Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Domenico Ghirlandaio

Domenico Ghirlandaio

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Gherardo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio e Piero Pollaiuoli IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Gherardo Antonio e Piero Pollaiuoli


VITA DI DOMENICO GHIRLANDAIO PITTORE FIORENTINO

Domenico di Tommaso del Ghirlandaio, il quale per la virtù e per la grandezza e per la moltitudine dell’opere si può dire uno de’ principali e più eccellenti maestri dell’età sua, fu dalla natura fatto per esser pittore; e per questo non obstante la disposizione in contrario di chi l’avea in custodia (che molte volte impedisce i grandissimi frutti degli ingegni nostri occupandoli in cose dove non sono atti, deviandoli da quelle in che sono naturati), sequendo l’instinto naturale fece a sé grandissimo onore et utile all’arte et a’ suoi, e fu diletto grande della età sua. Questi posto dal padre all’arte sua dell’orafo, nella quale egli era più che ragionevole maestro, e di sua mano erono la maggior parte de’ voti di argento, che già si conservavano nell’armario della Nunziata, e le lampade d’argento della cappella, tutte disfatte nell’assedio della città l’anno 1529. Fu Tommaso il primo che trovassi e mettessi in opera quell’ornamento del capo delle fanciulle fiorentine, che si chiamano ghirlande, donde ne acquistò il nome del Ghirlandaio, non solo per esserne lui il primo inventore, ma per averne anco fatto un numero infinito e di rara bellezza, tal che non parea piacessin se non quelle che della sua bottega fussero uscite. Posto, dunque, all’arte dell’orefice, non piacendoli quella, non restò di continuo di disegnare. Per che, essendo egli dotato dalla natura d’uno spirito perfetto e d’un gusto mirabile e giudicioso nella pittura, quantunque orafo nella sua fanciullezza fosse, sempre al disegno attendendo, venne sì pronto e presto e facile, che molti dicono che mentre che all’orefice dimorava, ritraendo ogni persona che da bottega passava, li faceva subito somigliare: come ne fanno fede ancora nell’opere sue infiniti ritratti, che sono di similitudini vivissime. Furono le sue prime pitture in Ogni Santi la cappella de’ Vespucci, dov’è un Cristo morto et alcuni Santi, e sopra uno arco una Misericordia, nella quale è il ritratto di Amerigo Vespucci che fece le navigazioni dell’Indie: e nel refettorio di detto luogo fece un cenacolo a fresco. Dipinse in S. Croce all’entrata della chiesa a man destra, la storia di S. Paulino; onde, acquistando fama grandissima et in credito venuto, a Francesco Sassetti lavorò in S. Trinita una cappella con istorie di S. Francesco, la quale opera è mirabilmente condotta, e da lui con grazia, con pulitezza e con amor lavorata; in questa contrafece egli e ritrasse il ponte a S. Trinita, col palazzo degli Spini, fingendo nella prima faccia la storia di S. Francesco quando apparisce in aria e resuscita quel fanciullo; dove si vede in quelle donne che lo veggono resuscitare, il dolore della morte nel portarlo alla sepoltura e la allegrezza e la maraviglia nella sua resurressione; contrafecevi i frati che escon di chiesa co’ bechini dietro alla croce per sotterrallo, fatti molto naturalmente, e così altre figure che si maravigliano di quello effetto, che non dànno altrui poco piacere: dove sono ritratti Maso degli Albizzi, Messer Agnolo Acciaiuoli, Messer Palla Strozzi, notabili cittadini e nelle istorie di quella città assai nominati. In un’altra fece quando S. Francesco, presente il vicario, rifiuta la eredità a Pietro Bernardone suo padre, e piglia l’abito di sacco cignendosi con la corda. E nella faccia del mezzo quando egli va a Roma a papa Onorio e fa confermar la Regola sua, presentando di gennaio le rose a quel pontefice; nella quale storia finse la sala del