Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio e Piero Pollaiuoli

Antonio e Piero Pollaiuoli

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Domenico Ghirlandaio Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Sandro Botticello IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Domenico Ghirlandaio Sandro Botticello

VITA D’ANTONIO E PIERO POLLAIUOLI PITTORI E SCULTORI FIORENTINI

Molti di animo vile cominciano cose basse, a’ quali crescendo poi l’animo con la virtù, cresce ancora la forza et il valore; di maniera che, salendo a maggiori imprese, aggiungono vicino al cielo co’ bellissimi pensier loro; et inalzati dalla fortuna, si abbattono bene spesso in un principe buono, che trovandosene ben servito, è forzato remunerare in modo le loro fatiche che i posteri di quegli ne sentino largamente et utile e comodo. Laonde questi tali caminano in questa vita con tanta gloria a la fine loro, che di sé lasciano segni al mondo di maraviglia, come fecero Antonio e Piero del Pollaiuolo, molto stimati ne’ tempi loro, per quelle rare virtù che si avevano con la loro industria e fatica guadagnate. Nacquero costoro nella città di Fiorenza, pochi anni l’uno dopo l’altro, di padre assai basso e non molto agiato, il quale conoscendo per molti segni il buono et acuto ingegno de’ suoi figliuoli, né avendo il modo a indirizzargli a le lettere, pose Antonio all’arte dello orefice con Bartoluccio Ghiberti, maestro allora molto eccellente in tale esercizio, e Piero mise al pittore con Andrea del Castagno, che era il meglio allora di Fiorenza. Antonio, dunque, tirato innanzi da Bartoluccio, oltre il legare le gioie e lavorare a fuoco smalti d’argento, era tenuto il più valente che maneggiasse ferri in quell’arte. Laonde Lorenzo Ghiberti, che allora lavorava le porte di S. Giovanni, dato d’occhio alla maniera d’Antonio, lo tirò al lavoro suo in compagnia di molti altri giovani. E postolo intorno ad uno di que’ festoni che allora aveva tra mano, Antonio vi fece su una quaglia che dura ancora, tanto bella e tanto perfetta, che non le manca se non il volo. Non consumò, dunque, Antonio molte settimane in questo esercizio, che e’ fu conosciuto per il meglio di tutti que’ che vi lavoravano, di disegno e di pazienzia, e per il più ingegnoso e più diligente che vi fusse. Laonde crescendo la virtù e la fama sua, si partì da Bartoluccio e da Lorenzo, et in Mercato Nuovo, in quella città, aperse da sé una bottega di orefice magnifica et onorata. E molti anni seguitò l’arte, disegnando continuamente, e faccendo di rilievo cere et altre fantasie, che in brieve tempo lo fecero tenere (come egli era) il principale di quello esercizio. Era in questo tempo medesimo un altro orefice chiamato Maso Finiguerra, il quale ebbe nome straordinario e meritamente, ché per lavorare il bulino e fare di niello, non si era veduto mai chi in piccoli o grandi spazii facesse tanto numero di figure quante ne faceva egli; sì come lo dimostrano ancora certe paci, lavorate da lui in S. Giovanni di Fiorenza, con istorie minutissime de la Passione di Cristo. Costui disegnò benissimo et assai, e nel libro nostro v’è dimolte carte di vestiti, ignudi e di storie disegnate d’acquerello. A concorrenza di costui fece Antonio alcune istorie, dove lo paragonò nella diligenzia e superollo nel disegno. Per la qual cosa i consoli dell’Arte de’ Mercatanti, vedendo la eccellenzia di Antonio, deliberarono tra loro che avendosi a fare di argento alcune istorie nello altare di S. Giovanni, sì come da varii maestri in diversi tempi sempre era stato usanza di fare, che Antonio