato in esilio, Michelozzo, che lo amava infinitamente e gli era fidelissimo, spontaneamente lo accompagnò a Vinezia e seco volle sempre, mentre vi stette, dimorare; là, dove, oltre a molti disegni e modelli che vi fece di abitazioni private e publiche, ornamenti per gl’amici di Cosimo e per molti gentiluomini, fece, per ordine e a spese di Cosimo, la libreria del monasterio di San Giorgio Maggiore, luogo de’ monaci Neri di Santa Iustina, che fu finita non solo di muraglia, di banchi, di legnami et altri ornamenti, ma ripiena di molti libri. E questo fu il trattenimento e lo spasso di Cosimo in quell’esilio, dal quale essendo l’anno 1434 richiamato alla patria, tornò quasi trionfante, e Michelozzo con esso lui. Standosi dunque Michelozzo in Fiorenza, il palazzo publico della Signoria cominciò a minacciare rovina, perché alcune colonne del cortile pativano, o fusse ciò perché il troppo peso di sopra le caricasse, o pure il fondamento debole e bieco, e forse ancora perché erano di pezzi mal commessi e mal murati. Ma qualunque di ciò fusse la cagione, ne fu dato cura a Michelozzo, il quale volentieri accettò l’impresa, perché in Vinezia presso a S. Barnaba aveva proveduto a un pericolo simile in questo modo: un gentiluomo, il quale aveva una casa che stava in pericolo di rovinare, ne diede la cura a Michelozzo, onde egli (secondo che già mi disse Michelagnolo Bonarroti) fatto fare segretamente una colonna e messi a ordine puntegli assai, cacciò il tutto in una barca et in quella entrato con alcuni maestri, in una notte ebbe puntellata la casa e rimessa la colonna. Michelozzo dunque, da questa sperienza fatto animoso, riparò al pericolo del palazzo e fece onor a sé et a chi l’aveva favorito in fargli dare cotal carico; e rifondò e rifece le colonne in quel modo che oggi stanno; avendo fatto prima una travata spessa di puntelli e di legni grossi per lo ritto, che reggevano le centine degli archi fatti di pancone di noce, per le vòlte che venivano del pari a reggere unitamente il peso che prima sostenevano le colonne; et a poco a poco cavate quelle che erano in pezzi mal commessi, rimesse di nuovo l’altre di pezzi, lavorate con diligenza; in modo che non patì la fabbrica cosa alcuna né mai ha mosso un pelo; e perché si riconoscessino le sue colonne dall’altre, ne fece alcune a otto facce, in su’ canti con capitelli che hanno intagliato le foglie alla foggia moderna, et altre tonde, le quali molto bene si riconoscano dalle vecchie che già vi fece Arnolfo. Dopo, per consiglio di Michelozzo, da chi governava allora la città fu ordinato che si dovesse ancora, sopra gl’archi di quelle colonne, scaricare et alleggerire il peso di quelle mura che vi erano, e rifar di nuovo tutto il cortile dagli archi in su, con ordine di finestre alla moderna, simili a quelle che per Cosimo aveva fatto nel cortile del palazzo de’ Medici; e che si sgraffisse a bozzi per le mura, per mettervi que’ gigli d’oro che ancora vi si veggono al presente, il che tutto fece far Michelozzo con prestezza, facendo al dritto delle finestre di detto cortile nel secondo ordine, alcuni tondi che variassino dalle finestre su dette, per dar lume alle stanze di mezzo, che son sopra alle prime, dov’è oggi la sala de’ Dugento. Il terzo piano poi, dove abitavano i signori e il gonfaloniere, fece più ornato, spartendo in fila dalla parte di verso S. Piero Scaraggio, alcune camere per i signori che prima dormivano tutti insieme in una medesima stanza, le quali camere furono otto per i signori et una maggiore per il gonfaloniere, che tutte rispondevano in un andito che aveva le finestre sopra il cortile. E di sopra fece un altro ordine di stanze commode per la famiglia del palazzo, in una delle