Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giotto

Giotto

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Margaritone Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Agostino et Agnolo IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Margaritone Agostino et Agnolo

VITA DI GIOTTO PITTORE, SCULTORE ET ARCHITETTO FIORENTINO

Quell’obligo stesso che hanno gl’artefici pittori alla natura, la qual serve continuamente per essempio a coloro, che cavando il buono dalle parti di lei migliori e più belle, di contrafarla et imitarla s’ingegnano sempre, avere per mio credere si deve a Giotto pittore fiorentino; perciò che essendo stati sotterrati tanti anni dalle rovine delle guerre i modi delle buone pitture e i dintorni di quelle, egli solo, ancora che nato fra artefici inetti, per dono di Dio, quella che era per mala via risuscitò, et a tale forma ridusse, che si potette chiamar buona. E veramente fu miracolo grandissimo, che quella età e grossa et inetta avesse forza d’operare in Giotto sì dottamente, che il disegno, del quale poca o niuna cognizione avevano gl’uomini di que’ tempi, mediante lui ritornasse del tutto in vita. E nientedimeno i principii di sì grand’uomo furono l’anno 1276 nel contado di Firenze, vicino alla città quattordici miglia, nella villa di Vespignano, e di padre detto Bondone lavoratore di terra e naturale persona. Costui avuto questo figliuolo, al quale pose nome Giotto, l’allevò secondo lo stato suo costumatamente. E quando fu all’età di dieci anni pervenuto, mostrando in tutti gli atti ancora fanciulleschi una vivacità e prontezza d’ingegno straordinario, che lo rendea grato non pure al padre, ma a tutti quelli ancora che nella villa e fuori lo conoscevano, gli diede Bondone in guardia alcune pecore, le quali egli andando pel podere quando in un luogo e quando in un altro pasturando, spinto dall’inclinazione della natura all’arte del disegno, per le lastre et in terra o in su l’arena del continuo disegnava alcuna cosa di naturale, o vero che gli venisse in fantasia. Onde, andando un giorno Cimabue per sue bisogne da Fiorenza a Vespignano, trovò Giotto che, mentre le sue pecore pascevano, sopra una lastra piana e pulita con un sasso un poco appuntato ritraeva una pecora di naturale, senza avere imparato modo nessuno di ciò fare da altri che dalla natura; per che fermatosi Cimabue tutto maraviglioso, lo domandò se voleva andar a star seco. Rispose il fanciullo, che contentandosene il padre, anderebbe volentieri. Dimandandolo dunque Cimabue a Bondone, egli amorevolmente glielo concedette, e si contentò che seco lo menasse a Firenze; là dove venuto, in poco tempo, aiutato dalla natura et ammaestrato da Cimabue, non solo pareggiò il fanciullo la maniera del maestro suo, ma divenne così buono imitatore della natura, che sbandì affatto quella goffa maniera greca, e risuscitò la moderna e buona arte della pittura, introducendo il ritrarre bene di naturale le persone vive, il che più di dugento anni non s’era usato: e se pure si era provato qualcuno, come si è detto di sopra, non gli era ciò riuscito molto felicemente, né così bene a un pezzo, come a Giotto. Il quale fra gl’altri ritrasse, come ancor oggi si vede, nella capella del palagio del podestà di Firenze, Dante Alighieri coetaneo et amico suo grandissimo, e non meno famoso poeta, che si fusse ne’ medesimi tempi Giotto pittore, tanto lodato da messer Giovanni Boccaccio nel proemio della novella di messer Forese da Rabatta e di esso Giotto dipintore. Nella medesima capella è il ritratto, similmente di mano del medesimo, di ser Brunetto Latini maestro di Dante, e di messer Corso Donati gran cittadino di que’ tempi. Furono le prime pitture di Giotto nella capella dell’altar maggiore della Badia di Firenze, nella quale fece molte cose tenute belle, ma particolarmente una Nostra Donna quando è annunziata; perché in essa espresse vivamente la paura e lo spavento che nel salutarla Gabriello mise in Maria Vergine, la qual pare che tutta piena di grandissimo timore voglia quasi mettersi in fuga. È di mano di Giotto parimente la tavola dell’altar maggiore di detta cappella, la quale vi si è tenuta insino a oggi et anco vi si tiene, più per una certa reverenza che s’ha all’opera di tanto uomo, che per altro. E in S. Croce sono quattro cappelle di mano del medesimo, tre fra la sagrestia e la capella grande, et una dall’altra banda. Nella prima delle tre, la quale è di messer Ridolfo de’ Bardi, che è quella dove sono le funi delle campane, è la vita di S. Francesco, nella morte del quale un buon numero di frati mostrano assai acconciamente l’effetto del piangere. Nell’altra, che è della famiglia de’ Peruzzi, sono due storie della vita di S. Giovanni Battista al quale è dedicata la capella: dove si vede molto vivamente il ballare e saltare d’Erodiade, e la prontezza d’alcuni serventi presti ai servigi della mensa. Nella medesima sono due storie di S. Giovanni Evangelista maravigliose, cioè quando risuscita Drusiana, e quando è rapito in cielo. Nella terza, ch’è de’ Giugni, intitolata agl’Apostoli, sono di mano di Giotto dipinte le storie del martirio di molti di loro. Nella quarta che è dall’altra parte della chiesa verso tramontana, la quale è de’ Tosinghi e degli Spinelli, e dedicata all’Assunzione di Nostra Donna, Giotto dipinse la natività, lo sposalizio, l’essere annunziata, l’adorazione de’ Magi e quando ella porge Cristo piccol fanciullo a Simeone, che è cosa bellissima: perché oltre a un grande affetto che si conosce in quel vecchio ricevente Cristo, l’atto del Fanciullo, che avendo paura di lui porge le braccia e si rivolge tutto timorosetto verso la madre, non può essere né più affettuoso né più bello. Nella morte poi di essa Nostra Donna sono gli Apostoli, et un buon numero d’Angeli con torchi in mano, molto belli. Nella capella de’ Baroncelli in detta chiesa è una tavola a tempera di man di Giotto, dove è condotta con molta diligenza l’incoronazione di Nostra Donna, et un grandissimo numero di figure piccole, et un coro di Angeli e di Santi molto diligentemente lavorati. E perché in questa opera è scritto a lettere d’oro il nome suo et il millesimo, gl’artefici che considereranno in che tempo Giotto senza alcun lume della buona maniera diede principio al buon modo di disegnare e di colorire, saranno forzati averlo in somma venerazione. Nella