Concistoro co’ cardinali che sedevano intorno, e certe scalee che salivano in quella; accennando certe mezze figure ritratte di naturale et accomodandovi ordini d’appoggiatoi per la salita. E fra quegli ritrasse il Magnifico Lorenzo Vecchio de’ Medici. Dipinsevi medesimamente quando San Francesco riceve le stimite; e nella ultima fece quando egli è morto e che i frati lo piangono; dove si vede un frate che gli bacia le mani; il quale effetto non si può esprimer meglio nella pittura, senza che e’ v’è un vescovo parato con gli occhiali al naso che gli canta la vigilia, che il non sentirlo solamente lo dimostra dipinto. Ritrasse in due quadri che mettono in mezzo la tavola, Francesco Sassetti ginocchioni, in uno, e ne l’altro Madonna Nera sua donna et i suoi figliuoli, ma questi nell’istoria di sopra, dove si risuscita il fanciullo, con certe belle giovani della medesima famiglia che non ho potuto ritrovar i nomi, tutte con gl’abiti e portature di quella età, cosa che non è di poco piacere. Oltra ch’e’ fece nella volta quattro Sibille, e fuori della cappella un ornamento sopra l’arco nella faccia dinanzi, con una storia dentrovi, quando la Sibilla tiburtina fece adorar Cristo a Ottaviano imperatore, che per opera in fresco è molto praticamente condotta e con una allegrezza di colori molto vaghi. Et insieme accompagnò questo lavoro con una tavola pur di sua mano, lavorata a tempera; quale ha dentro una natività di Cristo da far maravigliare ogni persona intelligente, dove ritrasse se medesimo e fece alcune teste di pastori che sono tenute cosa divina. Della quale Sibilla e d’altre cose di quell’opera, sono nel nostro libro disegni bellissimi fatti di chiaro scuro, e particolarmente la prospettiva del ponte a S. Trinita. Dipinse a’ frati Ingesuati una tavola per l’altar maggiore con alcuni Santi ginocchioni, cioè S. Giusto vescovo di Volterra, che era titolo di quella chiesa, S. Zanobi vescovo di Firenze, un angelo Raffaello et un San Michele armato di bellissime armadure et altri Santi. E nel vero merita in questo lode Domenico, perché fu il primo che cominciasse a contrafar con i colori alcune guernizioni et ornamenti d’oro, che insino allora non si erano usate; e levò via in gran parte quelle fregiature che si facevano d’oro a mordente o a bolo, le quali erano più da drappelloni che da maestri buoni. Ma più che l’altre figure è bella la Nostra Donna che ha il Figliuolo in collo e quattro Angioletti a torno; questa tavola, che per cosa a tempera non potrebbe meglio esser lavorata, fu posta allora fuor della porta a Pinti nella chiesa di que’ frati; ma perché ella fu poi, come si dirà altrove, rovinata, ell’è oggi nella chiesa di S. Giovannino dentro alla porta a S. Pier Gattolini, dove è il convento di detti Ingiesuati. E nella chiesa di Cestello fece una tavola finita da David e Benedetto suoi fratelli, dentrovi la visitazione di Nostra Donna, con alcune teste di femmine vaghissime e bellissime. Nella chiesa degl’Innocenti fece a tempera una tavola de’ Magi, molto lodata, nella quale sono teste bellissime d’aria e di fisonomia varie, così di giovani come di vecchi; e particularmente nella testa della Nostra Donna si conosce quella onesta bellezza e grazia, che nella madre del Figliuol di Dio può esser fatta dall’arte. Et in S. Marco al tramezzo della chiesa, un’altra tavola, e nella forestieria un cenacolo con diligenza l’uno e l’altro condotto: et in casa di Giovanni Tornabuoni un tondo con la storia de’ Magi, fatto con diligenza. Allo spedaletto per Lorenzo Vecchio de’ Medici, la storia di Vulcano, dove lavorano molti ignudi fabricando con le martella saette a Giove. Et in Fiorenza nella chiesa d’Ogni Santi, a concorrenza di Sandro di Botticello, dipinse a fresco un San Girolamo che oggi è allato alla porta che va in coro, intorno al quale fece una infinità di