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Le Mille ed una Notti/Storia di Abu-Niut e di Abu-Niutin, ossia l'Uomo Benefico e l'Ingannatore

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Storia di Abu-Niut e di Abu-Niutin, ossia l'Uomo Benefico e l'Ingannatore

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Storia di Abu-Niut e di Abu-Niutin, ossia l'Uomo Benefico e l'Ingannatore
Il Figlio del Pescatore Avventure d'un Cortigiano

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STORIA

DI ABU-NIUT E DI ABU-NIUTIN,

OSSIA L’UOMO BENEFICO E L’INGANNATORE.

«— Un uomo chiamato Abu-Niut ossia il Benefico, ridotto alla miseria, risolse di abbandonare il paese natio, in cerca di miglior fortuna, e si mise in viaggio con uno sceriffo, unico suo avere. Cammin facendo, incontrò un altro col quale strinse amicizia, e seppe che chiamavasi Abu-Niutin ossia l’Ingannatore. Viaggiando amendue pel medesimo motivo, stabilirono di associarsi, e si convenne che Abu-Niut terrebbe la borsa comune. L’ultimò venuto aveva dieci sceriffi.

«Dopo alcuni giorni di penoso viaggio, giunti in una città, videro accostarsi un mendicante, che disse loro: — Pii credenti, fatemi l’elemosina, e Iddio ve ne renderà il decuplo.» Abu-Niut gli diede uno sceriffo, e tal generosità sdegnò tanto il suo compagno di viaggio, che, richiesto il denaro consegnatogli, lo lasciò privo affatto di mezzi. Abu-Niut, rassegnato alla sorte e confidando nella Provvidenza, entrò in una moschea per farvi le sue divozioni, sperando trovare qualche anima generosa che lo soccorresse nella sua miseria; ma vi rimase una notte ed un giorno senza che alcuno gli facesse la minima carità. Stretto dal bisogno, aspettò la seconda notte, [p. 205 modifica] ed uscito dalla moschea, messosi a vagare con passo vacillante per le vie, vide in fine un servo che gettava fuor di casa gli avanzi d’un lauto pranzo. Li raccolse Abu-Niut, e postosi in disparte, mangiò ciò che vi potè trovare di meglio, alzando gli occhi al cielo, e ringraziando l’Onnipossente di aver avuto pietà di lui. Il servo che l’osservava, commosso dell’infelice condizione di Abu-Niut e della di lui pietà, corse ad informarne il padrone, e questi, uomo compassionevole, cavate dalla borsa dieci pezze, ordinò al domestico di portarle al miserello. Il servo ne tenne una per l’incomodo, e portò il resto all’infelice viaggiatore, il quale, contato il denaro, ringraziò Iddio, ma in pari tempo osservò che, secondo le sacre scritture, avrebbe dovuto ricevere dieci monete per quell’una che dato aveva al mendicante. Il padrone, intese tali parole, fece venite Abu-Niut, e volle conoscerne le avventure , che quegli narrò fedelmente. Era colui un ricco mercatante, e rimase tanto allettato della pietosa semplicità di Abu-Niut, che volle essergli protettore, e lo alloggiò in propria casa. Scorsi alcuni giorni, il mercante, uomo esattissimo nell’adempire ai religiosi doveri, esaminò le merci, ne preso la decima parte e la diede al suo protetto, consigliandolo ad aprir bottega e tentare la fortuna nel commercio; consiglio che, seguito da Abu-Niut, riuscì sì felicemente, che in pochi anni divenne uno dei più ricchi negozianti della città.

«Or essendo un giorno seduto nel suo magazzino, vide un uomo coperto di cenci, magro e cogli occhi infossati, che chiedeva l’elemosina colle grida importune della miseria. Subito lo riconobbe per l’antico compagno di viaggio, ed impietosito alla vista del miserabile suo stato, lo fece chiamare, mandò a prendergli qualche cibo per appagarne i primi bisogni, ed indottolo a passare la notte in casa propria, [p. 206 modifica] chiuso ch’ebbe il magazzino, lo condusse seco, e gli fe’ preparare un bagno caldo e buone vesti. Dopo cena, conversarono insieme di varie cose, sinchè Abu-Niut finalmente sclamò: - Non ti ricordi di me, fratello? — Per Dio, no, generoso mio ospite, ma chi sei? — Sono l’antico tuo compagoo di viaggio; i miei sentimenti non sono cangiati, nè ho dimenticata l’antica nostra relazione. La metà di quello che posseggo è tua.» Infatti, il troppo generoso Abu-Niul fece lo scomparto, e donò la metà degli averi all’ingrato compagno, il quale mise bottega e fece brillantissimi negozi. Stavano da qualche tempo l’un l’altro vicini, godendo di alta considerazione, quando Abu-Niutin, annoiato di quella placida vita, propose all’amico di far un viaggio d’utile insieme e di diletto. — Perchè dovremmo viaggiare?» disse Abu-Niut; «non abbiamo trovato qui la pace e la felicità? Qual luogo del mondo ce ne offrirebbe di più?» Abu-Niutin non fece alcun caso di quelle sagge osservazioni, e l’importunò in modo, che il debole Abu-Niut finalmente cedette al di lui capriccio; talchè, fatta preparare una tenda, caricarono camelli e muli con gran quantità di merci, e si diressero verso Mossul.