medesima chiesa di S. Croce sono ancora sopra il sepolcro di marmo di Carlo Marzupini aretino un Crucifisso, una Nostra Donna, un S. Giovanni e la Madalena a’ piè della croce; e dall’altra banda della chiesa a punto dirimpetto a questa, sopra la sepoltura di Lionardo aretino è una Nunziata verso l’altar maggiore, la qual è stata da pittori moderni, - con poco giudizio di chi ciò ha fatto fare -, ricolorita. Nel refettorio è, in un albero di croce, istorie di S. Lodovico, e un cenacolo di mano del medesimo; e negli armarii della sagrestia storie di figure piccole della vita di Cristo e di S. Francesco. Lavorò anco nella chiesa del Carmine alla cappella di S. Giovanni Batista tutta la vita di quel Santo divisa in più quadri: e nel palazzo della Parte Guelfa di Firenze, è di sua mano una storia della fede cristiana in fresco dipinta perfettamente; et in essa è il ritratto di papa Clemente Quarto il quale creò quel magistrato, donandogli l’arme sua, la qual egli ha tenuto sempre e tiene ancora. Dopo queste cose, partendosi di Firenze per andare a finir in Ascesi l’opere cominciate da Cimabue, nel passar per Arezzo dipinse nella Pieve la capella di S. Francesco ch’è sopra il battesimo, e in una colonna tonda vicino a un capitello corintio et antico e bellissimo, un S. Francesco e un S. Domenico ritratti di naturale, e nel Duomo fuor d’Arezzo una capelluccia, dentrovi la lapidazione di S. Stefano, con bel componimento di figure. Finite queste cose, si condusse in Ascesi città dell’Umbria, essendovi chiamato da fra’ Giovanni di Muro della Marca allora Generale de’ frati di S. Francesco, dove nella chiesa di sopra dipinse a fresco sotto il corridore che attraversa le finestre, dai due lati della chiesa, trentadue storie della vita e fatti di S. Francesco, cioè sedici per facciata, tanto perfettamente, che ne acquistò grandissima fama. E nel vero, si vede in quell’opera gran varietà non solamente nei gesti et attitudini di ciascuna figura, ma nella composizione ancora di tutte le storie; senzaché fa bellissimo vedere la diversità degli abiti di que’ tempi, e certe imitazioni et oservazioni delle cose della natura. E fra l’altre è bellissima una storia, dove uno assetato, nel quale si vede vivo il desiderio dell’acque, bee stando chinato in terra a una fonte, con grandissimo e veramente maraviglioso affetto, in tanto che par quasi una persona viva che bea. Vi sono anco molte altre cose dignissime di considerazione, nelle quali per non esser lungo non mi distendo altrimenti. Basti che tutta questa opera acquistò a Giotto fama grandissima, per la bontà delle figure, e per l’ordine, proporzione, vivezza e facilità che egli aveva dalla natura e che aveva mediante lo studio fatto molto maggiore e sapeva in tutte le cose chiaramente dimostrare. E perché, oltre quello che aveva Giotto da natura, fu studiosissimo, et andò sempre nuove cose pensando e dalla natura cavando, meritò d’esser chiamato discepolo della natura, e non d’altri. Finite le sopra dette storie, dipinse nel medesimo luogo, ma nella chiesa di sotto, le facciate di sopra dalle bande dell’altar maggiore, e tutti quattro gl’angoli della volta di sopra, dove è il corpo di S. Francesco, e tutte con invenzioni capricciose e belle: nella prima è S. Francesco glorificato in cielo con quelle virtù intorno, che a voler esser perfettamente nella grazia di Dio sono richieste; da un lato l’Ubidienza mette al collo d’un frate, che le sta inanzi ginocchioni, un giogo, i legami del quale sono tirati da certe mani al cielo, e mostrando, con un dito alla bocca, silenzio, ha gl’occhi a Gesù Cristo che versa sangue dal costato; et in compagnia di questa virtù sono la Prudenza e l’Umiltà, per dimostrare che dove è veramente l’ubidienza, è sempre l’umiltà e la prudenza che fa bene operare ogni cosa. Nel secondo angolo è la Castità, la quale standosi in una fortissima ròcca, non si lascia vincere né da regni, né da corone, né da palme che alcuni le presentano; a’ piedi di costei è la Mondizia che lava persone nude, e la Fortezza va conducendo genti a lavarsi e mondarsi. Appresso alla Castità è da un lato la Penitenza che caccia Amore alato con una disciplina, e fa fuggire la Imondizia. Nel terzo luogo è la Povertà, la quale va coi piedi scalzi calpestando le spine; ha un cane che le abbaia dietro, e intorno un putto che le tira sassi, et un altro che le va accostando con un bastone certe spine alle gambe; e questa Povertà si vede esser quivi sposata a S. Francesco, mentre Gesù Cristo le tiene la mano, essendo presenti non senza misterio la Speranza e la Castità. Nel quarto et ultimo dei detti luoghi è un S. Francesco pur glorificato, vestito con una tonicella bianca da diacono, e come trionfante in cielo in mezzo a una multitudine d’Angeli che intorno gli fanno coro, con uno stendardo nel quale è una croce con sette stelle, e in alto è lo Spirito Santo. Dentro a ciascuno di questi angoli sono alcune parole latine che dichiarano le storie. Similmente oltre i detti quattro angoli, sono nelle facciate dalle bande pitture bellissime e da essere veramente tenute in pregio, sì per la perfezzione che si vede in loro, e sì per essere state con tanta diligenza lavorate, che si sono insino a oggi conservate fresche. In queste storie è il ritratto d’esso Giotto molto ben fatto, e sopra la porta della sagrestia è di mano del medesimo pur a fresco un S. Francesco che riceve le stimate, tanto affettuoso e divoto, che a me pare la più eccellente pittura che Giotto facesse in quell’opere, che sono tutte veramente belle e lodevoli. Finito dunque che ebbe per ultimo il detto S. Francesco, se ne tornò a Firenze, dove giunto dipinse per mandare a Pisa in una tavola un S. Francesco ne l’orribile sasso della Vernia, con straordinaria diligenza: perché oltre a certi paesi pieni di alberi e di scogli, che fu cosa nuova in que’ tempi, si vede nell’attitudini di S. Francesco, che con molta prontezza riceve ginocchioni le stimate, un ardentissimo desiderio di riceverle et infinito amore verso Gesù Cristo, che in aria circondato di Serafini gliele concede, con sì vivi affetti, che meglio non è possibile immaginarsi. Nel disotto poi della medesima tavola, sono tre storie della vita del medesimo, molto belle. Questa tavola, la quale oggi si vede in S. Francesco di Pisa in un pilastro accanto all’altar maggiore, tenuta in molta venerazione