instrumenti di libri da persone studiose. Questa pittura insieme con quella di Sandro di Botticello, essendo occorso a’ frati levare il coro del luogo dove era, è stata allacciata con ferri e trapportata nel mezzo della chiesa senza lesione, in questi proprii giorni che queste vite la seconda volta si stampano. Dipinse ancora l’arco sopra la porta di S. Maria Ughi et un tabernacolino all’Arte de’ Linaiuoli, similmente un S. Giorgio molto bello, che ammazza il serpente, nella medesima chiesa d’Ogni Santi. E per il vero egli intese molto bene il modo del dipignere in muro e facilissimamente lo lavorò; essendo nientedimanco nel comporre le sue cose molto leccato. Essendo poi chiamato a Roma da papa Sisto IIII a dipignere con altri maestri la sua cappella, vi dipinse quando Cristo chiama a sé dalle reti Pietro et Andrea, e la Resurressione di esso Gesù Cristo, della quale oggi è guasta la maggior parte per essere ella sopra la porta respetto a lo avervisi avuto a rimetter uno architrave che rovinò. Era in questi tempi medesimi in Roma, Francesco Tornabuoni onorato e ricco mercante et amicissimo di Domenico, al quale essendo morta la donna sopra parto, come s’è detto in Andrea Verrochio, et avendo, per onorarla come si convenia alla nobiltà loro, fattole fare una sepoltura nella Minerva, volle anco che Domenico dipignesse tutta la faccia dove ell’era sepolta, et oltre a questo vi facesse una piccola tavoletta a tempera, laonde in quella pariete fece quattro storie: dua di S. Giovanni Batista e due della Nostra Donna; le quali veramente gli furono allora molto lodate. E provò Francesco tanta dolcezza nella pratica di Domenico, che tornandosene quello a Fiorenza con onore e con danari, lo raccomandò per lettere a Giovanni suo parente, scrivendoli quanto e’ lo avesse servito bene in quell’opera e quanto il papa fusse satisfatto de le sue pitture. Le quali cose udendo Giovanni, cominciò a disegnare di metterlo in qualche lavoro magnifico da onorare la memoria di se medesimo e da arrecare a Domenico fama e guadagno. Era per avventura in S. Maria Novella, convento de’ frati predicatori, la cappella maggiore dipinta già da Andrea Orgagna; la quale, per essere stato mal coperto il tetto della volta, era in più parti guasta da l’acqua, per il che già molti cittadini l’avevano voluta rassettare, o vero dipignierla di nuovo; ma i padroni, che erano quelli della famiglia de’ Ricci, non se n’erano mai contentati, non potendo essi far tanta spesa, né volendosi risolvere a concederla ad altri che la facesse, per non perdere la iuridizione del padronato et il segno dell’arme loro lasciatagli dai loro antichi. Giovanni adunque, desideroso che Domenico gli facesse questa memoria, si misse intorno a questa pratica tentando diverse vie. Et in ultimo promisse a’ Ricci far tutta quella spesa egli e che gli ricompenserebbe in qualcosa, e farebbe metter l’arme loro nel più evidente et onorato luogo che fusse in quella cappella; e così rimasi d’accordo e fattene contratto et instrumento molto stretto del tenore ragionato di sopra, logò Giovanni a Domenico questa opera, con le storie medesime che erano dipinte prima; e feciono che il prezzo fusse ducati milledugento d’oro larghi; et in caso che l’opera gli piacesse fussino dugento più. Per il che Domenico mise man all’opera; né restò che egli in quattro anni l’ebbe finita; il che fu nel MCCCCLXXXV, con grandissima satisfazione e contento di esso Giovanni. Il quale chiamandosi servito, e confessando ingenuamente che Domenico aveva guadagnati i dugento ducati del più, disse che arebbe piacere che e’ si contentasse del primo pregio; e Domenico, che molto più stimava la gloria e l’onore che le ricchezze, gli largì subito tutto il restante, affermando che aveva molto più caro lo avergli satisfatto che lo essere contento del pagamento. Appresso Giovanni