quali, dove è oggi la depositeria, è ritratto ginocchioni dinanzi a una Nostra Donna, Carlo, figliuolo del re Ruberto, duca di Calavria, di mano di Giotto. Vi fece similmente le camere de’ donzelli, tavolaccini, trombetti, musici, pifferi, mazzieri, comandatori et araldi, e tutte l’altre stanze che a un così fatto palazzo si richieggono. Ordinò anco in cima del ballatoio una cornice di pietre, che girava intorno al cortile; et appresso a quella una conserva d’acqua che si ragunava quando pioveva, per far gittar fonti posticce a certi tempi. Fece far ancora Michelozzo l’acconcime della cappella dove s’ode la messa, et appresso a quella molte stanze e palchi ricchissimi, dipinti a gigli d’oro in campo azzurro. Et alle stanze di sopra e di sotto di quel palazzo fece fare altri palchi e ricoprire tutti i vecchi che vi erano stati fatti inanzi all’antica. Et insomma gli diede tutta quella perfezzione che a tanta fabrica si conveniva; e l’acque de’ pozzi fece, che si conducevano insino sopra l’ultimo piano e che con una ruota si attignevano più agevolmente che non si fa per l’ordinario. A una cosa sola non potette l’ingegno di Michelozzo rimediare, cioè alla scala publica, perché da principio fu male intesa, posta in mal luogo e fatta malagevole, erta e senza lumi, con gli scaglioni di legno dal primo piano in su; s’affaticò nondimeno di maniera che all’entrata del cortile fece una salita di scaglioni tondi et una porta con pilastri di pietra forte e con bellissimi capitelli intagliati di sua mano, et una cornice architravata doppia, con buon disegno, nel fregio della quale accomodò tutte l’arme del comune. E, che è più, fece tutte le scale di pietra forte insino al piano dove stava la Signoria; e le fortificò in cima et a mezzo con due saracinesche, per i casi de’ tumulti; et a sommo della scala fece una porta che si chiamava la catena, dove stava del continuo un tavolaccino che apriva e chiudeva, secondo che gli era commesso da chi governava. Riarmò la torre del campanile, che era crepata per il peso di quella parte che posa in falso, cioè sopra i beccatelli di verso la piazza, con cigne grandissime di ferro. E finalmente bonificò e restaurò di maniera questo palazzo, che ne fu da tutta la città comendato, e fatto, oltre agl’altri premii, di Collegio; il quale magistrato è in Firenze onorevole molto. E se a qualcuno paresse che io mi fussi in questo forse più disteso che bisogno non era, ne merito scusa, perché dopo aver mostrato nella vita d’Arnolfo la sua prima edificazione, che fu l’anno 1298, fatta fuor di squadra e d’ogni ragionevole misura, con colonne dispari nel cortile, archi grandi e piccoli, scale mal commode e stanze bieche e sproporzionate, faceva bisogno che io dimostrasse ancora a qual termine lo riducesse l’ingegno e giudizio di Michelozzo, se bene anch’egli non l’accommodò in modo che si potesse agiatamente abitarvi, né altrimenti che con disagio e scommodo grandissimo. Essendovi finalmente venuto ad abitar, l’anno 1538, il signor duca Cosimo, cominciò sua eccellenza a ridurlo a miglior forma, ma perché non fu mai inteso né saputo essequire il concetto del Duca da quegli architetti che in quell’opera molti anni lo servirono, egli si diliberò di vedere se si poteva, senza guastare il vecchio nel quale era pur qualcosa di buono, racconciare, facendo, secondo che egli aveva nello animo, le scale e le stanze scommode e disagiose, con miglior ordine, commodità e proporzione. Fatto dunque venire da Roma Giorgio Vasari pittore et architetto aretino, il quale serviva papa Giulio Terzo, gli diede commessione che non solo accommodasse le stanze che aveva fatto cominciare nell’apartato di sopra, dirimpetto alla piazza del grano (come che