Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco Primaticcio bolognese abate di San Martino

Francesco Primaticcio bolognese abate di San Martino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Michelagnolo Buonarruoti Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Tiziano da Cador IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Michelagnolo Buonarruoti Tiziano da Cador

DESCRIZIONE DELL’OPERE DI FRANCESCO PRIMATICCIO BOLOGNESE ABATE DI S. MARTINO PITTORE ET ARCHITETTO

Avendo in fin qui trattato de’ nostri artefici, che non sono più vivi fra noi, cioè di quelli che sono stati dal milledugento insino a questo anno 1567 e posto nell’ultimo luogo Michelagnolo Buonarruoti per molti rispetti, se bene due o tre sono mancati dopo lui, ho pensato che non possa essere se non opera lodevole far parimente menzione in questa nostra opera di molti nobili artefici che sono vivi, e per i loro meriti degnissimi di molta lode, e di essere in fra questi ultimi annoverati. Il che fo tanto più volentieri quanto tutti mi sono amicissimi e fratelli, e già i tre principali tant’oltre con gl’anni, che essendo all’ultima vecchiezza pervenuti, si può poco altro da loro sperare, come che si vadano, per una certa usanza, in alcuna cosa ancora adoperando. Appresso ai quali farò anco brevemente menzione di coloro che sotto la loro disciplina sono tali divenuti, che hanno oggi fra gl’artefici i primi luoghi, e d’altri che similmente caminano alla perfezzione delle nostre arti. Cominciandomi dunque da Francesco Primaticcio, per dir poi di Tiziano Vecello et Iacopo Sansovini, dico che detto Francesco, essendo nato in Bologna della nobile famiglia de’ Primaticci, molto celebrata da fra’ Leandro Alberti e dal Pontano, fu indirizzato nella prima fanciullezza alla mercatura, ma piacendogli poco quell’esercizio, indi a non molto, come di animo e spirito elevato, si diede ad esercitare il disegno, al quale si vedeva essere da natura inclinato. E così attendendo a disegnare, e talora a dipignere, non passò molto, che diede saggio d’avere a riuscire eccellente. Andando poi a Mantoa, dove allora lavorava Giulio Romano il palazzo del T al duca Federigo, ebbe tanto mezzo, ch’e’ fu messo in compagnia di molti altri giovani che stavano con Giulio a lavorare in quell’opera. Dove, attendendo lo spazio di sei anni con molta fatica e diligenza agli studii dell’arte, imparò a benissimo maneggiare i colori e lavorare di stucco; onde fra tutti gl’altri giovani, che nell’opera detta di quel palazzo s’affaticarono, fu tenuto Francesco de’ migliori e quelli che meglio disegnasse e colorisse di tutti, come si può vedere in un camerone grande, nel quale fece intorno due fregiature di stucco una sopra l’altra, con una grande abondanza di figure, che rappresentano la milizia antica de’ Romani. Parimente nel medesimo palazzo condusse molte cose che vi si veggiono di pittura, con i disegni di Giulio sopra detto, per le quali cose venne il Primaticcio in tanta grazia di quel Duca, che avendo il re Francesco di Francia inteso con quanti ornamenti avesse fatto condurre l’opera di quel palazzo, e scrittogli che per ogni modo gli mandasse un giovane il quale sapesse lavorare di pitture e di stucco, gli mandò esso Francesco Primaticcio l’anno 1531. Et ancor che fusse andato l’anno innanzi al servigio del medesimo Re il Rosso pittore fiorentino, come si è detto, e vi avesse lavorato molte cose e particolarmente quadri del Bacco e Venere, di Psiche e Cupido, nondimeno i primi stucchi che si facessero in Francia et i primi lavori a fresco di qualche conto ebbero, si dice, principio dal Primaticcio, che lavorò di questa maniera molte camere, sale e logge al detto re; al quale piacendo la maniera et il procedere in tutte le cose di questo pittore, lo mandò l’anno 1540 a Roma a procacciare d’avere alcuni marmi antichi, nel che lo servì con tanta diligenza il Primaticcio, che fra teste, torsi e figure ne comperò in poco tempo centoventicinque pezzi. Et in quel medesimo tempo fece formare da Iacopo Barozzi da Vignuola et altri il cavallo di bronzo che è in Campidoglio; una gran parte delle storie della colonna; la statua del