per memoria di tanto uomo, fu cagione che i Pisani, essendosi finita appunto la fabbrica di Camposanto, secondo il disegno di Giovanni di Nicola Pisano, come si disse di sopra, diedero a dipignere a Giotto parte delle facciate di dentro, acciò che, come tanta fabrica era tutta di fuori incrostata di marmi e d’intagli fatti con grandissima spesa, coperto di piombo il tetto, e dentro piena di pile e sepolture antiche, state de’ Gentili e recate in quella città di varie parti del mondo, così fusse ornata dentro nelle facciate di nobilissime pitture. Perciò, dunque, andato Giotto a Pisa, fece nel principio d’una facciata di quel Camposanto sei storie grandi in fresco del pazientissimo Iobbe; e perché giudiziosamente considerò che i marmi da quella parte della fabrica dove aveva a lavorare erano volti verso la marina, e che tutti essendo saligni per gli scilocchi, sempre sono umidi e gettano una certa salsedine, sì come i mattoni di Pisa fanno per lo più, e che perciò acciecano e si mangiano i colori e le pitture; fece fare, perché si conservasse quanto potesse il più l’opera sua, per tutto dove voleva lavorare in fresco, in arricciato o vero intonaco o incrostatura che vogliam dire, con calcina, gesso e matton pesto mescolati così a proposito, che le pitture che egli poi sopra vi fece, si sono insino a questo giorno conservate. E meglio, starebbono, se la stracurataggine di chi ne doveva aver cura non l’avesse lasciate molto offendere dall’umido; perché il non avere a ciò, come si poteva agevolmente, proveduto, è stato cagione che, avendo quelle pitture patito umido, si sono guaste in certi luoghi, e l’incarnazioni fatte nere, e l’intonaco scortecciato; senzaché la natura del gesso, quando è con la calcina mescolato, è d’infracidare col tempo e corrompersi; onde nasce che poi per forza guasta i colori, sebben pare che da principio faccia gran presa e buona. Sono in queste storie, oltre al ritratto di messer Farinata degl’Uberti, molte belle figure, e massimamente certi villani, i quali nel portare le dolorose nuove a Iobbe, non potrebbono essere più sensati, né meglio mostrare il dolore che avevano per i perduti bestiami e per l’altre disaventure, di quello che fanno. Parimente ha grazia stupenda la figura d’un servo, che con una rosta sta intorno a Iobbe piagato e quasi abbandonato da ognuno; e come che ben fatto sia in tutte le parti, è maraviglioso nell’attitudine che fa, cacciando con una delle mani le mosche al lebroso padrone e puzzolente, e con l’altra tutto schifo turandosi il naso per non sentire il puzzo. Sono similmente l’altre figure di queste storie e le teste, così de’ maschi come delle femmine, molto belle, et i panni in modo lavorati morbidamente, che non è maraviglia se quell’opera gl’acquistò in quella città e fuori tanta fama, che papa Benedetto IX da Trevisi mandasse in Toscana un suo cortigiano, a vedere che uomo fusse Giotto e quali fussero l’opere sue, avendo disegnato far in S. Piero alcune pitture. Il quale cortigiano venendo per veder Giotto, e intendere che altri maestri fussero in Firenze eccellenti nella pittura e nel musaico, parlò in Siena a molti maestri. Poi avuti disegni da loro, venne a Firenze, e andato una mattina in bottega di Giotto che lavorava, gli espose la mente del Papa e in che modo si voleva valere dell’opera sua, et in ultimo gli chiese un poco di disegno per mandarlo a Sua Santità. Giotto, che garbatissimo era, prese un foglio, et in quello con un pennello tinto di rosso, fermato il braccio al fianco per farne compasso e girato la mano, fece un tondo sì pari di sesto e di profilo, che fu a vederlo una maraviglia. Ciò fatto, ghignando, disse al cortigiano: "Eccovi il disegno". Colui come beffato disse: "Ho io avere altro disegno che questo?". "Assai e pur troppo è questo", rispose Giotto, "mandatelo insieme con gli altri, e vedrete se sarà conosciuto." Il mandato, vedendo non potere altro avere, si partì da lui assai male sodisfatto, dubitando non essere ucellato. Tuttavia mandando al Papa gli altri disegni e i nomi di chi li aveva fatti, mandò anco quel di Giotto, raccontando il modo che aveva tenuto nel fare il suo tondo senza muovere il braccio e senza seste. Onde il Papa e molti cortigiani intendenti conobbero per ciò quanto Giotto avanzasse d’eccellenza tutti gli altri pittori del suo tempo. Divolgatasi poi questa cosa, ne nacque il proverbio che ancora è in uso dirsi agli uomini di grossa pasta: "Tu sei più tondo che l’O di Giotto": il qual proverbio non solo per lo caso donde nacque si può dir bello, ma molto più per lo suo significato, che consiste nell’ambiguo, pigliandosi "tondo" in Toscana, oltre alla figura circolare perfetta, per tardità e grossezza d’ingegno. Fecelo dunque il predetto Papa andare a Roma, dove onorando molto e riconoscendo la virtù di lui, gli fece nella tribuna di S. Piero dipignere cinque storie della vita di Cristo, e nella sagrestia la tavola principale, che furono da lui con tanta diligenza condotte, che non uscì mai a tempera delle sue mani il più pulito lavoro; onde meritò che il Papa, tenendosi ben servito, facesse dargli per premio secento ducati d’oro, oltre avergli fatto tanti favori, che ne fu detto per tutta Italia. Fu in questo tempo a Roma molto amico di Giotto (per non tacere cosa degna di memoria che appartenga all’arte) Oderigi d’Agobbio eccellente miniatore in que’ tempi, il quale condotto perciò dal Papa miniò molti libri per la libreria di palazzo, che sono in gran parte oggi consumati dal tempo. E nel mio libro de’ disegni antichi sono alcune reliquie di man propria di costui, che invero fu valente uomo; sebbene fu molto miglior maestro di lui Franco Bolognese miniatore, che per lo stesso Papa e per la stessa libreria ne’ medesimi tempi lavorò assai cose eccellentemente in quella maniera, come si può vedere nel detto libro, dove ho di sua mano disegni di pitture e di minio, e fra essi un’aquila molto ben fatta, et un lione che rompe un albero, bellissimo. Di questi due miniatori eccellenti fa menzione Dante nell’undecimo capitolo del Purgatorio, dove si ragiona de’ vanagloriosi, con questi versi:

O, dissi lui, non se’ tu Oderigi, l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte, ch’alluminare è chiamata in Parigi? Frate, diss’egli, più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese: l’onor è tutto or suo, e mio in parte.