ancora ne lavorasse. E così fu fatto. E riuscirono queste sue cose tanto eccellenti, che elle si conoscono fra tutte l’altre per le migliori; e furono la cena d’Erode et il ballo d’Erodiana; ma sopra tutto fu bellissimo il S. Giovanni, che è nel mezzo dell’altare, tutto di cesello et opera molto lodata. Per il che gli allogarono i detti consoli, i candellieri de l’argento, di braccia tre l’uno, e la croce a proporzione, dove egli lavorò tanta roba d’intaglio e la condusse a tanta perfezzione, che e da’ forestieri e da’ terrazzani sempre è stata tenuta cosa maravigliosa. Durò in questo mestiero infinite fatiche, sì ne’ lavori che e’ fece d’oro, come in quelli di smalto e di argento; in fra le quali sono alcune paci in S. Giovanni, bellissime, che di colorito a fuoco sono di sorte, che col penello si potrebbono poco migliorare. Et in altre chiese di Fiorenza e di Roma, et altri luoghi d’Italia si veggono di suo smalti miracolosi. Insegnò quest’arte a Mazzingo fiorentino et a Giuliano del Facchino, maestri ragionevoli, et a Giovanni Turini sanese, che avanzò questi suoi compagni assai in questo mestiero, del quale da Antonio di Salvi in qua, (che fece di molte cose e buone, come una croce grande d’argento nella Badia di Firenze, et altri lavori) non s’è veduto gran fatto, cose che se ne possa far conto staordinario. Ma, e di queste e di quelle de’ Pollaiuoli, molte per i bisogni della città nel tempo della guerra, sono state dal fuoco destrutte e guaste. Laonde, conoscendo egli che quell’arte non dava molta vita alle fatiche de’ suoi artefici, si risolvé per desiderio di più lunga memoria, non attendere più ad essa. E così avendo egli Piero suo fratello che attendeva alla pittura, si accostò a quello per imparare i modi del maneggiare et adoperare i colori, parendoli un’arte tanto differente da l’orefice, che se egli non avesse così prestamente resoluto d’abandonare quella prima in tutto, e’ sarebbe forse stata ora che e’ non arebbe voluto esservisi voltato. Per la qual cosa spronato dalla vergogna più che dall’utile, appresa in non molti mesi la pratica del colorire, diventò maestro eccellente. Et unitosi in tutto con Piero lavorarono in compagnia dimolte pitture. Fra le quali per dilettarsi molto del colorito, fecero al cardinale di Portogallo una tavola a olio in San Miniato al Monte, fuori di Fiorenza, la quale fu posta sull’altar della sua cappella, e vi dipinsero dentro S. Iacopo Apostolo, S. Eustachio e San Vincenzio, che sono stati molto lodati. E Piero particolarmente vi fece in sul muro a olio, il che aveva imparato da Andrea del Castagno, nelle quadrature degl’angoli sotto l’architrave, dove girano i mezzi tondi degl’archi, alcuni Profeti; et in un mezzo tondo una Nunziata con tre figure. Et a’ capitani di parte dipinse, in un mezzo tondo, una Nostra Donna col Figliuolo in collo et un fregio di Serafini intorno, pur lavorato a olio. Dipinsero ancora in S. Michele in Orto, in un pilastro in tela a olio, un Angelo Raffaello con Tobia; e fecero nella Mercatanzia di Fiorenza alcune virtù, in quello stesso luogo dove siede, pro tribunali, il magistrato di quella. Ritrasse di naturale Messer Poggio, segretario della Signoria di Fiorenza, che scrisse l’istoria fiorentina dopo Messer Lionardo d’Arezzo, e Messer Giannozzo Manetti, persona dotta e stimata assai, nel medesimo luogo dove da altri maestri assai prima erano ritratti Zanobi da Strada, poeta fiorentino, Donato Acciaiuoli et altri. Nel Proconsolo e nella cappella de’ Pucci a S. Sebastiano de’ Servi, fece la tavola dell’altare che è cosa eccellente e rara, dove sono