Commodo, la Venere, il Laoconte, il Tevere, il Nilo e la statua di Cleopatra, che sono in Belvedere, per gettarle tutte di bronzo. Intanto essendo in Francia morto il Rosso, e per ciò rimasa imperfetta una lunga galleria, stata cominciata con suoi disegni et in gran parte ornata di stucchi e di pitture, fu richiamato da Roma il Primaticcio; per che imbarcatosi con i detti marmi e cavi di figure antiche, se ne tornò in Francia, dove innanzi ad ogni altra cosa gettò, secondo che erano in detti cavi e forme, una gran parte di quelle figure antiche; le quali vennono tanto bene, che paiano le stesse antiche, come si può vedere là dove furono poste nel giardino della Reina a Fontanableò, con grandissima sodisfazione di quel Re, che fece in detto luogo quasi una nuova Roma. Ma non tacerò che ebbe il Primaticcio, in far le dette statue, maestri tanto eccellenti nelle cose del getto, che quell’opere vennero, non pure sottili, ma con una pelle così gentile, che non bisognò quasi rinettarle. Ciò fatto, fu commesso al Primaticcio che desse fine alla galleria che il Rosso aveva lasciata imperfetta, onde messovi mano, la diede in poco tempo finita con tanti stucchi e pitture, quante in altro luogo siano state fatte già mai; per che trovandosi il Re ben servito nello spazio di otto anni, che aveva per lui lavorato costui, lo fece mettere nel numero de’ suoi camerieri e poco appresso, che fu l’anno 1544, lo fece, parendogli che Francesco il meritasse, abate di San Martino. Ma con tutto ciò non ha mai restato Francesco di fare lavorare molte cose di stucco e di pitture in servigio del suo Re e degl’altri, che dopo Francesco Primo hanno governato quel regno. E fra gl’altri che in ciò l’hanno aiutato, l’ha servito, oltre molti de’ suoi bolognesi, Giovambatista figliuolo di Bartolomeo Bagnacavallo, il quale non è stato manco valente del padre in molti lavori e storie, che ha messo in opera del Primaticcio. Parimente l’ha servito assai tempo un Ruggieri da Bologna, che ancora sta con esso lui; similmente Prospero Fontana, pittore bolognese, fu chiamato in Francia non ha molto dal Primaticcio, che disegnava servirsene; ma essendovi subito che fu giunto amalato con pericolo della vita, se ne tornò a Bologna. E per vero dire questi due, cioè il Bagnacavallo et il Fontana, sono valent’uomini, et io che dell’uno e dell’altro mi sono assai servito - cioè del primo a Roma e del secondo a Rimini et a Fiorenza - lo posso con verità affermare. Ma fra tutti coloro che hanno aiutato l’abate Primaticcio, niuno gli ha fatto più onore di Niccolò da Modena, di cui si è altra volta ragionato, perciò che costui con l’eccellenza della sua virtù ha tutti gl’altri superato, avendo condotto di sua mano, con i disegni dell’abate, una sala, detta del ballo, con tanto gran numero di figure, che appena pare che si possano numerare, e tutte grandi quanto il vivo e colorite d’una maniera chiara, che paiano con l’unione de’ colori a fresco, lavorate a olio. Dopo quest’opera ha dipinto nella gran galleria, pur con i disegni dell’abate, sessanta storie della vita e fatti d’Ulisse, ma di colorito molto più scuro che non son quelle della sala del ballo. E ciò è avvenuto però che non ha usato altro colore, che le terre in quel modo schiette ch’elle sono prodotte dalla natura, senza mescolarvi si può dire bianco, ma cacciate ne’ fondi tanto terribilmente di scuro, che hanno una forza e rilievo grandissimo. Et oltre ciò l’ha condotte con una sì fatta unione per tutto, che paiono quasi fatte tutte in un medesimo giorno, onde merita lode straordinaria e massimamente avendole condotte a fresco senza averle mai ritocche a secco, come oggi molti costumano di fare. La volta similmente di questa galleria è tutta lavorata di stucchi e di pitture, fatte con molta diligenza dai sopra detti et altri pittori giovani, ma però con i disegni dell’abate, sì come è anco la sala vecchia et una bassa galleria, che è sopra lo stagno, la quale è bellissima e meglio e di più bell’opere ornata, che tutto il rimanente di quel luogo, del qual troppo lunga cosa sarebbe voler pienamente ragionare. A Medone ha fatto il medesimo abate Primaticcio infiniti