Il Papa avendo veduto queste opere, e piacendogli la maniera di Giotto infinitamente, ordinò che facesse intorno intorno a S. Piero istorie del Testamento Vecchio e Nuovo: onde cominciando, fece Giotto a fresco l’Angelo, di sette braccia, che è sopra l’organo e molte altre pitture, delle quali parte sono da altri state restaurate a’ dì nostri, e parte nel rifondare le mura nuove, o state disfatte o trasportate dall’edifizio vecchio di S. Piero fin sotto l’organo: come una Nostra Donna in muro, la quale perché non andasse per terra, fu tagliato attorno il muro et allacciato con travi e ferri, e così levata, e murata poi, per la sua bellezza, dove volle la pietà et amore che porta alle cose eccellenti dell’arte messer Niccolò Acciaiuoli, dottore fiorentino, il quale di stucchi e d’altre moderne pitture adornò riccamente quest’opera di Giotto. Di mano del quale ancora fu la nave di musaico ch’è sopra le tre porte del portico nel cortile di S. Piero, la quale è veramente miracolosa e meritamente lodata da tutti i belli ingegni, perché in essa, oltre al disegno, vi è la disposizione degli Apostoli, che in diverse maniere travagliano per la tempesta del mare, mentre soffiano i venti in una vela, la quale ha tanto rilievo, che non farebbe altrettanto una vera; e pure è difficile avere a fare di que’ pezzi di vetri una unione, come quella che si vede ne’ bianchi e nell’ombre di sì gran vela, la quale col pennello, quando si facesse ogni sforzo, a fatica si pareggerebbe; senzaché in un pescatore, il quale pesca in sur uno scoglio a lenza, si conosce nell’attitudine una pacienza estrema propria di quell’arte, e nel volto la speranza e la voglia di pigliare. Sotto questa opera sono tre archetti in fresco, de’ quali, essendo per la maggior parte guasti, non dirò altro. Le lodi dunque, date universalmente dagli artefici a quest’opera, se le convengono. Avendo poi Giotto nella Minerva, chiesa de’ frati Predicatori, dipinto in una tavola un Crucifisso grande colorito a tempera, che fu allora molto lodato, se ne tornò, essendone stato fuori sei anni, alla patria. Ma essendo non molto dopo creato papa Clemente Quinto in Perugia, per esser morto papa Benedetto Nono, fu forzato Giotto andarsene con quel Papa là dove condusse la corte, in Avignone, per farvi alcune opere; per che andato, fece, non solo in Avignone, ma in molti altri luoghi di Francia, molte tavole e pitture a fresco bellissime, le quali piacquero infinitamente al Pontefice e a tutta la corte. Laonde, spedito che fu, lo licenziò amorevolmente e con molti doni; onde se ne tornò a casa non meno ricco che onorato e famoso, e fra l’altre cose recò il ritratto di quel Papa, il quale diede poi a Taddeo Gaddi suo discepolo: e questa tornata di Giotto in Firenze fu l’anno 1316. Ma non però gli fu conceduto fermarsi molto in Firenze; perché condotto a Padoa per opera de’ Signori della Scala, dipinse nel Santo, chiesa stata fabricata in que’ tempi, una capella bellissima. Di lì andò a Verona, dove a messer Cane fece nel suo palazzo alcune pitture e particolarmente il ritratto di quel Signore; e ne’ frati di S. Francesco una tavola. Compiute queste opere, nel tornarsene in Toscana gli fu forza fermarsi in Ferrara, e dipignere in servigio di que’ Signori Estensi in palazzo, et in S. Agostino alcune cose che ancora oggi vi si veggiono. Intanto venendo agli orecchi di Dante poeta fiorentino che Giotto era in Ferrara, operò di maniera che lo condusse a Ravenna, dove egli si stava in esilio, e gli fece fare in S. Francesco per i Signori da Polenta alcune storie in fresco intorno alla chiesa, che sono ragionevoli. Andato poi da Ravenna a Urbino, ancor quivi lavorò alcune cose. Poi occorrendogli passar per Arezzo, non potette non compiacere Piero Saccone che molto l’aveva carezzato, onde gli fece in un pilastro della capella maggiore del Vescovado in fresco un S. Martino, che tagliatosi il mantello nel mezzo, ne dà una parte a un povero che gli è inanzi quasi tutto ignudo. Avendo poi fatto nella Badia di Santa Fiora, in legno, un Crucifisso grande a tempera, che è oggi nel mezzo di quella chiesa, se ne ritornò finalmente in Firenze, dove fra l’altre cose, che furono molte, fece nel monasterio delle Donne di Faenza alcune pitture et in fresco et a tempera, che oggi non sono in essere per esser rovinato quel monasterio. Similmente l’anno 1322, essendo l’anno innanzi con suo molto dispiacere morto Dante suo amicissimo, andò a Lucca, et a richiesta di Castruccio, Signore allora di quella città sua patria, fece una tavola in S. Martino, drentovi un Cristo in aria e quattro Santi protettori di quella città, cioè S. Piero, S. Regolo, S. Martino e S. Paulino, i quali mostrano di raccomandare un Papa et un Imperator: i quali, secondo che per molti si crede, sono Federigo Bavaro e Nicola Quinto antipapa. Credono parimente alcuni che Giotto disegnasse a S. Fridiano nella medesima città di Lucca il castello e fortezza della Giusta, che è inespugnabile. Dopo, essendo Giotto ritornato in Firenze, Ruberto re di Napoli scrisse a Carlo duca di Calavria suo primogenito, il quale si trovava in Firenze, che per ogni modo gli mandasse Giotto a Napoli, perciò che avendo finito di fabricare S. Chiara monasterio di donne e chiesa reale, voleva che da lui fusse di nobile pittura adornata. Giotto adunque sentendosi da un re tanto lodato e famoso chiamare, andò più che volentieri a servirlo, e giunto, dipinse in alcune capelle del detto monasterio molte storie del Vecchio Testamento e Nuovo. E le storie de l’Apocalisse che fece in una di dette capelle, furono, per quanto si dice, invenzione di Dante, come per avventura furono anco quelle tanto lodate d’Ascesi, delle quali si è di sopra a bastanza favellato; e sebbene Dante in questo tempo era morto, potevano averne avuto, come spesso avviene fra gli amici, ragionamento. Ma per tornare a Napoli, fece Giotto nel Castello dell’Uovo molte opere, e particolarmente la capella che molto piacque a quel re, dal quale fu tanto amato, che Giotto molte volte lavorando si trovò essere trattenuto da esso re, che si pigliava a piacere di vederlo lavorare e d’udire i suoi ragionamenti; e Giotto, che aveva sempre qualche motto alle mani e qualche risposta arguta in pronto, lo tratteneva con la mano dipignendo, e con ragionamenti piacevoli motteggiando. Onde dicendogli un giorno il re, che voleva farlo il primo uomo di Napoli, rispose Giotto: "E perciò sono io alloggiato a Porta Reale: per esser il primo di Napoli". Un’altra volta dicendogli il re: "Giotto, se io fussi in te, ora che fa caldo, tralascerei un poco il dipignere", rispose: "Et io certo, s’io fussi voi". Essendo dunque al re molto grato, gli fece, in una sala che il re Alfonso Primo rovinò per fare il castello, e così