cavalli mirabili, ignudi e figure bellissime in iscorto, et il S. Sebastiano stesso ritratto dal vivo, cioè da Gino di Lodovico Capponi e fu quest’opera la più lodata che Antonio facesse già mai. Conciò sia che per andare egli imitando la natura il più che e’ poteva, fece in uno di que’ saettatori, che appoggiatasi la balestra al petto si china a terra per caricarla, tutta quella forza che può porre un forte di braccia in caricare quell’instrumento; imperò che e’ si conosce in lui il gonfiare delle vene e de’ muscoli et il ritenere del fiato, per fare più forza. E non è questo solo ad essere condotto con avvertenza, ma tutti gl’altri ancora, con diverse attitudini, assai chiaramente dimostrano l’ingegno e la considerazione, che egli aveva posto in questa opera, la qual fu certamente conosciuta da Antonio Pucci, che gli donò per questo trecento scudi, affermando che non gli pagava appena i colori, e fu finita l’anno 1475. Crebbeli dunque da questo l’animo et a San Miniato, fra le torri, fuor della porta, dipinse un S. Cristofano di dieci braccia, cosa molto bella e modernamente lavorata, e di quella grandezza fu la più proporzionata figura che fusse stata fatta fino a quel tempo. Poi fece in tela un Crucifisso con S. Antonino, il quale è posto alla sua cappella in S. Marco. In palazzo della Signoria di Fiorenza lavorò alla porta della catena un S. Giovanni Battista; et in casa Medici dipinse a Lorenzo Vecchio tre Ercoli in tre quadri, che sono di cinque braccia, l’uno de’ quali scoppia Anteo, figura bellissima, nella quale propriamente si vede la forza d’Ercole nello strignere, che i muscoli della figura et i nervi di quella sono tutti raccolti per far crepare Anteo: e nella testa di esso Ercole si conosce il digrignare de’ denti, accordato in maniera con l’altre parti, che fino a le dita de’ piedi s’alzano per la forza; né usò punto minore avvertenza in Anteo, che stretto dalle braccia d’Ercole, si vede mancare e perdere ogni vigore, et a bocca aperta rendere lo spirito. L’altro ammazzando il leone, gli appunta il ginocchio sinistro al petto et afferrata la bocca del leone con ammendue le sue mani, serrando i denti e stendendo le braccia, lo apre e sbarra per viva forza, ancora che la fiera per sua difesa, con gli unghioni malamente gli graffi le braccia. Il terzo, che ammazza l’Idra, è veramente cosa maravigliosa, e massimamente il serpente, il colorito del quale così vivo fece e sì propriamente, che più vivo far non si può. Quivi si vede il veleno, il fuoco, la ferocità, l’ira, con tanta prontezza che merita esser celebrato e da’ buoni artefici in ciò grandemente imitato. Alla Compagnia di S. Angelo in Arezzo fece da un lato un Crucifisso e dall’altro in sul drappo a olio un S. Michele che combatte col serpe, tanto bello, quanto cosa che di sua mano si possa vedere; perché v’è la figura del S. Michele che con una bravura affronta il serpente, stringendo i denti et increspando le ciglia, che veramente pare disceso dal cielo per far la vendetta di Dio contra la superbia di Lucifero, et è certo cosa maravigliosa. Egli s’intese degli ignudi più modernamente che fatto non avevano gl’altri maestri inanzi a lui, e scorticò molti uomini, per vedere la notomia lor sotto. E fu primo a mostrare il modo di cercar i muscoli che avessero forma et ordine nelle figure; e di quegli tutti, cinti d’una catena, intagliò in rame una battaglia, e dopo quella fece altre stampe con molto migliore intaglio che non avevano fatto gl’altri maestri ch’erano stati inanzi a lui. Per queste cagioni, adunque, venuto famoso in fra gl’artefici, morto