ornamenti al cardinale di Lorena in un suo grandissimo palazzo chiamato la Grotta, ma tanto straordinario di grandezza, che a somiglianti degl’antichi, così fatti edificii potrebbe chiamarsi le terme, per la infinità e grandezza delle logge, scale e camere publiche e private che vi sono. E per tacere l’altre particolarità, è bellissima una stanza chiamata il padiglione, per essere tutta adorna con partimenti di cornici, che hanno la veduta di sotto in su, piena di molte figure, che scortano nel medesimo modo e sono bellissime. Di sotto è poi una stanza grande con alcune fontane lavorate di stucchi e piene di figure tutte tonde e di spartimenti di conchiglie e altre cose marittime e naturali, che sono cosa maravigliosa e bella oltremodo, e la volta è similmente tutta lavorata di stucchi ottimamente per man di Domenico del Barbieri pittore fiorentino, che è non pure eccellente in questa sorte di rilievi, ma ancora nel disegno, onde in alcune cose che ha colorite ha dato saggio di rarissimo ingegno. Nel medesimo luogo ha lavorato ancora molte figure di stucco pur tonde uno scultore similmente de’ nostri paesi, chiamato Ponzio, che si è portato benissimo. Ma perché infinite e varie sono l’opere che in questi luoghi sono state fatte in servigio di que’ signori, vo toccando solamente le cose principali dell’abate, per mostrare quanto è raro nella pittura, nel disegno e nelle cose d’architettura, e nel vero non mi parrebbe fatica allargarmi intorno alle cose particolari, se io n’avessi vera e distinta notizia, come ho delle cose di qua. Ma quanto al disegno il Primaticcio è stato et è eccellentissimo, come si può vedere in una carta di sua mano dipinta delle cose del cielo, la quale è nel nostro libro e fu da lui stesso mandata a me, che la tengo, per amor suo e perché è di tutta perfezzione, carissima. Morto il re Francesco, restò l’abate nel medesimo luogo e grado appresso al re Enrico, e lo servì mentre che visse, e dopo fu dal re Francesco Secondo fatto commessario generale sopra le fabriche di tutto il regno; nel quale uffizio, che è onoratissimo e di molta riputazione, si esercitò già il padre del cardinale della Bordagiera e monsignor di Villaroy. Morto Francesco II, continuando nel medesimo uffizio serve il presente Re, di ordine del quale e della Reina madre ha dato principio il Primaticcio alla sepoltura del detto re Enrico, facendo nel mezzo d’una cappella a sei facce la sepoltura di esso Re et in quattro facce la sepoltura di quattro figliuoli. In una dell’altre due facce della cappella è l’altare e nell’altra la porta. E perché vanno in queste opere moltissime statue di marmo e bronzi e storie assai di basso rilievo, ella riuscirà opera degna di tanto e sì gran Re, e dell’eccellenza et ingegno di sì raro artefice, come è questo abate di S. Martino, il quale è stato ne’ suoi migliori anni in tutte le cose che appartengono alle nostre arti eccellentissimo et universale, poiché si è adoperato in servigio de’ suoi signori non solo nelle fabriche, pitture e stucchi, ma ancora in molti apparati di feste e mascherate con bellissime e capricciose invenzioni; è stato liberalissimo e molto amorevole verso gl’amici e parenti, e parimente verso gl’artefici che l’hanno servito. In Bologna ha fatto molti benefizii ai parenti suoi e comperato loro casamenti onorati, e quelli fatti comodi e molto ornati, sì come è quella dove abita oggi Messer Antonio Anselmi, che ha per donna una delle nipoti di esso abate Primaticcio, il quale ha anco maritata un’altra sua nipote, sorella di questa, con buona dote et onoratamente. È vivuto sempre il Primaticcio non da pittore et artefice, ma da signore, e come ho detto è stato molto amorevole ai nostri artefici. Quando mandò a chiamare, come s’è detto, Prospero Fontana, gli mandò, perché potesse condursi in Francia, una buona somma di danari, la quale, essendosi infermato, non poté Prospero con sue opere e lavori scontare né rendere, per che passando io l’anno 1563 per Bologna, gli raccomandai, per questo conto, Prospero, e fu tanta la cortesia del Primaticcio, che avanti io partissi di Bologna vidi uno scritto dell’abate, nel quale donava liberamente