nell’Incoronata, buon numero di pitture, e fra l’altre della detta sala vi erano i ritratti di molti uomini famosi, e fra essi quello di esso Giotto; al quale avendo un giorno per capriccio chiesto il re, che gli dipignesse il suo reame, Giotto, secondo che si dice, gli dipinse un asino imbastato che teneva ai piedi un altro basto nuovo, e fiutandolo facea sembiante di desiderarlo, et in su l’uno e l’altro basto nuovo era la corona reale e lo scettro della podestà: onde dimandato Giotto dal re, quello che cotale pittura significasse, rispose, tale i sudditi suoi essere e tale il regno, nel quale ogni giorno nuovo Signore si desidera. Partito Giotto da Napoli per andare a Roma, si fermò a Gaeta, dove gli fu forza nella Nunziata far di pittura alcune storie del Testamento Nuovo, oggi guaste dal tempo, ma non però in modo che non vi si veggia benissimo il ritratto d’esso Giotto appresso a un Crucifisso grande molto bello. Finita quest’opera, non potendo ciò negare al signor Malatesta, prima si trattenne per servigio di lui alcuni giorni in Roma, e di poi se n’andò a Rimini, della qual città era il detto Malatesta signore, e lì nella chiesa di S. Francesco fece moltissime pitture, le quali poi da Gismondo figliuolo di Pandolfo Malatesti, che rifece tutta la detta chiesa di nuovo, furono gettate per terra e rovinate. Fece ancora nel chiostro di detto luogo all’incontro della facciata della chiesa in fresco l’istoria della beata Michelina, che fu una delle più belle ed eccellenti cose che Giotto facesse già mai, per le molte e belle considerazioni che egli ebbe nel lavorarla; perché oltr’alla bellezza de’ panni e la grazia e vivezza delle teste che sono miracolose, vi è, quanto può donna esser bella, una giovane, la qual per liberarsi dalla calunnia dell’adulterio, giura sopra un libro in atto stupendissimo, tenendo fissi gl’occhi suoi in quelli del marito, che giurare la facea per diffidenza d’un figliuolo nero partorito da lei, il quale in nessun modo poteva acconciarsi a credere che fusse suo. Costei, sì come il marito mostra lo sdegno e la diffidenza nel viso, fa conoscere con la pietà della fronte e degli occhi a coloro che intentissimamente la contemplano, la innocenza e semplicità sua, et il torto che se le fa, facendola giurare, e publicandola a torto per meretrice. Medesimamente grandissimo affetto fu quello ch’egli espresse in un infermo di certe piaghe: perché tutte le femmine che gli sono intorno, offese dal puzzo, fanno certi storcimenti schifi i più graziati del mondo. Li scorti poi, che in un altro quadro si veggiono fra una quantità di poveri rattratti, sono molto lodevoli e deono essere, appresso gl’artefici, in pregio, perché da essi si è avuto il primo principio e modo di farli; senzaché non si può dire che siano, come primi, se non ragionevoli. Ma sopra tutte l’altre cose che sono in questa opera, è maravigliosissimo l’atto che fa la sopra detta beata verso certi usurai che le sborsano i danari dalla vendita delle sue possessioni per dargli a’ poveri; perché in lei si dimostra il dispregio de’ danari e dell’altre cose terrene, le quali pare che le putino; et in quelli il ritratto stesso dell’avarizia e ingordigia umana. Parimente la figura d’uno che annoverandole i danari, pare che accenni al notaio che scriva, è molto bella; considerato, che sebbene ha gli occhi al notaio, tenendo nondimeno le mani sopra i danari, fa conoscere l’affezione, l’avarizia sua e la diffidenza. Similmente le tre figure che in aria sostengono l’abito di S. Francesco, figurate per l’Ubbidienza, Pacienza e Povertà sono degne d’infinita lode, per essere massimamente nella maniera de’ panni un naturale andar di pieghe, che fa conoscere che Giotto nacque per dar luce alla pittura. Ritrasse oltre ciò tanto naturale il signor Malatesta in una nave di questa opera, che pare vivissimo: et alcuni marinari et altre genti nella prontezza, nell’affetto e nell’attitudini, e particolarmente una figura, che parlando con alcuni, e mettendosi una mano al viso, sputa in mare, fa conoscere l’eccellenza di Giotto. E certamente fra tutte le cose di pittura fatte da questo maestro, questa si può dire che sia una delle migliori; perché non è figura in sì gran numero, che non abbia in sé grandissimo artifizio e che non sia posta con capricciosa attitudine. E però non è maraviglia, se non mancò il signor Malatesta di premiarlo magnificamente e lodarlo. Finiti i lavori di quel Signore, fece, pregato da un priore fiorentino che allora era in S. Cataldo d’Arimini, fuor della porta della chiesa, un S. Tommaso d’Aquino che legge a’ suoi frati. Di quivi partito, tornò a Ravenna, et in S. Giovanni Evangelista fece una capella a fresco lodata molto. Essendo poi tornato a Firenze con grandissimo onor e con buone facultà, fece in S. Marco a tempera un Crucifisso in legno maggiore che il naturale e in campo d’oro, il quale fu messo a man destra in chiesa; et un altro simile ne fece in S. Maria Novella, in sul quale Puccio Capanna, suo creato, lavorò in sua compagnia: e quest’è ancor oggi sopra la porta maggiore nell’entrare in chiesa a man destra sopra la sepoltura de’ Gaddi. E nella medesima chiesa fece sopra il tramezzo un S. Lodovico e Paulo di Lotto Ardinghelli, et a’ piedi il ritratto di lui e della moglie, di naturale. L’anno poi 1327 essendo Guido Tarlati da Pietramala, vescovo e signore d’Arezzo, morto a Massa di Maremma nel tornare da Lucca, dove era stato a visitare l’Imperatore, poi che fu portato in Arezzo il suo corpo, e lì ebbe avuta l’onoranza del mortorio onoratissima, deliberarono Piero Saccone e Dolfo da Pietramala, fratello del vescovo, che gli fosse fatto un sepolcro di marmo degno della grandezza di tanto uomo, stato signore spirituale e temporale, e capo di Parte ghibellina in Toscana. Per che, scritto a Giotto che facesse il disegno d’una sepoltura ricchissima, e quanto più si potesse onorata, e mandatogli le misure, lo pregarono appresso, che mettesse loro per le mani uno scultore il più eccellente, secondo il parer suo, di quanti ne erano in Italia, perché si rimettevano di tutto al giudizio di lui. Giotto, che cortese era, fece il disegno e lo mandò loro; e secondo quello, come al suo luogo si dirà, fu fatta la detta sepoltura. E perché il detto Piero Saccone amava infinitamente la virtù di questo uomo, avendo preso, non molto dopo che ebbe avuto il detto disegno, il Borgo a S. Sepolcro, di là condusse in Arezzo una tavola di man di Giotto di figure piccole, che poi se n’è ita in pezzi; e Baccio Gondi gentiluomo fiorentino, amatore di queste nobili arti e di tutte le virtù, essendo commessario d’Arezzo, ricercò con gran diligenza i pezzi di questa tavola, e trovatone alcuni, gli condusse a Firenze, dove gli tiene in gran venerazione insieme con alcune altre