fece fare due armi grandi di pietra, l’una de’ Tornaquinci, l’altra de’ Tornabuoni, e metterle ne’ pilastri fuori d’essa cappella, e nell’arco altre arme di detta famiglia, divisa in più nomi e più arme, cioè, oltre alle due dette, Giachinotti, Popoleschi, Marabotini e Cardinali. E quando poi Domenico fece la tavola dello altare, nello ornamento dorato, sotto un arco ch’è per fine di quella tavola fece mettere il tabernacolo del Sacramento, bellissimo; e nel frontispizio di quello fece uno scudicciuolo d’un quarto di braccio, dentrovi l’arme de’ padron detti, cioè de’ Ricci. Et il bello fu allo scoprire della cappella, perché questi cercarono con gran romore de l’arme loro; e finalmente, non ve la vedendo, se n’andarono al magistrato degli otto portando il contratto. Per il che mostrarono i Tornabuoni esservi posta nel più evidente et onorato luogo di quell’opera, e benché quelli esclamassino che ella non si vedeva, fu lor detto che eglino avevano il torto, e che avendola fatta metter in così onorato luogo quanto era quello, essendo vicina al Santissimo Sagramento, se ne dovevano contentare. E così fu deciso che dovesse stare, per quel magistrato, come al presente si vede. Ma se questo paresse ad alcuno fuor delle cose della vita che si ha da scrivere, non gli dia noia: perché tutto era nel fine del tratto della mia penna e serve se non ad altro a mostrare quanto la povertà è preda delle ricchezze; e che le ricchezze acompagnate dalla prudenzia, conducono a fine e senza biasimo ciò che altri vuole. Ma per tornare alle belle opere di Domenico, sono in questa cappella, primieramente nella volta i quattro Evangelisti maggiori del naturale, e nella pariete della finestra storie di S. Domenico e S. Pietro martire e S. Giovanni quando va al deserto e la Nostra Donna annunziata dall’Angelo e molti Santi avvocati di Fiorenza ginocchioni, sopra le finestre, e dappiè v’è ritratto di naturale Giovanni Tornaboni da man ritta e la donna sua da man sinistra, che dicono esser molto naturali. Nella facciata destra sono sette storie, scompartite sei di sotto, in quadri grandi quanto tien la facciata; et una ultima di sopra, larga quanto son due istorie e quanto serra l’arco della volta, e nella sinistra altrettante di S. Giovanni Batista. La prima della facciata destra è quando Giovacchino fu cacciato dal tempio, dove si vede nel volto di lui espressa la pacienzia come in quel di coloro il dispregio e l’odio che i Giudei avevano a quelli che senza avere figliuoli venivano al tempio; e sono in questa storia, da la parte verso la finestra, quattro uomini ritratti di naturale, l’un de’ quali, cioè quello che è vecchio e raso et in cappuccio rosso, è Alesso Baldovinetti, maestro di Domenico nella pittura e nel musaico; l’altro che è in capegli e che si tiene una mano al fianco et ha un mantello rosso e sotto una vesticciuola azzurra, è Domenico stesso, maestro dell’opera, ritrattosi in uno specchio da se medesimo; quello che ha una zazzera nera con certe labbra grosse, è Bastiano da S. Gimignano suo discepolo e cognato, e l’altro che volta le spalle et ha un berrettino in capo, è Davitte Ghirlandaio pittore suo fratello; i quali tutti per chi gli ha conosciuti si dicono esser veramente vivi e naturali. Nella seconda storia è la Natività della Nostra Donna fatta con una diligenzia grande; e tra le altre cose notabili che egli vi fece, nel casamento o prospettiva è una finestra che dà ’l lume a quella camera la quale inganna chi la guarda; oltra questo, S. Anna è nel letto e certe donne la visitano, pose alcune femmine che lavano la Madonna con gran cura: chi mette acqua, chi fa le fasce, chi fa un servizio, chi fa un altro, e mentre ognuna attende al suo, vi è una femmina che ha in collo quella puttina, e ghignando la fa ridere, con una grazia donnesca, degna veramente di un’opera