a Prospero tutta quella somma di danari, che per ciò avesse in mano; per le quali cose è tanta la benevolenza ch’egli si ha acquistata appresso gl’artefici, che lo chiamano et onorano come padre. E per dire ancora alcun’altra cosa di esso Prospero, non tacerò che fu già con sua molte lode adoperato in Roma da papa Giulio Terzo in palazzo, alla vigna Giulia et al palazzo di Campo Marzio, che allora era del signor Balduino Monti et oggi è del signor Ernando cardinale de’ Medici e figliuolo del duca Cosimo. In Bologna ha fatto il medesimo molte opere a olio et a fresco, e particolarmente nella Madonna del Baracane, in una tavola a olio, una Santa Caterina, che alla presenza del tiranno disputa con filosofi e dottori, che è tenuta molto bell’opera; et ha dipinto il medesimo nel palazzo, dove sta il governatore, nella cappella principale molte pitture a fresco. È anco molto amico del Primaticcio Lorenzo Sabatini pittore eccellente, e se non fusse stato carico di moglie e molti figliuoli, l’arebbe l’abate condotto in Francia, conoscendo che ha bonissima maniera e gran pratica in tutte le cose, come si vede in molte opere che ha fatto in Bologna; e l’anno 1566 se ne servì il Vasari nell’apparato che si fece in Fiorenza per le dette nozze del principe e della serenissima reina Giovanna d’Austria, facendogli fare nel ricetto, che è fra la sala dei dugento e la grande, sei figure a fresco, che sono molto belle e degne veramente di essere lodate. Ma perché questo valente pittore va tuttavia acquistando, non dirò di lui altro, se non che se ne spera, attendendo come fa agli studii dell’arte, onoratissima riuscita. Ora con l’occasione dell’abate e degl’altri bolognesi, de’ quali si è in fin qui fatto menzione, dirò alcuna cosa di Pellegrino bolognese, pittore di somma aspettazione e di bellissimo ingegno. Costui dopo avere ne’ suoi primi anni atteso a disegnare l’opere del Vasari, che sono a Bologna nel refettorio di San Michele in Bosco, e quelle d’altri pittori di buon nome, andò a Roma l’anno 1547, dove attese insino all’anno 1550 a disegnare le cose più notabili, lavorando in quel mentre e poi in Castel Sant’Agnolo alcune cose d’intorno all’opere che fece Perino del Vaga. Nella chiesa di San Luigi de’ Franzesi fece nella cappella di San Dionigi in mezzo d’una volta una storia a fresco d’una battaglia, nella quale si portò di maniera, che ancor che Iacopo del Conte pittore fiorentino e Girolamo Siciolante da Sermoneta avessero nella medesima cappella molte cose lavorato, non fu loro Pellegrino punto inferiore, anzi pare a molti che si portasse meglio di loro nella fierezza, grazia, colorito e disegno di quelle sue pitture, le quali poi furono cagione che monsignor Poggio si servisse assai di Pellegrino; perciò che avendo in sul monte Esquilino, dove aveva una sua vigna, fabricato un palazzo fuor della porta del Popolo, volle che Pellegrino gli facesse alcune figure nella facciata, e che poi gli dipignesse dentro una loggia, che è volta verso il Tevere, la quale condusse con tanta diligenza, che è tenuta opera molto bella e graziosa. In casa di Francesco Formento, fra la strada del Pellegrino e Parione, fece in un cortile una facciata e due altre figure, e con ordine de’ ministri di papa Giulio Terzo lavorò in Belvedere un’arme grande con due figure, e fuora della porta del Popolo alla chiesa di Santo Andrea, la quale avea fatto edificare quel Pontefice, fece un San Piero et un Santo Andrea, che furono due molto lodate figure; il disegno del quale San Piero è nel nostro libro con altre carte disegnate dal medesimo con molta diligenza. Essendo poi mandato a Bologna da monsignor Poggio, gli dipinse a fresco in un suo palazzo molte storie, fra le quali n’è una bellissima, nella quale si vede, e per molti ignudi e vestiti, e per i leggiadri componimenti delle storie, che superò se stesso, di maniera che non ha anco fatto ma’ poi altra opera di questa migliore. In San Iacopo della medesima città cominciò a dipignere pure al cardinale Poggio una cappella, che poi fu finita dal già detto Prospero Fontana. Essendo poi condotto Pellegrino dal cardinale d’Augusta alla Madonna di Loreto, gli