rispetto alla pianta di sotto fussero bieche), ma che ancora andasse pensando se quel palazzo si potesse, senza guastare quel che era fatto, ridurre di dentro in modo che per tutto si caminasse da una parte all’altra, e dall’un luogo all’altro, per via di scale segrete e publiche, e più piane che si potesse. Giorgio adunque, mentre che le dette stanze cominciate si adornavano di palchi messi d’oro e di storie di pittura a olio, e le facciate di pitture a fresco, et in alcune altre si lavorava di stucchi, levò la pianta di tutto quel palazzo, e nuovo e vecchio, che lo gira intorno. E dopo, dato ordine con non piccola fatica e studio a quanto voleva fare, cominciò a ridurlo a poco a poco in buona forma et a riunire, senza guastare quasi punto di quello che era fatto, le stanze disunite, che prima erano quale alta e quale bassa ne’ piani. Ma perché il signor Duca vedesse il disegno del tutto, in spazio di sei mesi ebbe condotto un modello di legname ben misurato, di tutta quella machina che più tosto ha forma e grandezza di castello che di palazzo. Il quale modello essendo piacciuto al Duca, si è secondo quello unito e fatto molte commode stanze e scale agiate publiche e segrete, che rispondono in su tutti i piani; e per cotal modo rendute libere le sale che erano come una publica strada, non si potendo prima salire di sopra senza passar per mezzo di quelle; et il tutto si è di varie e diverse pitture magnificamente adornato. Et in ultimo si è alzato il tetto della sala grande più di quello che egli era dodici braccia, di maniera che se Arnolfo, Michelozzo e gli altri, che dalla prima pianta in poi vi lavorarono, ritornasseno in vita, non lo riconoscerebbono, anzi crederebbono che fusse, non la loro, ma una nuova muraglia, et un altro edifizio. Ma tornando oggimai a Michelozzo, dico che essendo dato ai frati di S. Domenico da Fiesole la chiesa di S. Giorgio, non vi stettono se non da mezzo luglio in circa insino a tutto gennaio; per che avendo ottenuto per loro Cosimo de’ Medici e Lorenzo suo fratello, da papa Eugenio, la chiesa e convento di S. Marco, dove prima stavano monaci Salvestrini e dato loro in quel cambio San Giorgio detto, ordinarono, come inclinati molto alla religione e al servigio e culto divino, che secondo il disegno e modello di Michelozzo si facesse il detto convento di S. Marco tutto di muovo et amplissimo e magnifico, e con tutte quelle commodità che i detti frati sapessono migliori disiderare. A che dato principio l’anno 1437, la prima cosa si fece quella parte che risponde sopra il reffettorio vecchio, dirimpetto alle spalle del Duca, le quali fece già murare il duca Lorenzo de’ Medici; nel qual luogo furono fatte venti celle, messo il tetto et al reffettorio fatti i fornimenti di legname e finito nella maniera che si sta ancor oggi. E per allora non si seguitò più oltre, per stare a vedere che fine dovesse avere una lite che sopra il detto convento aveva mosso contra i frati di S. Marco, un maestro Stefano, generale di detti Salvestrini. La quale finita in favore de’ detti frati di S. Marco, si ricominciò a seguitare la muraglia; ma perché la cappella maggiore, stata edificata da ser Pino Bonacorsi, era dopo venuta in una donna de’ Caponsacchi, e da lei a Mariotto Banchi, sbrigata che fu sopra ciò non so che lite, Mariotto donò la detta capella a Cosimo de’ Medici, avendola difesa e tolta ad Agnolo della Casa, al quale l’avevano o data o venduta i detti Salvestrini; e Cosimo all’incontro diede a Mariotto per ciò cinquecento scudi. Dopo, avendo similmente comperato Cosimo dalla Compagnia dello Spirito Santo il sito dove è oggi il coro, fu fatto la cappella, la tribuna et il coro con ordine di Michelozzo, e fornito di tutto