simile a questa, oltre a molti altri affetti che sono in ciascuna figura. Nella terza, che è la prima sopra, è quando la Nostra Donna saglie i gradi del tempio, dove è un casamento che si allontana assai ragionevolmente dall’occhio; oltra che v’è uno ignudo che gli fu allora lodato per non se ne usar molti, ancor che e’ non vi fusse quella intera perfezzione come a quegli che si son fatti ne’ tempi nostri, per non essere eglino tanto eccellenti. Accanto a questa è lo sposalizio di Nostra Donna; dove dimostrò la collera di coloro che si sfogano nel rompere le verghe che non fiorirono come quella di Giuseppo; la quale istoria è copiosa di figure in uno accomodato casamento. Nella quinta si veggono arrivare i Magi di Bettelem con gran numero di uomini, cavalli e dromedarii et altre cose varie; storia certamente accomodata. Et accanto a questa è la sesta, la quale è la crudele impietà fatta da Erode agli innocenti; dove di vede una baruffa bellissima di femmine e di soldati e cavalli, che le percuotono et urtano: e nel vero, di quante storie vi si vede di suo, questa è la migliore; perché ella è condotta con giudizio, con ingegno et arte grande. Conoscevisi l’impia volontà di coloro che comandati da Erode, senza riguardare le madri, uccidono que’ poveri fanciullini; fra i quali si vede uno che ancora appiccato alla poppa muore per le ferite ricevute nella gola; onde sugge, per non dir beve, dal petto non meno sangue che latte; cosa veramente di sua natura e per esser fatta nella maniera ch’ella è, da tornar viva la pietà dove ella fusse ben morta; èvvi ancora un soldato che ha tolto per forza un putto, e mentre correndo con quello se lo stringe in sul petto per amazzarlo, se li vede appiccata a’ capegli la madre di quello con grandissima rabbia; e facendoli fare arco della schiena, fa che si conosce in loro tre effetti bellissimi: uno è la morte del putto che si vede crepare, l’altro l’impietà del soldato che per sentirsi tirare sì stranamente, mostra l’affetto del vendicarsi in esso putto, il terzo è che la madre nel veder la morte del figliuolo, con furia e dolore e sdegno cerca che quel traditore non parta senza pena; cosa veramente più da filosofo mirabile di giudizio, che da pittore. Sonvi espressi molti altri affetti, che chi li guarda conoscerà senza dubbio questo maestro esser stato in quel tempo eccellente. Sopra questa, nella settima che piglia le due storie e cigne l’arco della volta, è il transito di Nostra Donna e la sua assunzione con infinito numero d’Angeli et infinite figure e paesi et altri ornamenti, di che egli soleva abbondare, in quella sua maniera facile e pratica. Dall’altra faccia, dove sono le storie di S. Giovanni, nella prima è quando Zacheria sacrificando nel tempio, l’Angelo gli appare e per non credergli amutolisce; nella quale storia, mostrando che a’ sacrifizii de tempii concorrono sempre le persone più notabili, per farla più onorata ritrasse un buon numero di cittadini fiorentini, che governavono allora quello stato; e particularmente tutti quelli di casa Tornabuoni, i giovani et i vecchi. Oltre a questo, per mostrare che quella età fioriva in ogni sorte di virtù e massimamente nelle lettere, fece in cerchio quattro mezze figure, che ragionano insieme appiè della istoria; i quali erano i più scienziati uomini che in que’ tempi si trovassero in Fiorenza, e sono questi: il primo è Messer Marsilio Ficino, che ha una veste da canonico, il secondo con un mantello rosso et una becca nera al collo, è Cristofano Landino, e Demetrio Greco che se li volta et in mezzo a questi quello che alza alquanto una mano è Messer Angelo Poliziano, i quali son vivissimi e pronti. Séguita nella seconda, allato a questa, la visitazione di Nostra Donna e S. Elisabetta; nella quale sono molte donne che l’accompagnano con portature di que’ tempi, e fra loro