Le odi e i frammenti (Pindaro)/Odi per Tebe/Ode Istmia VII

Ode Istmia VII

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Istmia VII
Odi per Tebe - Ode Pitia XI Odi per Tebe - Ode Istmia I
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ODE ISTMIA VIII

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Un cugino omonimo del vincitore, figliuolo di un Diòdoto (v. 27-35) era morto combattendo per la patria in una battaglia, non sapremmo precisar quale. Di questo glorioso ricordo e del ricordo delle principali glorie mitiche e storiche di Tebe è intessuta quest’ode.

— Quale dei tuoi eroi, delle tue glorie ti lusinga di piú, o Tebe? Diòniso figlio di Semèle e nipote di Cadmo, che donò agli uomini l’ebbrezza? Perseo nato dalla pioggia d’oro caduta in grembo a Danae? Eracle? Tiresia? Iolao? Gli Sparti, nati dai denti del drago seminati da Cadmo? Oppure l’avere respinto Adrasto? O perché spedisti colonie doriche in Laconia ed in Amicla? (1-17).

Ora t’aggiunge una nuova gloria la vittoria di Strepsiade: e conviene cantarla, perché oblio cuopre le imprese non eternate dal canto (18-26). Vittoria che effonde gloria anche sulle gesta del suo cugino omonimo, che diede la vita combattendo per la patria (27-40). Fu, quella morte (o quella battaglia?) cruccio indicibile al poeta. Ora Posidone, protettore dell’Istmo, gli ha restituito la serenità, mentr’egli piega giú verso gli ultimi suoi anni. Chiudono l’ode le solite riflessioni sul dovere che hanno gli uomini di limitare le loro aspirazioni: e l’augurio d’una vittoria a Pito.

L’accenno di Pindaro alla propria vecchiaia basta da solo, [p. 30 modifica] mi sembra, a fissare la data dell’ode, insieme col Mezger, seguíto dal Fraccaroli, a dopo la battaglia di Tanagra. Rimando al Fraccaroli (II, p. 400) per le ulteriori ragioni che militano in favore di questa data.


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A STREPSIADE DI TEBE

VINCITORE NEL PANCRAZIO


I


Strofe

Quale mai delle indigene glorie,
o Tebe felice, t’allegra piú l’anima? Quando
a luce recasti Dïòniso chiomato, che siede
vicino a Demètra dai cròtali
di bronzo? Od il tempo che Giove, converso in neve aurea, ti cadde,
di notte, nel grembo; oppur quando


Antistrofe

alle soglie sostò d’Anfitríone,
il germe divino d’Alcide recando ad Alcmena?
Oppur di Tiresia pei saggi consigli? Pel mastro
di guerra Iolào? Per gli Sparti
mai stanchi di pugna? O allorquando dall’ululo truce di guerra
valesti respingere Adrasto,

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Epodo

orbato di mille compagni,
ad Argo l’equestre? O perché
la doria colonia su saldo malleolo
piantasti in Laconia? Perché per gli oracoli
di Pito gli Egídi tuoi posteri presero Amícla?
Ma poi che la gloria
antica sopiscesi, e gli uomini obliano quanto


II


Strofe

non attinge il fior sommo dell’arte,
unito agli armonici spiri dell’inclito canto,
lodiamo nell’inno, ch’è miele soave, Strepsíade,
che vinse, nell’Istmo, al pancrazio.
Tremenda a veder, la sua possa, formose le membra; e il valore
non era minor che l’aspetto.


Antistrofe

Or di fiamma lo cingon le Muse
dal crin di viola. Onde gloria sovresso il cugino
omonimo effonde, cui Marte dal clipeo di bronzo
mesceva la morte. Compenso
è ai buoni la fama. Ora sappia chi lunge tra questa bufera
la grandin sanguinea tiene

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Epodo

dal suolo diletto, e a sterminio
affronta i nemici, che gloria
ai suoi conterranei da vivo e da morto
procura. E tu, d’Ettore, d’Anfïarào,
del forte guerrier Meleagro le gesta emulando,
figliuol di Dïòdato,
il vivido fiore degli anni spirasti, pugnando


III


Strofe

nelle file primiere, ove i forti
al cozzo di guerra opponevano l’estreme speranze.
E me non dicibile cruccio percosse. Ma ora
il Nume che cinge la terra
mi die’, dopo il nembo, il sereno. E canto, e di frondi mi cingo.
Né invidia dei Numi distrugga


Antistrofe

il piacer ch’io proseguo di giorno
in giorno, con placido cuore movendo a vecchiaia
e al termin fatale. Ché varia è la sorte, ma tutti
ci attende la morte. E chi troppo
agogna, il suo passo è pur breve, per giungere al seggio di bronzo
dei Superi; e Pegaso alato

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Epodo

crollò giú di sella il signore
che giunger pretese alle case
del cielo, e al concilio dei Superi. Amaro
è il fin di dolcezza contraria a giustizia.
Or tu, Nume ambiguo, fulgente nell’aurea chioma,
concedine a Pito
recingere, pur nei tuoi ludi, l’amabile serto.


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