cose che ha di mano del medesimo Giotto; il quale lavorò tante cose che raccontandole non si crederebbe. E non sono molti anni, che trovandomi io all’eremo di Camaldoli, dove ho molte cose lavorato a que’ reverendi padri, vidi in una cella (e vi era stato portato dal molto reverendo don Antonio da Pisa, allora Generale della congregazione di Camaldoli) un Crucifisso piccolo in campo d’oro, e col nome di Giotto di sua mano, molto bello: il quale Crucifisso si tiene oggi, secondo che mi dice il reverendo don Silvano Razzi, monaco camaldolese, nel monasterio degl’Angeli di Firenze, nella cella del maggiore, come cosa rarissima per essere di mano di Giotto, et in compagnia d’un bellissimo quadretto di mano di Raffaello da Urbino. Dipinse Giotto ai frati Umiliati d’Ognissanti di Firenze una cappella e quattro tavole, e fra l’altre in una la Nostra Donna con molti angeli intorno e col Figliuolo in braccio, et un Crucifisso grande in legno; dal quale Puccio Capanna pigliando il disegno, ne lavorò poi molti per tutta Italia, avendo molto in pratica la maniera di Giotto. Nel tramezzo di detta chiesa era, quando questo libro delle Vite de’ pittori, scultori e architetti si stampò la prima volta, una tavolina a tempera stata dipinta da Giotto con infinita diligenza, dentro la quale era la morte di Nostra Donna con gl’Apostoli intorno, e con un Cristo che in braccio l’anima di lei riceveva. Questa opera dagl’artefici pittori era molto lodata, e particolarmente da Michelagnolo Buonarroti, il quale affermava, come si disse altra volta, la proprietà di questa istoria dipinta non potere essere più simile al vero di quello ch’ell’era. Questa tavoletta, dico, essendo venuta in considerazione, da che si diede fuora la prima volta il libro di queste Vite, è stata poi levata via da chi che sia: che forse per amor dell’arte e per pietà, parendogli che fusse poco stimata, si è fatto, come disse il nostro poeta, spietato. E veramente fu in que’ tempi un miracolo, che Giotto avesse tanta vaghezza nel dipignere, considerando massimamente che egli imparò l’arte, in un certo modo, senza maestro. Dopo queste cose mise mano l’anno 1334 a dì 9 di luglio al campanile di S. Maria del Fiore; il fondamento del quale fu, essendo stato cavato venti braccia a dentro, una platea di pietre forti, in quella parte donde si era cavata acqua e ghiaia; sopra la quale platea, fatto poi un buon getto che venne alto dodici braccia dal primo fondamento, fece fare il rimanente, cioè l’altre otto braccia di muro a mano. E a questo principio e fondamento intervenne il vescovo della città, il quale, presente tutto il clero e tutti i magistrati, mise solennemente la prima pietra. Continuandosi poi questa opera col detto modello, che fu di quella maniera tedesca che in quel tempo s’usava, disegnò Giotto tutte le storie che andavano nell’ornamento, e scompartì di colori bianchi, neri e rossi il modello in tutti que’ luoghi dove avevano a andare le pietre e i fregi, con molta diligenza. Fu il circuito da basso in giro largo braccia cento, cioè braccia venticinque per ciascuna faccia, e l’altezza braccia centoquarantaquattro. E se è vero, che tengo per verissimo, quello che lasciò scritto Lorenzo di Cione Ghiberti, fece Giotto non solo il modello di questo campanile, ma di scultura ancora e di rilievo parte di quelle storie di marmo, dove sono i principii di tutte l’arti. E Lorenzo detto afferma aver veduto modelli di rilievo di man di Giotto, e particolarmente quelli di queste opere; la qual cosa si può creder agevolmente, essendo il disegno e l’invenzione il padre e la madre di tutte quest’arti e non d’una sola. Doveva questo campanile, secondo il modello di Giotto, avere per finimento, sopra quello che si vede, una punta ovvero piramide quadra alta braccia cinquanta, ma per essere cosa tedesca e di maniera vecchia, gli architettori moderni non hanno mai se non consigliato che non si faccia, parendo che stia meglio così. Per le quali tutte cose fu Giotto non pure fatto cittadino fiorentino, ma provisionato di cento fiorini d’oro l’anno dal Comune di Firenze, ch’era in que’ tempi gran cosa, e fatto proveditore sopra questa opera; che fu seguitata dopo lui da Taddeo Gaddi, non essendo egli tanto vivuto che la potesse vedere finita. Ora mentre che quest’opera si andava tirando inanzi, fece alle monache di S. Giorgio una tavola, e nella Badia di Firenze in un arco sopra la porta di dentro la chiesa tre mezze figure, oggi coperte di bianco per illuminare la chiesa. E nella sala grande del Podestà di Firenze dipinse il Comune rubato da molti, dove in forma di giudice con lo scettro in mano lo figurò a sedere, e sopra la testa gli pose le bilance pari per le giuste ragioni ministrate da esso, aiutato da quattro virtù, che sono la Fortezza con l’animo, la Prudenza con le leggi, la Giustizia con l’armi e la Temperanza con le parole: pittura bella et invenzione propria e verissimile. Appresso, andato di nuovo a Padoa, oltre a molte altre cose e cappelle ch’egli vi dipinse, fece nel luogo dell’Arena una Gloria mondana, che gl’arrecò molto onore e utile. Lavorò anco in Milano alcune cose che sono sparse per quella città, e che insino a oggi sono tenute bellissime. Finalmente tornato da Milano, non passò molto che, avendo in vita fatto tante e tanto bell’opere, et essendo stato non meno buon cristiano che eccellente pittore, rendé l’anima a Dio l’anno 1336, con molto dispiacere di tutti i suoi cittadini, anzi di tutti coloro che non pure l’avevano conosciuto, ma udito nominare: e fu sepellito, sì come le sue virtù meritavano, onoratamente, essendo stato in vita amato da ognuno, e particolarmente dagli uomini eccellenti in tutte le professioni; perché oltre a Dante, di cui avemo di sopra favellato, fu molto onorato dal Petrarca, egli e l’opere sue: intanto che si legge nel testamento suo ch’egli lascia al signor Francesco da Carrara signor di Padoa, fra l’altre cose da lui tenute in somma venerazione, un quadro di man di Giotto drentovi una Nostra Donna, come cosa rara e stata a lui gratissima. E le parole di quel capitolo del testamento dicono così: "Transeo ad dispositionem aliarum rerum; et praedicto igitur domino meo Paduano, quia et ipse per Dei gratiam non eget, et ego nihil aliud habeo dignum se, mitto tabulam meam sive historiam Beatae Virginis Mariae operis Jocti pictoris egregii, quae mihi ab amico meo Michaele Vannis de Florentia missa est, in cuius pulchritudinem ignorantes non intelligunt, magistri autem artis stupent: hanc iconam ipsi domino lego, ut ipsa Virgo benedicta sibi sit propitia apud filium suum Jesum Christum etc.". Et il medesimo Petrarca, in una sua epistola latina nel quinto libro delle Familiari, dice queste parole: "Atque (ut a veteribus ad nova, ab externis ad nostra