Le Trachinie (Sofocle - Romagnoli)/Prefazione

Prefazione

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Sofocle - Le Trachinie (438 a. C. / 429 a. C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1926)
Prefazione
Le Trachinie (Sofocle - Romagnoli) Personaggi
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Le «Trachinie», al contrario degli altri drammi di Sofocle, non hanno sempre raccolti gli unanimi suffragi dei critici. Alcuni (Dissen e Bergk) le hanno reputate frutto ancora immaturo, della gioventú di Sofocle. Altri, invece (Bernhardy), troppo maturo, pressoché fradicio, della decrepitudine. E lo Schlegel reputa il dramma addirittura indegno di Sofocle, e si augura che venga in luce qualche testimonianza che consenta di dichiararlo spurio.

Come sempre accade, a tanta severità è seguita la reazione; ed essa culmina nel giudizio del Jebb, il piú competente fra i moderni studiosi di Sofocle.

L’entusiasmo del Jebb è provocato specialmente dalla figura di Deianira. Quando ne parla, il suo tòno diviene ditirambico. «La pittura epica — dice — ne è squisita, come di nessun’altra eroina dell’antichità. Essa è riconosciuta dal consenso generale come una delle piú belle e delicate creazioni della letteratura; e chiunque sente il suo fascino, sente anche come le parole non possano esprimerlo meglio che non possano il profumo d’un fiore. Forse nella poesia del mondo intero c’è solo un’altra figura di donna che impressiona in ugual modo una mente moderna: ed è la fanciulla Nausica». [p. 108 modifica]

Davvero, non è piccolo elogio. E il Jebb soggiunge che dinanzi a tale figura rimane eclissata, in secondo piano, quella di Ercole che pure, nel sentimento comune, giganteggia nella seconda parte come il Farinata dantesco dalla sua tomba di fiamme.

E se, d’altra parte, ci voltiamo ad ascoltare il Campbell, ci sentiamo affermare che, dal lato della struttura, le «Trachinie» reggono il confronto con le piú grandi tragedie di Sofocle. E allora, non sappiamo quasi piú a quale altezza levar gli occhi per esser degni di contemplare tanto capolavoro. Ma sempre piú profondo vaneggia l’abisso fra questi giudizi entusiasti e gli altri che culminano nella demolitrice negazione dello Schlegel o del Bergk.

Vediamo se c’è modo di gittare un ponte.

È certo che il piano delle «Trachinie» differisce molto da quello degli altri drammi di Sofocle.

Per cominciare, qui non esiste alcun contrasto. Scene che si prestassero ad urti di passioni se ne potevano trovar nel soggetto quante se ne volevano: Deianira-Iole, Ercole-Deianira, Ercole-Illo. Ma Ilio si piega quasi súbito alla volontà del padre, che pur gl’impone l’odioso obbligo di sposare Iole: Deianira si uccide prima dell’arrivo d’Èrcole; e Iole non apre bocca.

Mancando i contrasti, durante tutta la prima parte rimangono sempre di fronte Deianira da una parte, e dall’altra, o il coro in funzione di confidente, o persone che giungono a narrare quanto è avvenuto fuori della scena. Quindi, l’azione va avanti a forza di confidenze e di racconti.

Cosí avviene che si esponga una quantità di materia mitica, con una abbondanza e una fedeltà non abituali in Sofocle, sino a particolari odiosi, ed inutili nella economia del dramma, come le nozze di Iole con Illo.

in complesso, dunque, abbiamo una tragedia di tipo epico- [p. 109 modifica]lirico, che rimane unica nel teatro di Sofocle, e si avvicina piuttosto al tipo eschileo.

Ed eschilei sono anche altri particolari.

Il titolo, per esempio, desunto dalle persone che costituiscono il coro, come avviene in Eschilo, mentre invece Sofocle suole derivarlo dal nome del personaggio principale.