punto l’anno 1439. Dopo fu fatta la libreria, lunga braccia 80 e larga 18, tutta in volta di sopra e di sotto, e con 64 banchi di legno di cipresso, pieni di bellissimi libri. Appresso si diede fine al dormentorio, riducendolo in forma quadra, et insomma al chiostro et a tutte le commodissime stanze di quel convento; il quale si crede che sia il meglio inteso e più bello e più commodo, per tanto che sia in Italia, mercé della virtù et industria di Michelozzo, che lo diede finito del tutto l’anno 1452. Dicesi che Cosimo spese in questa fabrica 36 mila ducati, e che mentre si murò, diede ogni anno ai frati 366 ducati per il vitto loro. Della edificazione e sagrazione del qual tempio si leggono in un epitaffio di marmo sopra la porta che va in sagrestia queste parole:

Cum hoc templum Marco Evangelistae dicatum magnificis sumptibus Cl. V. Cosmi Medicis tandem absolutum esset, Eugenius Quartus Romanus Pontifex maxima Cardinalium, Archiepiscoporum, Episcoporum, aliorumque sacerdotum frequentia comitatus, id celeberrimo Epiphaniae die, solemni more servato, consecravit. Tum etiam quotannis omnibus, qui eodem die festo annuas statasque consecrationis ceremonias caste pieque celebraverint, viserintve, temporis luendis peccatis suis debiti, septem annos, totidemque quadragesimas, apostolica remisit auctoritate. A. M.CCCC.XLII.

Similmente fece far Cosimo col disegno di Michelozzo il noviziato di S. Croce di Firenze, la capella del medesimo e l’entrata che va di chiesa alla sagrestia, al detto noviziato et alle scale del dormentorio. La bellezza, comodità et ornamento delle quali cose non è inferiore a niuna delle muraglie, per quanto ell’è, che facesse fare il veramente magnifico Cosimo de’ Medici, o che mettesse in opera Michelozzo; et oltre all’altre cose, la porta che fece di macigno, la quale va di chiesa ai detti luoghi, fu in que’ tempi molto lodata per la novità sua e per il frontespizio molto ben fatto, non essendo allora se non pochissimo in uso l’imitare, come quella fa, le cose antiche di buona maniera. Fece ancora Cosimo de’ Medici col consiglio e disegno di Michelozzo, il palazzo di Cafaggiuolo in Mugello, riducendolo a guisa di fortezza coi fossi intorno; et ordinò i poderi, le strade, i giardini e le fontane con boschi attorno, ragnaie e altre cose da ville molto onorate; e lontano due miglia al detto palazzo, in un luogo detto il Bosco a’ Frati fece, col parere del medesimo, finire la fabbrica d’un convento per i frati de’ Zoccoli di S. Francesco, che è cosa bellissima. Al Trebbio medesimamente fece, come si vede, molti altri acconcimi. E similmente, lontano da Firenze due miglia, il palazzo della villa di Careggi, che fu cosa magnifica e ricca; dove Michelozzo condusse l’acqua per la fonte che al presente vi si vede. E per Giovanni, figliuolo di Cosimo de’ Medici, fece a Fiesole, il medesimo, un altro magnifico et onorato palazzo, fondato dalla parte di sotto nella scoscesa del poggio con grandissima spesa ma non senza grande utile, avendo in quella parte da basso fatto volte, cantine, stalle, tinaie et altre belle e commode abitazioni; di sopra poi, oltre le camere, sale et altre stanze ordinarie, ve ne fece alcune per libri e alcune altre per la musica. Insomma mostrò in questa fabrica Michelozzo quanto valesse nell’architettura; perché oltre quello che si è detto fu murata di sorte, che ancor che sia in su quel monte non ha mai gettato un pelo. Finito questo palazzo, vi fece sopra, a spese del medesimo, la chiesa e convento de’ frati di S. Girolamo, quasi nella cima di quel monte. Fece il medesimo Michelozzo il disegno e modello che mandò Cosimo in Ierusalem per l’ospizio che là fece edificare ai pelegrini che vanno al sepolcro di