transgrediar), duos ego novi pictores egregios, nec formosos, Iottum Florentinum civem, cuius inter modernos fama ingens est, et Simonem Senensem. Novi sculptores aliquot etc.". Fu sotterrato in S. Maria del Fiore dalla banda sinistra entrando in chiesa, dove è un matton di marmo bianco per memoria di tanto uomo. E come si disse nella vita di Cimabue, un comentator di Dante, che fu nel tempo che Giotto viveva, disse: "Fu et è Giotto tra i pittori il più sommo della medesima città di Firenze, e le sue opere il testimoniano a Roma, a Napoli, a Vignone, a Fiorenza, Padoa, e in molte altre parti del mondo". I discepoli suoi furono Taddeo Gaddi, stato tenuto da lui a battesimo, come s’è detto, e Puccio Capanna fiorentino, che in Rimini nella chiesa di S. Cataldo de’ frati Predicatori dipinse perfettamente in fresco un voto d’una nave che pare che affoghi nel mare, con uomini che gettano robbe nell’acqua, de’ quali è uno esso Puccio, ritratto di naturale, fra un buon numero di marinari. Dipinse il medesimo in Ascesi nella chiesa di S. Francesco molte opere dopo la morte di Giotto, et in Fiorenza nella chiesa di S. Trinita, fece allato alla porta del fianco verso il fiume la cappella degli Strozzi, dove è in fresco la coronazione della Madonna con un coro d’Angeli, che tirano assai alla maniera di Giotto; e dalle bande sono storie di S. Lucia molto ben lavorate. Nella Badia di Firenze dipinse la cappella di S. Giovanni Evangelista della famiglia de’ Covoni allato alla sagrestia. Et in Pistoia fece a fresco la cappella maggiore della chiesa di S. Francesco, e la cappella di S. Lodovico, con le storie loro, che sono ragionevoli. Nel mezzo della chiesa di S. Domenico della medesima città è un Crucifisso, una Madonna, et un S. Giovanni con molta dolcezza lavorati, e ai piedi un’ossatura di morto intera, nella quale, che fu cosa inusitata in que’ tempi, mostrò Puccio aver tentato di vedere i fondamenti dell’arte; in questa opera si legge il suo nome fatto da lui stesso in questo modo: PUCCIO DI FIORENZA ME FECE; e di sua mano ancora in detta chiesa sopra la porta di S. Maria Nuova nell’arco, tre mezze figure, la Nostra Donna col Figliuolo in braccio e S. Piero da una banda e dall’altra S. Francesco. Dipinse ancora nella già detta città d’Ascesi, nella chiesa di sotto S. Francesco, alcune storie della Passione di Gesù Cristo in fresco con buona pratica e molto risoluta, e nella cappella della chiesa di S. Maria degl’Angeli, lavorata a fresco, un Cristo in gloria con la Vergine che lo priega pel popolo cristiano, la quale opera, che è assai buona, è tutta affumicata dalle lampane e dalla cera che in gran copia vi si arde continuamente. E di vero, per quello che si può giudicare, avendo Puccio la maniera e tutto il modo di fare di Giotto suo maestro, egli se ne seppe servire assai nell’opere che fece, ancor che, come vogliono alcuni, egli non vivesse molto, essendosi infermato e morto per troppo lavorare in fresco. È di sua mano, per quello che si conosce, nella medesima chiesa la cappella di S. Martino e le storie di quel Santo lavorate in fresco per lo cardinal Gentile. Vedesi ancora a mezza la strada nominata Portica un Cristo alla colonna, ed in un quadro la Nostra Donna e S. Caterina e S. Chiara che la mettono in mezzo. Sono sparte in molti altri luoghi opere di costui, come in Bologna una tavola nel tramezzo della chiesa con la Passione di Cristo e storie di S. Francesco; e insomma altre che si lasciano per brevità. Dirò bene che in Ascesi, dove sono il più dell’opere sue, e dove mi pare che egli aiutasse a Giotto a dipignere, ho trovato che lo tengono per loro cittadino, e che ancora oggi sono in quella città alcuni della famiglia de’ Capanni. Onde facilmente si può credere che nascesse in Firenze, avendolo scritto egli, e che fusse discepolo di Giotto, ma che poi togliesse moglie in Ascesi, che quivi avesse figliuoli, e ora vi siano descendenti. Ma perché ciò sapere a punto non importa più che tanto, basta che egli fu buon maestro. Fu similmente discepolo di Giotto e molto pratico dipintore Ottaviano da Faenza, che in S. Giorgio di Ferrara, luogo de’ monaci di Monte Oliveto, dipinse molte cose; et in Faenza, dove egli visse e morì, dipinse nell’arco sopra la porta di S. Francesco una Nostra Donna, e S. Piero e S. Paulo, e molte altre cose in detta sua patria et in Bologna. Fu anche discepolo di Giotto Pace da Faenza, che stette seco assai e l’aiutò in molte cose; et in Bologna sono di sua mano nella facciata di fuori di S. Giovanni Decollato alcune storie in fresco. Fu questo Pace valente uomo, ma particolarmente in fare figure piccole, come si può insino a oggi veder nella chiesa di S. Francesco di Forlì in un albero di croce e in una tavoletta a tempera, dove è la vita di Cristo e quattro storiette della vita di Nostra Donna, che tutte sono molto ben lavorate. Dicesi che costui lavorò in Ascesi in fresco nella capella di S. Antonio alcune istorie della vita di quel Santo, per un Duca di Spoleti ch’è sotterrato in quel luogo con un suo figliuolo, essendo stati morti in certi sobborghi d’Ascesi combattendo, secondo che si vede in una lunga inscrizione che è nella cassa del detto sepolcro. Nel vecchio libro della Compagnia de’ Dipintori si trova essere stato discepolo del medesimo un Francesco detto di maestro Giotto, del quale non so altro ragionare. Guglielmo da Forlì fu anche egli discepolo di Giotto, et oltre a molte altre opere, fece in S. Domenico di Forlì sua patria la capella dell’altar maggiore. Furono anco discepoli di Giotto, Pietro Laurati, Simon Memmi sanesi, Stefano fiorentino, e Pietro Cavallini romano. Ma perché di tutti questi si ragiona nella vita di ciascun di loro, basti in questo luogo aver detto che furono discepoli di Giotto: il quale disegnò molto bene nel suo tempo, e di quella maniera, come ne fanno fede molte carte pecore disegnate di sua mano di acquerello e profilate di penna, e di chiaro e scuro, e lumeggiate di bianco, le quali sono nel nostro libro de’ disegni, e sono, a petto a quelli de’ maestri stati innanzi a lui, veramente una maraviglia. Fu, come si è detto, Giotto ingegnoso e piacevole molto e ne’ motti argutissimo, de’ quali n’è anco viva memoria in questa città; perché oltre a quello che ne scrisse messer Giovanni Boccaccio, Franco Sacchetti nelle sue trecento Novelle ne racconta molti e bellissimi, de’ quali non mi parrà fatica scriverne alcuni con le proprie parole appunto di esso Franco, acciò con la narrazione della novella si vegghino anco alcuni modi di favellare e locuzioni di que’ tempi. Dice dunque in una, per mettere la rubrìca: A Giotto gran dipintore è dato un palvese a dipignere da un uomo di picciol affare. Egli facendosene scherne, lo dipigne per forma che colui rimane confuso.