Poi, l’assoluta negligenza dell’unità di tempo, rigorosamente mantenuta negli altri drammi di Sofocle. Qui, invece, nello spazio di poche ore, i personaggi fanno allegramente la spola fra Tràchide e l’Eubea.

Talune scene sono poi foggiate addirittura sopra scene eschilee. L’arrivo di Iole, per esempio, su quello di Cassandra. Il suo silenzio è simile a quello che serba, all’inizio della scena, la sventurata figlia di Priamo. Il delirio d’Èrcole è anche, in qualche punto, sotto l’influsso del delirio di Cassandra. E su Deianira si allunga, per quanto languida e deformata, l’ombra di Clitemnestra. Anch’essa concepisce gelosia per una schiava condotta dallo sposo, e anch’essa mostra da principio una mitezza e una generosità che forse non sono sincere, e che certo sono smentite dai fatti.

Allineate queste risonanze eschilee, convien súbito soggiungere che però non è facile immaginare scene sostanzialmente meno simili alle eschilee.

Il tòno fa la musica; e il tòno è qui dato dal personaggio di Deianira. Vediamolo un po’ da vicino. E guardiamolo addirittura riflesso nel lusinghiero specchio delle parole del Jebb. «Essa è un tipo perfetto di gentile femminilità. Tutta la sua vita è trascorsa in casa. Chiunque l’avvicini, è vinto dal suo fàscino. È piena di generosità e di tenera simpatia per l’inesperienza e la sventura. Sin dalla prima giovinezza, non ha provato che ambasce, appena interrotte da fuggevoli sprazzi di felicità, nei rari e brevi ritorni di Ercole alla sua casa. È devotissima allo sposo; ma la devozione appare meno [p. 110 modifica]nelle sue parole che nella generica orientazione dei suoi pensieri».

Sta bene. Un po’ troppo color di rosa, perché, si sa, la passione dà le traveggole; ma sostanzialmente è cosi. E siamo anche disposti a credere col Jebb (al solito, senza giurarlo) che il lungo discorso che ella rivolge a Lica per indurlo a dire la verità, sia sincero e non infinto, siam pronti a perdonarle il mutamento di sentimenti, che, senza dubbio, ella dimostra poi nelle sue confidenze al coro. Ma sussiste il fatto che tutte codeste belle qualità non son da eroina, bensí da donna qualunque. Se non che, anche senza toccare i vertici dell’eroismo, una donna può avere facoltà che la innalzino un po’ sopra il comune gorgo delle anime. Ma Deianira non ne possiede proprio nessuna. Basterebbe la sua perfetta abulìa. Per quanto angosciata dalla troppo lunga assenza dello sposo, di propria iniziativa non sa far altro che recriminare e gemere: una schiava deve suggerirle il consiglio, abbastanza ovvio, di mandare il figlio, oramai grande, alla ricerca del padre; quando le risulta palese l’infedeltà d’Èrcole, non sa far di meglio che chieder consiglio al coro — che qui, per giunta, è composto di ragazze — che non sembrerebbero proprio le piú adatte a simile ufficio; e, sul punto di spedire la tunica, esita ancora e chiede consigli. Una donna qualunque, dicevo; e, talora, nella espressione dei sentimenti, donnetta. Questa Deianira è lontana, piú ancora che non sia veruna delle figure di Euripide, dalle animose viràgini di Eschilo.

Piena di grandezza tragica è invece la figura di Ercole; e i suoi discorsi sono certo da mettere accanto alle ispirazioni piú alte di tutto il teatro di Sofocle.

Ma debbo soggiungere che questo mio giudizio si allontana da quello di molti critici moderni.

Il Jebb osserva che questo Ercole è poco simpatico. [p. 111 modifica]E ciò, perché si dimostra pessimo marito: pessimo perché tradisce, senza discrezione, la impareggiabile Deianira, e perché, quando viene a sapere la fondamentale innocenza della povera donna, non si affretta a ritirare tutte le imprecazioni e le ingiurie, veramente epiche, che ha scagliate contro di lei, quando la credeva colpevole volontaria. «Non esisteranno molti spettatori — chiede il Jebb — che, assistendo agli spasimi di Ercole, rimarranno relativamente freddi?»