Cristo. Per la facciata ancora di S. Piero di Roma mandò il disegno per sei finestre, che vi si feciono poi con l’arme di Cosimo de’ Medici, delle quali ne furono levate tre a’ dì nostri e fatto rifare da papa Paulo III con l’arme di casa Farnese. Dopo, intendendo Cosimo che in Ascesi a Santa Maria degl’Angeli si pativa d’acque con grandissimo incommodo de’ popoli che vi vanno ogni anno, il primo dì d’agosto al Perdono, vi mandò Michelozzo, il quale condusse un’acqua che nasceva a mezzo la costa del monte alla fonte, la quale ricoperse con una molto vaga e ricca loggia posta sopra alcune colonne di pezzi, con l’arme di Cosimo, e drento nel convento fece a’ frati, pur di commessione di Cosimo, molti acconcimi utili, i quali poi il Magnifico Lorenzo de’ Medici rifece con maggior ornamento e più spesa, facendo porre a quella Madonna la sua immagine di cera, che ancor vi si vede. Fece anco mattonare Cosimo la strada che va dalla detta Madonna degli Angeli alla città. Né si partì Michelozzo di quelle parti, che fece il disegno della cittadella vecchia di Perugia. Tornato finalmente a Firenze, fece al canto de’ Tornaquinci la casa di Giovanni Tornabuoni, quasi in tutto simile al palazzo che aveva fatto a Cosimo, eccetto che la facciata non è di bozzi, né di cornici sopra, ma ordinaria. Morto Cosimo, il quale aveva amato Michelozzo quanto si può un caro amico amare, Piero suo figliuolo gli fece fare di marmo, in S. Miniato in sul monte, la capella dov’è il Crucifisso, e nel mezzo tondo dell’arco dietro alla detta cappella, intagliò Michelozzo un falcone di basso rilievo col diamante, impresa di Cosimo suo padre, che fu opera veramente bellissima. Disegnando dopo queste cose il medesimo Piero de’ Medici far la cappella della Nunziata tutta di marmo nella chiesa de’ Servi, volle che Michelozzo, già vecchio, intorno a ciò gli dicesse il parer suo, sì perché molto amava la virtù di quell’uomo, sì perché sapeva quanto fedel amico e servitor fusse stato a Cosimo suo padre. Il che avendo fatto Michelozzo, fu dato cura di lavorarla a Pagno di Lapo Portigiani scultore da Fiesole, il quale in ciò fare, come quello che in poco spazio volle molte cose racchiudere, ebbe molte considerazioni. Reggano questa cappella quattro colonne di marmo alte braccia 9 in circa, fatte con canali doppii di lavoro corinto e con le base e capitegli variamente intagliati e doppii di membra; sopra le colonne posano architrave, fregio e cornicione, doppii similmente di membri e d’intagli, e pieni di varie fantasie, e particolarmente d’imprese e d’arme de’ Medici, e di fogliami; fra queste et altre cornici fatte per un altro ordine di lumi, è un epitaffio grande intagliato in marmo, bellissimo. Di sotto, per il cielo di detta cappella, fra le quattro colonne è uno spartimento di marmo tutto intagliato e pieno di smalti lavorati a fuoco e di musaico in varie fantasie di color d’oro e pietre fini; il piano del pavimento è pieno di porfidi, serpentini, mischi e d’altre pietre rarissime con bell’ordine commesse e compartite. La detta cappella si chiude con un ingraticolato intorno di cordoni di bronzo con candelieri di sopra, fermati in un ornamento di marmo che fa bellissimo finimento al bronzo et ai candellieri, e dalla parte dinanzi, l’uscio che chiude la cappella è similmente di bronzo e molto bene accommodato. Lasciò Piero che fusse fatto un lampanaio intorno alla cappella, di trenta lampade d’argento, e così fu fatto; ma perché furono guaste per l’assedio, il signor Duca già molti anni sono diede ordine che si rifacessero, e già n’è fatta la maggior parte e tuttavia si va seguitando; ma non perciò si è restato mai, secondo che lasciò Piero, di avervi tutto quel numero di lampade