NOVELLA "Ciascuno può avere già udito chi fu Giotto, e quando fu gran dipintore sopra ogn’altro. Sentendo la fama sua un grossolano, et avendo bisogno, forse per andare in castellaneria, di far dipignere un suo palvese, subito n’andò alla bottega di Giotto avendo chi gli portava il palvese drieto; e giunto dove trovò Giotto, disse: "Dio ti salvi, maestro: io vorrei che mi dipignessi l’arme mia in questo palvese". Giotto considerando e l’uomo e ’l modo, non disse altro se non: "Quando il vuo’ tu?" e quel glielo disse. Disse Giotto: "Lascia far me". E partissi. E Giotto essendo rimaso, pensa fra se medesimo: "Che vuol dir questo? sarebbemi stato mandato costui per ischerne? sia che vuole; mai non mi fu recato palvese a dipignere. E costui che ’l reca è un omiciatto semplice, e dice ch’io gli facci l’arme sua, come se fosse de’ Reali di Francia. Per certo io gli debbo fare una nuova arme". E così pensando fra se medesimo, si recò inanzi il detto palvese, e disegnato quello gli parea, disse a un suo discepolo desse fine alla dipintura; e così fece. La quale dipintura fu una cervelliera, una gorgiera, un paio di bracciali, un paio di guanti di ferro, un paio di corazze, un paio di cosciali e gamberuoli, una spada, un coltello, et una lancia. Giunto il valente uomo, che non sapea chi si fusse, fassi innanzi e dice: "Maestro, è dipinto quel palvese?". Disse Giotto: "Sì bene: va, recalo giù". Venuto il palvese, e quel gentiluomo per procuratore il comincia a guardare, e dice a Giotto: "Oh che imbratto è questo che tu m’hai dipinto?". Disse Giotto: "E’ ti parrà ben imbratto al pagare". Disse quegli: "Io non ne pagherei quattro danari". Disse Giotto: "E che mi dicestù ch’io dipignessi?". E quel rispose: "L’arme mia". Disse Giotto: "Non è ella qui? mancacene niuna?". Disse costui: "Ben istà". Disse Giotto: "Anzi sta male, che Dio ti dia, e déi essere una gran bestia, che chi ti dicesse, ’chi se’ tu’, appena lo sapresti dire; e giugni qui, e di’: ’dipignimi l’arme mia’. Se tu fussi stato de’ Bardi, sarebbe basto. Che arme porti tu? di qua’ se’ tu? chi furono gl’antichi tuoi? Deh, che non ti vergogni? Comincia prima a venire al mondo, che tu ragioni d’arma, come stu fussi Dusnan di Baviera. Io t’ho fatta tutta armadura sul tuo palvese: se ce n’è più alcuna, dillo, et io la farò dipignere". Disse quello: "Tu mi di’ villania, e m’hai guasto un palvese". E partesi, e vassene alla Grascia, e fa richieder Giotto. Giotto compare, e fa richieder lui, adomandando fiorini dua della dipintura: e quello domandava a lui. Udite le ragioni, gli ufficiali, ché molto meglio le dicea Giotto, giudicarono che colui si togliesse il palvese suo così dipinto, e desse lire sei a Giotto, però che gl’aveva ragione. Onde convenne togliesse il palvese e pagasse, e fu prosciolto. Così costui, non misurandosi, fu misurato."

Dicesi che stando Giotto ancor giovinetto con Cimabue, dipinse una volta, in sul naso d’una figura che esso Cimabue avea fatta, una mosca tanto naturale, che tornando il maestro per seguitare il lavoro, si rimise più d’una volta a cacciarla con mano, pensando che fusse vera, prima che s’accorgesse dell’errore. Potrei molte altre burle fatte da Giotto e molte argute risposte raccontare, ma voglio che queste, le quali sono di cose pertinenti all’arte, mi basti avere detto in questo luogo, rimettendo il resto al detto Franco et altri. Finalmente, perché restò memoria di Giotto non pure nell’opere che uscirono delle sue mani, ma in quelle ancora che uscirono di mano degli scrittori di que’ tempi, essendo egli stato quello che ritrovò il vero modo di dipignere, stato perduto inanzi a lui molti anni, onde per publico decreto, e per opera et affezzione particolare del Magnifico Lorenzo vecchio de’ Medici, ammirate le virtù di tanto uomo, fu posta in S. Maria del Fiore l’effigie sua scolpita di marmo da Benedetto da Maiano scultore eccellente, con gl’infrascritti versi fatti dal divino uomo messer Angelo Poliziano, acciò che quelli che venissero eccellenti in qualsivoglia professione, potessero sperare d’avere a conseguire da altri di queste memorie, che meritò e conseguì Giotto dalla bontà sua largamente:

Ille ego sum, per quem pictura extinta revixit, cui quam recta manus, tam fuit et facilis. Naturae deerat nostrae quod defuit arti: plus licuit nulli pingere, nec melius. Miraris turrim egregiam sacro aere sonantem? Haee quoque de modulo crevit ad astra meo. Denique sum Jottus, quid opus fuit illa referre? Hoc nomen longi carminis instar erit.

E perché possino coloro che verranno vedere dei disegni di man propria di Giotto, e da quelli conoscere maggiormente l’eccellenza di tanto uomo, nel nostro già detto libro ne sono alcuni maravigliosi, stati da me ritrovati con non minore diligenza che fatica e spesa.

FINE DELLA VITA DI GIOTTO