Certo che esisteranno; e, fra gli altri, ne esiste uno che da lungo tempo ha diritto alla proedria, Ulrico von Wilamowitz Moellendorf. Ma saranno per l’appunto quelli che presumono giudicar la tragedia con la psicologia di Taddeo. Il che non si può, per la contraddizion che nol consente. Lo so, per il loggione sarebbe stato molto opportuno che Ercole ritrattasse le contumelie lanciate contro l’eroina, sua legittima consorte. Se non che, le ritrattazioni non hanno mai fatta una gran figura tra le evocazioni eroiche e le magnanime apostrofi. E poi, volontario o involontario, è davvero impagabile il servizio che la brava donnetta ha reso al suo consorte seminume.

La condanna di simili metodi è implicita nelle parole in cui il Masqueray, rincarando sul Jebb, precisa meglio il suo «punto di vista». «Ercole — egli dice — incarna un elemento eroico che oggi fa un’assai magra figura di fronte a Deianira, la quale incarna un elemento assai piú umile, quello della virtú domestica. Senza dubbio, non lesiniamo la nostra ammirazione all’eroismo, massime se intermittente (impagabile, questo eroismo intermittente, come la terzana); ma quando si prolunga, turba la nostra tranquillità, e noi diciamo che la virtú quotidiana d’una Deianira non è inferiore, tutt’altro, alle clamorose gesta d’un Ercole».

Non c’è da apporre: è questione d’apprezzamento. Però, [p. 112 modifica]è ben lecito dubitare se Don Abbondio possa esser mai buon giudice di poesia, e massime di poesia eroica. Una affermazione, invece, dello stesso Masqueray, ha valore obiettivo ed incontrovertibile. Ed è che le sue osservazioni avrebbero dato il mal di mare a tutti i contemporanei di Sofocle.

Il guaio è poi che da tali premesse si fanno discendere altre non meno importanti e strane conclusioni d’indole estetica. Osservato che questa minor simpatia ispirata da Ercole diminuisce la figura dell’eroe, e fa giganteggiar sempre piú quella di Deianira, il Jebb conclude che tale disequilibrio nuoce in complesso all’unità artistica della tragedia; il cui fulcro principale dovrebbe esser pur sempre l’eroe.

Ma si risponde facilmente che l’assioma implicito in questa osservazione è interamente arbitrario, e che l’eccellenza d’una figura scenica non saprebbe mai, in verun caso e in verun modo, diminuire il valore d’un dramma.

Ma, insomma, su queste «Trachinie», la discussione è troppo costretta ad argomenti soggettivi. Concludiamo.

Un piano epico-lirico, un titolo e molti particolari che fanno pensare ad Eschilo.

Una delle due figure principali — Deianira — di tipo euripidesco, anzi disegnata con un’aderenza al vero piú fedele della euripidesca. E ad Euripide ci richiama anche, indiscutibilmente, il lungo prologo.

In Ercole, invece, rifulgono le piú alte caratteristiche del genio di Sofocle. E nel dialogo fra Lica e il vecchio popolano è, sensibilissima, massime nello spunto, un’eco del contrasto dell’«Edipo re» fra il pastore di Laio e il messo di Corinto. E sofoclèo è il canto di giubilo che intona il coro all’annunzio del ritorno di Ercole: sofoclea la maggior parte delle immagini: sofoclea l’eloquenza dei personaggi: sofoclei sono i canti corali, e talvolta cosí decisamente, da poter servire da prototipi. [p. 113 modifica] Dinanzi a questo miscuglio, si rimane perplessi. Trarne conclusioni cronologiche, mi sembra impresa disperata; ma non vedo ragioni sufficienti per dubitare della paternità di questo dramma, che nel complesso, anche a far astrazione dalla grandiosa figura di Ercole, riesce quanto mai piacevole ed attraente.

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