accese, se bene non sono state d’argento da che furono distrutte in poi. A questi ornamenti aggiunse Pagno un grandissimo giglio di rame, che esce d’un vaso, il quale posa in sull’angolo della cornice di legno dipinta e messa d’oro, che tiene le lampade; ma non però regge questa cornice sola così gran peso, perciò che il tutto vien sostenuto da’ due rami del giglio che sono di ferro e dipinti di verde, i quali sono impiombati nell’angolo della cornice di marmo, tenendo gl’altri, che sono di rame, sospesi in aria. La qual opera fu fatta veramente con giudizio et invenzione, onde è degna di essere, come bella e capricciosa, molto lodata. A canto a questa capella ne fece un’altra verso il chiostro, la quale serve per coro ai frati, con finestre che pigliano il lume dal cortile e lo dànno non solo alla detta capella, ma ancora, ribattendo dirimpetto in due finestre simili, alla stanza de l’organetto, che è a canto alla capella di marmo. Nella faccia del qual coro è un armario grande, nel quale si serbano l’argenterie della Nunziata; et in tutti questi ornamenti e per tutto, è l’arme e l’impresa de’ Medici. Fuor della capella della Nunziata e dirimpetto a quella, fece il medesimo un luminario grande di bronzo alto braccia cinque, et all’entrar di chiesa la pila dell’acqua benedetta, di marmo, e nel mezzo un San Giovanni, che è cosa bellissima. Fece anco sopra il banco, dove i frati vendono le candele, una mezza Nostra Donna di marmo di mezzo rilievo, col Figliuolo in braccio e grande quanto il naturale, molto divota. Et un’altra simile nell’Opera di Santa Maria del Fiore, dove stanno gl’Operai. Lavorò anco Pagno a San Miniato al Todesco alcune figure in compagnia di Donato suo maestro, essendo giovane; et in Lucca nella chiesa di S. Martino fece una sepoltura di marmo, dirimpetto alla capella del Sagramento, per Messer Piero Nocera che v’è ritratto di naturale. Scrive nel vigesimoquinto libro della sua opera il Filareto, che Francesco Sforza, duca quarto di Milano, donò al Magnifico Cosimo de’ Medici un bellissimo palazzo in Milano e che egli per mostrare a quel Duca quanto gli fusse grato sì fatto dono, non solo l’adornò riccamente di marmi e di legnami intagliati, ma lo fece maggiore, con ordine di Michelozzo, che non era, braccia ottantasette e mezzo; dove prima era braccia 84 solamente. Et oltre ciò vi fece dipignere molte cose; e particolarmente in una loggia, le storie della vita di Traiano imperatore, nelle quali fece fare in alcuni ornamenti il ritratto d’esso Francesco Sforza, la signora Bianca sua consorte e duchessa, et i figliuoli loro parimente, con molti altri signori e grandi uomini. E similmente il ritratto d’otto imperatori, a’ quali ritratti aggiunse Michelozzo quello di Cosimo, fatto di sua mano. E per tutte le stanze accomodò in diversi modi l’arme di Cosimo, e la sua impresa del falcone e diamante. E le dette pitture furono tutte di mano di Vincenzio di Zoppa pittore in quel tempo, et in quel paese di non piccola stima. Si trova che i danari che spese Cosimo nella restaurazione di questo palazzo, furono pagati da Pigello Portinari cittadin fiorentino, il qual allora in Milano governava il banco e la ragione di Cosimo, et abitava in detto palazzo. Sono in Genova di mano di Michelozzo alcune opere di marmo e di bronzo, et in altri luoghi molte altre che si conoscon alla maniera, ma basti aver detto insin qui di lui, il quale si morì d’anni sessantaotto e fu nella sua sepoltura sotterrato in San Marco di Firenze. Il suo ritratto è di mano di fra’ Giovanni nella sagrestia di Santa Trinità, nella figura d’un Nicodemo vecchio con un capuccio in capo, che scende Cristo di croce.

FINE DELLA VITA DI MICHELOZZO SCULTORE ET ARCHITETTO