papa Sisto IV fu da Innocenzio suo successore condotto a Roma, dove fece di metallo la sepoltura di detto Innocenzio, nella quale lo ritrasse di naturale a sedere, nella maniera che stava quando dava la benedizzione, che fu posta in San Pietro. E quella di papa Sisto detto, la quale finita con grandissima spesa, fu collocata questa nella cappella che si chiama dal nome di detto pontefice, con ricco ornamento e tutta isolata; e sopra essa è a giacere esso Papa molto ben fatto e quella [di] Innocenzio in S. Pietro, accanto alla capella dov’è la lancia di Cristo. Dicesi che disegnò il medesimo la fabbrica del palazzo di Belvedere, per detto Papa Innocenzio, se bene fu condotta da altri, per non aver egli molta pratica di murare. Finalmente, essendo fatti ricchi morirono poco l’uno dopo l’altro, amendue questi fratelli, nel 1498, e da’ parenti ebbero sepoltura in S. Piero in Vincula. Et in memoria loro, allato alla porta di mezzo, a man sinistra entrando in chiesa, furono ritratti ambidue in due tondi di marmo con questo epitaffio:

Antonius Pullarius, patria Florentinus, pictor insignis, qui duorum Pontificum Xisti et Innocentii aerea monimenta miro opificio expressit. Re familiari composita ex testamento. Hic secum Petro fratre condi voluit. Vixit annos LXXII. Obiit anno Salvatoris MIID.

Il medesimo fece di basso rilievo in metallo una battaglia di nudi che andò in Ispagna, molto bella, della quale n’è una impronta di gesso in Firenze appresso tutti gl’artefici. E si trovò dopo la morte sua il disegno e modello che a Lodovico Sforza egli aveva fatto per la statua a cavallo di Francesco Sforza duca di Milano, il quale disegno è nel nostro libro in due modi: in uno egli ha sotto Verona, nell’altro egli, tutto armato e sopra un basamento pieno di battaglie, fa saltare il cavallo addosso a un armato. Ma la cagione perché non mettesse questi disegni in opera, non ho già potuto sapere. Fece il medesimo alcune medaglie bellissime, e fra l’altre in una la congiura de’ Pazzi, nella quale sono le teste di Lorenzo e Giuliano de’ Medici, e nel riverso il coro di S. Maria del Fiore e tutto il caso come passò appunto. Similmente fece le medaglie d’alcuni pontefici et altre molte cose che sono dagli artefici conosciute. Aveva Antonio quando morì anni LXXII e Pietro anni LXV. Lasciò molti discepoli, e fra gli altri Andrea Sansovino. Ebbe nel tempo suo felicissima vita, trovando pontefici ricchi e la sua città in colmo, che si dilettava di virtù; per che molto fu stimato, dove se forse avesse avuto contrari i tempi non avrebbe fatto que’ frutti che e’ fece, essendo inimici molto i travagli alle scienze, delle quali gli uomini fanno professione e prendono diletto. Col disegno di costui furono fatte per S. Giovanni di Fiorenza due tonicelle et una pianeta e piviale di broccato, riccio sopra riccio, tessuti tutti d’un pezzo, senza alcuna cucitura; e per fregi et ornamenti di quelle, furono ricamate le storie della vita di S. Giovanni, con sottilissimo magisterio et arte da Paulo da Verona, divino in quella professione e sopra ogni altro ingegno rarissimo; dal quale non furono condotte manco bene le figure con l’ago, che se le avesse dipinte Antonio col penello: di che si debbe avere obligo non mediocre alla virtù dell’uno nel disegno, et alla pazienza dell’altro nel ricamare. Durò a condursi questa opera anni XXVI, e di questi ricami fatti col punto serrato, che oltre all’esser più durabili appare una propria pittura di penello, n’è quasi smarito il buon modo, usandosi oggi il punteggiare più largo, che è manco durabile e men vago a vedere.