fece di stucchi e di pitture una bellissima cappella: nella volta in un ricco partimento di stucchi è la Natività e presentazione di Cristo al tempio nelle braccia di Simeone, e nel mezzo è massimamente il Salvatore trasfigurato in sul monte Tabor, e con esso Moisè, Elia et i discepoli; e nella tavola che è sopra l’altare, dipinse San Giovanni Batista che battezza Cristo, et in questa ritrasse ginocchioni il detto Cardinale. Nelle facciate dagli lati dipinse in una S. Giovanni che predica alle turbe e nell’altra la decollazione del medesimo, e nel Paradiso sotto la chiesa dipinse storie del giudicio et alcune figure di chiaro scuro, dove oggi confessano i Teatini. Essendo non molto dopo condotto da Giorgio Morato in Ancona, gli fece per la chiesa di Santo Agostino, in una gran tavola a olio, Cristo battezzato da S. Giovanni, e da un lato S. Paulo con altri Santi, e nella predella buon numero di figure piccole, che sono molto graziose. Al medesimo fece nella chiesa di S. Ciriaco sul monte un bellissimo adornamento di stucco alla tavola dell’altar maggiore e dentro un Cristo tutto tondo di rilievo di braccia cinque, che fu molto lodato; parimente ha fatto nella medesima città un ornamento di stucco grandissimo e bellissimo all’altare maggiore di S. Domenico, et arebbe anco fatto la tavola, ma perché venne in diferenza col padrone di quell’opera, ella fu data a fare a Tiziano Vecello, come si dirà a suo luogo. Ultimamente avendo preso a fare Pellegrino nella medesima città d’Ancona la loggia de’ mercanti, che è volta da una parte sopra la marina e dall’altra verso la principale strada della città, ha adornato la volta, che è fabbrica nuova, con molte figure grandi di stucco e pitture. Nella quale opera perché ha posto Pellegrino ogni sua maggior fatica e studio, ell’è riuscita in vero molto bella e graziosa, perciò che oltre che sono tutte le figure belle e ben fatte, vi sono alcuni scorti d’ignudi bellissimi, nei quali si vede che ha imitato l’opere del Buonarruoto, che sono nella cappella di Roma, con molta diligenza. E perché non sono in quelle parti architetti, né ingegni di conto e che più sappiano di lui, ha preso Pellegrino assunto di attendere all’architettura et alla fortificazione de’ luoghi di quella provincia; e come quelli che ha conosciuto la pittura più dificile e forse manco utile che l’architettura, lasciato alquanto da un lato il dipignere, ha condotto per la fortificazione d’Ancona molte cose, e per molti altri luoghi dello stato della Chiesa, e massimamente a Ravenna. Finalmente ha dato principio in Pavia per lo cardinale Bonromeo a un palazzo per la Sapienza, et oggi, perché non ha però del tutto abandonata la pittura, lavora in Ferrara nel refettorio di San Giorgio ai monaci di Monte Oliveto una storia a fresco che sarà molto bella, della quale mi ha esso Pellegrino mostrato non ha molto il disegno, che è bellissimo. Ma perché è giovane di trentacinque anni, e va tuttavia maggiormente acquistando e caminando alla perfezzione, questo di lui basti per ora. Parimente sarò brieve in ragionare d’Orazio Fumaccini, pittore similmente bolognese, il quale ha fatto, come s’è detto, in Roma sopra una delle porte della sala de’ re una storia, che è bonissima, et in Bologna molte lodate pitture; perché anch’esso è giovane e si porta in guisa, che non sarà inferiore ai suoi maggiori, de’ quali avemo in queste nostre vite fatto menzione. I Romagnuoli anch’essi, mossi dall’esempio de’ Bolognesi loro vicini, hanno nelle nostre arti molte cose nobilmente operato, perciò che, oltre a Iacopone da Faenza, il quale, come s’è detto, dipinse in Ravenna a la tribuna di San Vitale, vi sono stati e sono molti altri dopo lui che sono eccellenti. Maestro Luca de’ Longhi ravignano, uomo di natura buono, quieto e studioso, ha fatto nella sua patria Ravenna e per di fuori molte tavole a olio e ritratti di naturale bellissimi, e fra l’altre sono assai leggiadre due tavolette che gli fece fare non ha molto nella chiesa de’ monaci Classi il reverendo don Antonio da Pisa, allora abate di quel monasterio, per non dir nulla d’un infinito numero d’altre opere che ha fatto questo pittore. E