Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XXIV

Sonetto XCV Sonetto XCVI

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CANZONE XXIV.


UNa donna più bella assai che ’l Sole,
E più lucente, e d’altrettanta etade,
Con famosa beltade,
Acerbo ancor mi trasse alla sua schiera:
5Questa in penseri, in opre, ed in parole;
Però ch’è de le cose al mondo rade;
Questa per mille strade
Sempre innanzi mi fu leggiadra altera:
Solo per lei tornai da quel ch’i’ era,
10Poi ch’i’ soffersi gli occhi suoi da presso:
Per suo amor m’er’io messo
A faticosa impresa assai per tempo,
Tal, che s’i’arrivo al desiato porto,
Spero per lei gran tempo
15Viver quand’altri mi terrà per morto.


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Questa mia donna mi menò molt’anni
     Pien di vaghezza giovenile ardendo,
     Siccom’ora io comprendo,
     Sol per aver di me più certa prova,
     20Mostrandomi pur l’ombra, o ’l velo, o’ panni
     Talor di sè: ma ’l viso nascondendo;
     Ed io, lasso, credendo
     Vederne assai; tutta l’età mia nova
     Passai contento; e ’l rimembrar mi giova.
     25Poi ch’alquanto di lei veggio or più innanzi,
     I’dico, che pur dianzi,
     Qual io non l’avea vista infin’ allora,
     Mi si scoverse: onde mi nacque un ghiaccio
     Nel core; ed èvvi ancora,
     30E sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.
Ma non me ’l tolse la paura, o ’l gielo:
     Che pur tanta baldanza al mio cor diedi;
     Ch’i’ le mi strinsi a’ piedi,
     Per più dolcezza trar degli occhi suoi:
     35Ed ella, che rimosso avea già il velo
     Dinanzi a’ miei, mi disse; Amico, or vedi,
     Com’io son bella; e chiedi,
     Quanto par si convenga agli anni tuoi.
     Madonna, dissi, già gran tempo in voi
     40Posi ’l mio amor, ch’io sento or sì ’nfiammato:
     Ond’a me in questo stato
     Altro volere, o disvoler m’è tolto.
     Con voce allor di sì mirabil tempre
     Rispose, e con un volto,
     45Che temer, e sperar mi farà sempre:
Rado fu al mondo fra così gran turba.
     Ch’udendo ragionar del mio valore
     Non si sentisse al core
     Per breve tempo almen qualche favilla:
     50Ma l’avversaria mia, che ’l ben perturba,
     Tosto la spegne: ond’ogni vertù more;


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     E regna altro signore,
     Che promette una vita più tranquilla.
     Della tua mente Amor, che prima aprilla,
     55Mi dice cose veramente, ond’io
     Veggio, che ’l gran desio
     Pur d’onorato fin ti farà degno:
     E come già se’ de’ miei rari amici;
     Donna vedrai per segno,
     60Che farà gli occhi tuoi via più felici.
I’ volea dir, Quest’è impossibil cosa;
     Quand’ella, Or mira, e leva gli occhi un poco
     In più riposto loco
     Donna ch’a pochi si mostrò giammai.
     65Ratto inchinai la fronte vergognosa,
     Sentendo novo dentro maggior foco;
     Ed ella il prese in gioco,
     Dicendo, Io veggio ben dove tu stai.
     Sì come ’l Sol con suoi possenti rai
     70Fa subito sparir ogni altra stella;
     Così par’or men bella
     La vista mia; cui maggior luce preme.
     Ma io però da’ miei non ti diparto:
     Che questa, e me d’un seme,
     75Lei davanti, e me poi produsse un parto.
Ruppesi intanto di vergogna il nodo
     Ch’alla mia lingua era distretto intorno
     Su nel primiero scorno
     Allor quand’io del suo accorger m’accorsi:
     80E ’ncominciai: S’egli è ver quel ch’i’ odo,
     Beato il padre, e benedetto il giorno
     Ch’ha di voi il mondo adorno;
     E tutto ’l tempo ch’a vedervi io corsi:
     E se mai della via dritta mi torsi,
     85Duolmene forte assai più, ch’i’ non mostro;
     Ma se dell’esser vostro
     Fossi degno udir più, del desir ardo:


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     Pensosa mi rispose, e così fiso
     Tenne ’l suo dolce sguardo,
     90Ch’al cor mandò con le parole il viso.
Siccome piacque al nostro eterno padre;
     Ciascuna di noi due nacque immortale:
     Miseri, a voi che vale?
     Me’ v’era che da noi fosse ’l difetto.
     95Amate, belle, giovani, e leggiadre
     Fummo alcun tempo; ed or siam giunte a tale,
     Che costei batte l’ale
     Per tornar all’antico suo ricetto:
     I’ per me sono un’ombra: ed or t’ho detto
     100Quanto per te sì breve intender puossi.
     Poi che i piè suoi fur mossi,
     Dicendo, Non temer ch’i’ m’allontani;
     Di verde lauro una ghirlanda colse;
     La qual co le sue mani
     105Intorno intorno alle mie tempie avvolse.
Canzon, chi tua ragion chiamasse oscura,
     Dì, Non ho cura: perchè tosto spero,
     Ch’altro messaggio il vero
     Farà in più chiara voce manifesto.
     110Io venni sol per isvegliare altrui;
     Se chi m’impose questo,
     Non m’ingannò, quand’io partì da lui.