Le odi e i frammenti (Pindaro)/Frammenti/Partenii

Partenii

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Partenii
Frammenti - Prosodii Frammenti - Iporchemi
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PARTENII

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Odi di Pindaro (Romagnoli) II-0264.png


I partenii, come lo dice il nome, erano canti per cori di vergini. Fiorirono specialmente a Sparta, favoriti dalla piú libera posizione ed educazione della donna. Alcmane fu il piú celebre compositore di partenii dell’antichità; e un suo frammento è tuttora vivo e popolare.

I frammenti di partenii restituiti dai papiri sono molto interessanti, e aggiungono qualche tratto caratteristico alla fisionomia del poeta. Nel papiro non portano espressamente il nome di Pindaro, né dal loro contesto si rileva alcun tratto che consenta una sicurissima attribuzione; però non sembra dubbia e infatti da nessuno, ch’io sappia, fu impugnata, la paternità pindarica.

I

Papiri d’Ossirinco, IV, 659.

Di questa composizione rimane leggibile una sola triade. Nel primo verso dell’antistrofe parla il poeta in proprio nome (al mascolino: nella traduzione il genere sparisce), mentre di solito nei partenii parla in propria persona il coro delle fanciulle. Ma questo non basta a far escludere che il brano appartenesse ad un partenio. [p. 254 modifica]


Strofe

Che come profeta io lo compia.
Sono varii gli onori degli uomini;
e invidia si aggrava su quanti
posseggon virtude; ma quanti
ne son privi, nel negro silenzio
nascosto conservano il volto.

Antistrofe

La prece vorrei per Eòlade
ai Cronídi levare, ch’io l’amo,
e per la sua stirpe, ché prospero
il tempo si volga per essi,
sempre uguale: ché i dí sono eterni
per gli uomini, e il corpo mortale.

Epodo

Ma l'uomo a cui tutta in rovina
la casa non va, senza figli,
cui non preme l’avverso destino,
ha sfuggita la pena piú trista.
Ché quello che pria che nascesse.......


II

Questo partenio, conservato assai bene, è da ascrivere fra le scoperte piú preziose. Appartiene ad una varietà speciale, è una dafneforia, o «processione dell’alloro», che si celebrava solennemente in Tebe, ogni nove anni. Proclo, nella sua crestomazia (26), ne dà una lunga descrizione, che si può riassumere cosí. A capo del corteo, camminava un fanciullo che [p. 255 modifica] avesse vivi il padre e la madre; e, accanto a lui, il suo piú prossimo parente portava un ramo d’ulivo coronato di foglie d’alloro, di fiori, e di parecchie sfere di bronzo. Seguiva il dafneforo, coi capelli sparsi redimiti d’una corona d'oro, e toccava il ramo. Seguiva uno stuolo di fanciulle, che, reggendo ciascuna un ramuscello d’alloro, cantavano l'inno. E tutti movevano verso il santuario d’Apollo.

Esaminate alla luce di questa descrizione, le circostanze materiali del partenio di Pindaro si prestano a parecchie discussioni. A me pare tuttavia che sia facile vedere la verità; purché s’intenda, come del resto, mi sembra, tutti intendono, che il fanciullo che precede il corteo e il dafneforo fossero una sola persona, e che cosí intendesse anche Proclo, sebbene la sua espressione sia ambigua. Allora mi sembra chiaro che il dafneforo sia Agasicle (antistr. III), figlio di Pagonda e nipote di Aiolade (antistr. I), che comandò l’esercito tebano, come beotarco alla battaglia di Delio (423). Il figlio di Dèmena sarà il piú prossimo parente, quello che doveva reggere la rama di ulivo, che, cosí carica, riusciva troppo pesante per le deboli forze di un fanciullo. Lo segue, prima delle cantatrici, sua figlia; e questa fu ammaestrata da una certa Andasistrata.