per vero dire se maestro Luca fusse uscito di Ravenna, dove si è stato sempre e sta con la sua famiglia, essendo assiduo e molto diligente e di bel giudizio, sarebbe riuscito rarissimo, perché ha fatto e fa le sue cose con pacienza e studio, et io ne posso far fede, che so quanto gli acquistasse quando dimorai due mesi in Ravenna, in praticando e ragionando delle cose dell’arte; né tacerò che una sua figliuola ancora piccola fanciulletta chiamata Barbera disegna molto bene, et ha cominciato a colorire alcuna cosa con assai buona grazia e maniera. Fu concorrente un tempo di Luca, Livio Agresti da Furlì, il quale, fatto che ebbe per l’abate de’ Grassi nella chiesa dello Spirito Santo alcune storie a fresco et alcun’altre opere, si partì di Ravenna et andossene a Roma, dove attendendo con molto studio al disegno, si fece buon pratico, come si può veder in alcune facciate et altri lavori a fresco, che fece in quel tempo; e le sue prime opere, che sono in Narni, hanno assai del buono. Nella chiesa di Santo Spirito di Roma ha dipinto a fresco in una cappella istorie e figure assai, che sono condotte con molto studio e fatica: onde sono da ognuno meritamente lodate. La quale opera fu cagione, come s’è detto, che gli fusse allogata una delle storie minori, che sono sopra le porte, nella sala de’ re nel palazzo di Vaticano, nella quale si portò in modo bene, ch’ella può stare a paragone dell’altre. Ha fatto il medesimo per lo cardinale d’Augusta sette pezzi di storie dipinte sopra tela d’argento, che sono stati tenuti bellissimi in Ispagna, dove sono stati dal detto Cardinale mandati a donare al re Filippo per paramento d’una stanza. Un’altra tela d’argento simile ha dipinto nella medesima maniera, la quale si vede oggi nella chiesa de’ Chietini in Furlì; finalmente essendosi fatto buono e fiero disegnatore, pratico coloritore, copioso ne’ componimenti delle storie e di maniera universale, è stato condotto con buona provisione dal sopra detto Cardinale in Augusta, dove va facendo continuamente opere degne di molta lode. Ma è rarissimo in alcune cose, fra gl’altri di Romagna, Marco da Faenza (che così, e non altrimenti è chiamato) per ciò che è pratico oltre modo nelle cose a fresco, fiero, risoluto e terribile, e massimamente nella pratica e maniera di far grottesche, non avendo in ciò oggi pari né chi alla sua perfezzione aggiunga. Delle costui opere si vede per tutta Roma; et in Fiorenza è di suo mano la maggior parte degl’ornamenti di venti diverse stanze che sono nel palazzo ducale, e le fregiature del palco della sala maggiore di detto palazzo, stato dipinto da Giorgio Vasari, come si dirà a suo luogo pienamente, senzaché gl’ornamenti del principale cortile di detto palazzo fatti per la venuta della reina Giovanna in poco tempo, furono in gran parte condotti dal medesimo. E questo basti di Marco, essendo ancor vivo et in sul più bello d’acquistare et operare. In Parma è oggi appresso al signor duca Ottavio Farnese un pittore detto Miruolo, credo di nazione romagnuolo, il quale, oltre ad alcun’opere fatte in Roma, ha dipinto a fresco molte storie in un palazzetto, che ha fatto fare il detto signor Duca nel castello di Parma, dove sono alcune fontane state condotte con bella grazia da Giovanni Boscoli, scultore da Monte Pulciano; il quale avendo molti anni lavorato di stucchi appresso al Vasari nel palazzo del detto signor duca Cosimo di Fiorenza, si è finalmente condotto a’ servizii del detto signor Duca di Parma con buona provisione, et ha fatto e va facendo continuamente opere degne del suo raro e bellissimo ingegno. Sono parimente nelle medesime città e provincie molti altri eccellenti e nobili artefici, ma perché sono anco giovani, si serberà a più comodo tempo a fare di loro quella onorata menzione, che le loro opere e virtù averanno meritato. E questo è il fine dell’opere dell’abate Primaticcio. Aggiugnerò che essendosi egli fatto ritrarre in disegno di penna da Bartolomeo Passerotto pittore bolognese suo amicissimo, il detto ritratto ci è venuto alle mani e l’avemo nel nostro libro dei disegni di mano di diversi pittori eccellenti.

FINE DELLA VITA DELL’ABATE PRIMATICCIO