fu ritratta la Ginevra de’ Benci, allora bellissima fanciulla. Nella terza storia sopra alla prima è la nascita di S. Giovanni, nella quale è una avvertenza bellissima: che mentre S. Elisabetta è in letto, e che certe vicine la vengono a vedere e la balia stando a sedere allatta il bambino, una femmina con allegrezza gnene chiede, per mostrare a quelle donne la novità che in sua vechiezza aveva fatto la padrona di casa; e finalmente vi è una femmina che porta a l’usanza fiorentina frutte e fiaschi da la villa, la quale è molto bella. Nella quarta allato a questa è Zacheria che ancor mutolo stupisce con intrepido animo che sia nato di lui quel putto; e mentre gli è dimandato del nome, scrive in su ’l ginocchio, affisando gli occhi al figliuolo quale è tenuto incollo da una femmina con reverenza postasi ginocchione innanzi a lui, e segna con la penna in sul foglio: "Giovanni sarà il tuo nome", non senza ammirazione di molte altre figure, che pare che stiano in forse se egli è vero o no. Séguita la quinta, quando e’ predica alle turbe; nella quale storia si conosce quella attenzione che dànno i popoli nello udir cose nuove; e massimamente nelle teste degli scribi che ascoltano Giovanni, i quali pare che con un certo modo del viso sbeffino quella legge, anzi l’abbiano in odio; dove sono ritti et a sedere maschi e femmine in diverse fogge. Nella sesta si vede S. Giovanni battezzare Cristo; nella reverenza del quale mostrò interamente la fede che si debbe avere a sacramento tale; e perché questo non fu senza grandissimo frutto, vi figurò molti già ignudi e scalzi, che aspettando d’essere battezzati, mostrano la fede e la voglia scolpita nel viso; et in fra gl’altri uno che si cava una scarpetta, rappresenta la prontitudine istessa. Nella ultima, cioè nell’arco accanto alla volta, è la suntuosissima cena di Erode et il ballo di Erodiana, con infinità di servi che fanno diversi aiuti in quella storia, oltra la grandezza d’uno edifizio tirato in prospettiva, che mostra apertamente la virtù di Domenico insieme con le dette pitture. Condusse a tempera la tavola isolata tutta, e le altre figure che sono ne’ sei quadri: che oltre alla Nostra Donna che siede in aria col Figliuolo in collo e gl’altri Santi che gli sono intorno, oltra il S. Lorenzo et il S. Stefano che sono interamente vive, al S. Vincenzio e S. Pietro Martire non manca se non la parola. Vero è che di questa tavola ne rimase imperfetta una parte, mediante la morte sua, per che, avendo egli già tiratola tanto innazi, che e’ non le mancava altro che il finire certe figure dalla banda di dietro dove è la Resurressione di Cristo, e tre figure che sono in que’ quadri, finirono poi il tutto Benedetto e Davitte Ghirlandai suoi frategli. Questa cappella fu tenuta cosa bellissima, grande, garbata e vaga, per la vivacità de’ colori, per la pratica e pulitezza del maneggiargli nel muro e per il poco essere stati ritocchi a secco, oltre la invenzione e collocazione delle cose. E certamente ne merita Domenico lode grandissima per ogni conto, e massimamente per la vivezza delle teste, le quali per essere ritratte di naturale rappresentano a chi verrà le vivissime effigie di molte persone segnalate. E pel medesimo Giovanni Tornabuoni dipinse al Casso Maccherelli, sua villa poco lontana dalla città, una cappella, in sul fiume di Terzolle, oggi mezza rovinata per la vicinità del fiume; la quale ancor che stata molti anni scoperta e continuamente bagnata dalle piogge et arsa da’ soli, si è difesa in modo che pare stata al coperto: tanto vale il lavorare in fresco quando è lavorato bene e con giudizio, e non a ritocco a secco. Fece ancora nel palazzo della Signoria, nella sala dove è il maraviglioso orologio di Lorenzo della Volpaia, molte figure di Santi fiorentini con bellissimi adornamenti. E tanto fu amico del lavorare e di