Questo partenio offre una nota nuova nella poesia pindarica. È intimo, semplice, schietto. Non contiene mito; e le fanciulle sembra dicano che la gravità mitica sconviene a pensieri virginei. Il duplice accenno ai ramuscelli d’alloro che esse tengono danzando e cantando, conferisce alla composizione inesprimibile freschezza. In questi piccolissimi tratti risiede spesso il fascino della poesia greca. [p. 256 modifica]


IN ONORE D’AGASICLE


Strofe I

· · · · · · · · · · ·
Il Nume che ambiguo favella,

qui giunse, ai Tebani
recando la grazia immortale.

Antistrofe I

Presto, succintomi il peplo,
e un fulgido ramo d’alloro
nelle mie tenere mani
recando, la casa d’Eòlade
famosa, nell’inno
dirò, del tuo figlio Pagònda.

Epodo I

Florida il capo virgineo
di serti, cantando
al suono dei flauti di loto,
emulerò coi miei carmi
delle Sirene l’incanto,

Strofe II

quello che i rapidi spiri
accheta di Zèfiro, e quando
sotto la possa del nembo
precipita Bòrea tutto orrido,
e tutta sconvolge
la furia del mare precipite.

Mancano l’antistrofe II e l’epodo II.

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Strofe III

Molte trascorse venture
potrei ricordare, e leggiadre
farle di belle parole.
Ma questo sa Giove possente.
Virginei pensieri
io debbo nutrire ed esprimerli.

Antistrofe III

Né della donna e dell’uomo,
due floridi rami, fra cui
sto, deve cogliermi oblio.
Ch’io venni alla danza per segno
d’onore ad Agàsicle
e ai nobili suoi genitori.

Epodo III

Pei loro pregi ospitali,
ed ora e in antico
onor dai vicini essi ottennero,
e per le chiare vittorie
dei pie’ veloci corsieri,

Strofe IV

nei dí che, presso alle rive
d’Onchesto famosa, o d’Itomia
vicino al tempio, le chiome
redensero, illustri, di serti;

e in Pisa.....

Mancano il fine della strofe IV e l’epodo IV. La strofe V è anch'essa quasi incomprensibile: pare vi si accennasse a dispiaceri avuti dalla famiglia di Pagonda per la tristizia dei nemici.

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Antistrofe V

Figlio di Dèmena, adesso,
col pie’ bene esperto movendo,
guidaci. E prima li segue,
spingendo vicino all’alloro
fronzuto i calzari,
con ilare cuore, tua figlia,

Epodo V

cui con molteplici cure
fe’ sperta Andasístrata.


Manca la fine dell’epodo V. Al principio della strofe VI il poeta dissuade i signori pei cui ha scritto questo partenio dal ricorrere ad altri poeti.


Strofe VI

Ora che della mia fonte
il nèttare avete, non fate
che, sitibondi, moviate

presso altri, a cercar la salsedine.

La fine è perduta.

III

Secondo una leggenda riferita nella biografia ambrosiana di Pindaro, il Dio Pan sarebbe stato sorpreso mentre, fra il Citerone e l’Elicona, cantava un peana di Pindaro. E il poeta, per riconoscenza, avrebbe composto in onore del Nume il partenio a cui appartennero i vezzosi frammenti che tuttora possediamo. La strana leggenda avrà avuto origine dalla [p. 259 modifica]interpretazione letterale e pedestre dì qualche brano del partenio stesso.

Ai frammenti riportati dal Puech, mi sembra si possa aggiungere il bellissimo brano citato da Plutarco nel suo opuscolo sugli oracoli delfici (29, pag. 409), nel quale si descrivono gli effetti benefici dell’apparizione del Dio in una contrada agreste.


AL DIO PAN


O Pane, d'Arcadia signore,
custode degli aditi sacri,
compagno alla madre possente,
delle Càriti sacre soave pensiero!

· · · · · · · · · · ·
Beato, gli Olimpii

te chiamano cane versatile
della Gran Dea.

· · · · · · · · · · ·
L’inno a te stesso tu stilli.
· · · · · · · · · · ·
Danzatore fra i Numi perfetto.
· · · · · · · · · · ·

Il Dio appare in una contrada agreste.


E dalle pecore tutte,
come acqua da fonti opulente,
gorgogliava florido latte.
Essi lanciavansi a empirne
tini; né otre o veruna
anfora in casa ozïava:
bombole e secchie di legno
furono tutte ricolme.