satisfare ad ognuno che egli aveva commesso a’ garzoni che e’ si accettasse qualunche lavoro che capitasse a bottega se bene fussero cerchi da paniere di donne, perché non gli volendo fare essi, gli dipignerebbe da sé a ciò che nessuno si partisse scontento da la sua bottega. Dolevasi bene quando aveva cure familiari, e per questo dette a David suo fratello ogni peso di spendere dicendogli: "Lascia lavorare a me e tu provedi, che ora che io ho cominciato a conoscere il modo di quest’arte, mi duole che non mi sia allogato a dipignere a storie il circuito di tutte le mura della città di Fiorenza", mostrando così animo invitissimo e risoluto in ogni azzione. Lavorò a Lucca in S. Martino una tavola di S. Pietro e S. Paulo. Alla Badia di Settimo, fuor di Fiorenza, lavorò la facciata della maggior cappella a fresco, e nel tramezzo della chiesa due tavole a tempera. In Fiorenza lavorò ancora molti tondi, quadri e pitture diverse che non si riveggono altrimenti per essere nelle case de’ particulari. In Pisa fece la nicchia del Duomo allo altar maggiore e lavorò in molti luoghi di quella città, come alla facciata dell’opera quando il re Carlo ritratto di naturale raccomanda Pisa; et in San Girolamo a’ frati Gesuati due tavole a tempera, quella dell’altar maggiore et un’altra. Nel qual luogo ancora è di mano del medesimo in un quadro, S. Rocco e S. Bastiano, il quale fu donato a que’ padri da non so chi de’ Medici, onde essi vi hanno perciò aggiunte l’arme di papa Leone Decimo. Dicono che ritraendo anticaglie di Roma, archi, terme, colonne, colisei, aguglie, amfiteatri et acquidotti, era sì giusto nel disegno che le faceva a occhio, senza regolo o seste e misure; e misurandole da poi fatte che l’aveva, erano giustissime come se e’ le avesse misurate. E ritraendo a occhio il Coliseo, vi fece una figura ritta appiè, che misurando quella tutto l’edificio si misurava; e fattone esperienza da’ maestri dopo la morte sua, si ritrovò giustissimo. Fece a S. Maria Nuova nel Cimiterio, sopra una porta un S. Michele in fresco armato, bellissimo con riverberazione d’armature poco usate inanzi a lui; et alla Badia di Passignano, luogo de’ monaci di Vall’Ombrosa, lavorò in compagnia di David suo fratello e di Bastiano da S. Gimignano, alcune cose; dove, trattandoli i monaci male del vivere, inanzi la venuta di Domenico si richiamarono all’abate, pregandolo che meglio servire li facesse, non essendo onesto che come manovali fussero trattati. Promise loro l’abate di farlo e scusossi che questo più avveniva per ignoranza de’ foresterai che per malizia. Venne Domenico e tuttavia si continuò nel medesimo modo, per il che David trovando un’altra volta lo abate, si scusò dicendo che non faceva questo per conto suo, ma per li meriti e per la virtù del suo fratello; ma lo abate, come ignorante ch’egli era, altra risposta non fece. La sera dunque postisi a cena, venne il forestario con una asse piena di scodelle e tortacce da manigoldi, pur nel solito modo che l’altre volte si faceva, onde David salito in collera rivoltò le minestre addosso al frate, e preso il pane ch’era su la tavola et aventandoglielo, lo percosse di modo che mal vivo a la cella ne fu portato. Lo abate che già era a letto, levatosi e corso al rumor, credette che ’l monistero rovinasse; e trovando il frate mal concio cominciò a contendere con David; per il che infuriato, David gli rispose che si gli togliesse dinanzi che valeva più la virtù di Domenico che quanti abati porci suoi pari furon mai in quel monistero; laonde lo abate riconosciutosi, da quell’ora inanzi s’ingegnò di trattargli da valenti uomini come egl’erano. Finita l’opera tornò a Fiorenza, et al signor di Carpi dipinse una tavola; un’altra ne mandò a Rimino al signor Carlo Malatesta, che la fece porre nella sua cappella in S. Domenico. Questa tavola fu a tempera, con tre figure bellissime e con istoriette di sotto; e dietro figure di bronzo, finte con disegno et arte grandissima. Due altre tavole fece nella Badia di S. Giusto fuor di Volterra dell’Ordine di Camaldoli; le quali tavole che sono belle affatto, gli fece fare il Magnifico Lorenzo de’ Medici; perciò che allora aveva quella Badia in comenda Giovanni cardinale de’ Medici, suo figliuolo, che fu poi Papa Leone. La qual Badia pochi anni sono, ha restituita il molto reverendo Messere Giovanbattista Bava da Volterra, che similmente l’aveva in comenda, alla detta Congregazione di Camaldoli. Condotto poi Domenico a Siena per mezzo del Magnifico Lorenzo de’ Medici che gli entrò mallevadore a questa opera di ducati ventimila, tolse a fare di musaico la facciata del Duomo; e cominciò a lavorare con buono animo e miglior maniera, ma prevenuto da la morte, lasciò l’opera imperfetta. Come per la morte del predetto Magnifico Lorenzo rimase imperfetta in Fiorenza la capella di S. Zanobi cominciata a lavorare di musaico da Domenico in compagnia di Gherardo miniatore. Vedesi di mano di Domenico sopra quella porta del fianco di S. Maria del Fiore, che va a’ Servi, una Nunziata di musaico bellissima, della quale fra’ maestri moderni di musaico non s’è veduto ancor meglio. Usava dire Domenico la pittura essere il disegno, e la vera pittura per la eternità essere il musaico. Stette seco in compagnia a imparare Bastiano Mainardi da S. Gimignano, il quale in fresco era divenuto molto pratico maestro di quella maniera; per il che andando con Domenico a S. Gimignano dipinsero a compagnia la cappella di S. Fina, la quale è cosa bella. Onde per la servitù e gentilezza di Bastiano, sendosi così bene portato, giudicò Domenico che e’ fosse degno d’avere una sua sorella per moglie, e così l’amicizia loro fu cambiata in parentado: liberalità di amorevole maestro rimuneratore delle virtù del discepolo acquistate con le fatiche dell’arte. Fece Domenico dipignere al detto Bastiano, facendo nondimeno esso il cartone, in S. Croce nella cappella de’ Baroncegli e Bandini, una Nostra Donna che va in cielo, et abasso S. Tommaso che riceve la cintola il quale è bel lavoro a fresco; e Domenico e Bastiano insieme dipinsono in Siena nel palazzo degli Spannocchi, in una camera molte storie di figure piccole a tempera; et in Pisa, oltre alla nicchia già detta del Duomo, tutto l’arco di quella cappella piena d’Angeli; e parimente i portegli che chiuggono l’organo, e cominciarono a mettere d’oro il palco. Quando poi in Pisa et in Siena s’aveva a metter mano a grandissime opere, Domenico ammalò di gravissima febbre, la pestilenza della quale in cinque giorni gli tolse la vita. Essendo infermo, gli mandarono que’ de’ Tornabuoni a donare cento ducati d’oro, mostrando l’amicizia e la familiarità sua e la servitù che Domenico a Giovanni et a quella casa avea sempre portata. Visse Domenico 44 anni e fu con molte lagrime e con pietosi sospiri da David e da Benedetto suoi fratelli e da Ridolfo suo figliuolo, con belle esequie sepellito in S. Maria Novella, e fu tal perdita di molto dolore agl’amici suoi; perché intesa la morte di lui, molti eccellenti pittori forestieri scrissero a’ suoi parenti dolendosi della sua acerbissima morte. Restarono suoi discepoli David e Benedetto Ghirlandai, Bastiano Mainardi da S. Gimignano e Michel Agnolo Buonarotti fiorentino, Francesco Granaccio, Niccolò Cieco, Iacopo del Tedesco, Iacopo dell’Indaco, Baldino Baldinelli et altri maestri, tutti fiorentini. Morì nel 1493. Arricchì Domenico l’arte della pittura del musaico più modernamente lavorato che non fece nessun Toscano, d’infiniti che si provorono, come lo mostrano le cose fatte da lui per poche ch’elle siano. Onde per tal ricchezza e memoria, nell’arte merita grado et onore, et essere celebrato con lode straordinarie dopo la morte.