«Dopo dieci giorni di cammino, giunsero la sera presso una profonda cisterna, e quivi accamparono. La mattina seguente, Abu-Niut volle discendere nella cisterna per riempire più presto gli otri ad uso della carovana, mai più sospettando la ricompensa che l’indegno compagno riserbava a’ suoi benefizi; ma quello sciagurato, che ne invidiava la felicità e le ricchezze, tagliò la corda che doveva servire alla riascesa di Abu-Niut, e partì, abbandonandolo al tristo suo destino.

«Il povero mercatante rimase tutto il giorno nel pozzo, sempre confidando nell’Altissimo, e da lui [p. 207 modifica] attendendo la sua liberazione. Verso la metà della notte, due geni malefici vennero a sedere sull’orlo della cisterna, ed uno disse: — Io sono al colmo de’ miei voti, chè finalmente posseggo la bella principessa di Mossul, nè temo che me la rapiscano, essendo mestieri spargerle sotto ai piedi, durante il servigio divino nella grande moschea, un’infusione di assenzio, ed è impossibile che nessun mortale possa trovare una simile ricetta. — Nè io sono men di te felice,» soggiunse l’altro genio; "posseggo, nascosta sotto la collina vicina a Mossul, una quantità incalcolabile d’oro e di gemme. Per penetrare nel mio tesoro, bisognerebbe uccidere sulla collina un gallo bianco e spargervene sopra il sangue. Niuno riuscirà certo ad indovinare tal segreto.» Dopo siffatte reciproche confidenze, i due geni, ripreso il volo, scomparvero.

"Ma Abu-Niut ritenne in mente, parola per parola, il dialogo inteso, e la sorte sua propizia volle che una carovana, giunta allo spuntar del giorno, lo cavasse dall’umido suo carcere. Fattogli prendere qualche cibo, gli si chiese per qual caso fosse caduto in quella cisterna; ma egli, troppo generoso per palesare il tradimento dell’amico, rispose che, essendosi addormentato sull’orlo, eravi caduto, e che i suoi compagni di viaggio avevano proseguita la strada senza accorgersi della di lui assenza. Chiesto il permesso di accompagnare i suoi generosi liberatori a Mossul, ed avendovi essi acconsentito, gli diedero pure una cavalcatura. Mentre la carovana entrava nella città, il popolo era in grandissimo trambusto, ed egli seppe che stavasi per decapitare un medico, il quale erasi impegnato, ma indarno, a scacciare lo spirito maligno, ond’era posseduta da lungo tempo la figliuola del sultano, e che tale era stata la sorte di parecchi infelici medici, che avevano provata indarno l’arte loro sulla sventurata principessa. Corso [p. 208 modifica] adunque Abu-Niut al palazzo, ottenne di essere presentato al sultano: prosternatosi, secondo l’uso, offrì di scacciare lo spirito maligno, domandando per prima ricompensa che si risparmiasse il medico. Acconsentì il sultano alla richiesta, ma gli dichiarò che, ove non riuscisse nell’impresa, sarebbe stato in un coll’altro posto a morte come indegni ciarlatani. Abu-Niut desiderò che si attendesse sino venerdì, supplicando il principe di far osservare quel giorno in modo solenne, acciocchè le preghiere di tutti i veri credenti attirassero sull’operato le benedizioni del cielo. Il sultano acconsentì a tutto: il supplizio del medico fu sospeso, ed il sovrano diè ordine di custodirlo in palazzo, dove fu pure assegnato un appartamento ad Abu-Niut. Si bandì poi nella città l’ordine dell’esatta celebrazione del servigio divino, minacciando dello sdegno reale chi non vi si uniformasse.

«Il venerdì seguente, messasi in preghiera tutta la città, Abu-Niut preparò, come aveva indicato il genio, l’infusione d’assenzio; poi, introdotto nell’appartamento della donzella, che trovavasi in profondo sopore, glie la sparse sotto i piedi. Tosto fu inteso un altissimo strido, ed ella si destò come da doloroso sonno, chiamando le sue donne perchè l’aiutassero a vestirsi. La felice notizia della liberazione della principessa fu all’istante portata al padre, il quale corse, trasportato di gioia, ad abbracciare la diletta figliuola ordinando in pari tempo allegrezze pubbliche e copiose elemosine, e volendo che Abu-Niut chiedesse egli medesimo il premio dell’importante suo servigio. Il medico che avea fallito, fu posto in libertà con un ricco regalo. Abu-Niut, colpito dall’avvenenza della principessa, la chiese per guiderdone in matrimonio; il sultano, consultati i visiri, fu da essi sollecitato a rimettere alla domane la risposta, [p. 209 modifica] esigendo un affare di tanta importanza gravi e mature riflessioni. Allorchè Abu-Niut fu partito, i visiri rappresentarono al re come fosse d’uopo che il marito di sua figlia possedesse per lo meno grandi dovizie; imperocchè, quantunque colui avesse scacciato lo spirito maligno, se non poteva mantenere la principessa in modo corrispondente all’alta sua nascita, certo non meritava di possederla. Lo consigliarono adunque a scegliere un certo numero de’ suoi più preziosi gioielli, mostrarli al forestiero e chiedergliene d’egual valore per dote della principessa, promettendogli che qualora potesse presentarne di simili, sarebbe accettato per genero; ma, in caso diverso, dovea contentarsi, pe’ suoi servigi, d’una ricompensa meno ambiziosa.

«La mattina dopo, allorchè Abu-Niut tornò al palazzo, il sultano, schieratigli dinanzi i più preziosi gioielli, gli dettò le condizioni; questi, guardando le gemme con certo qual dispregio, annunziò al principe che il giorno appresso glie ne presenterebbe dieci volle tanto, e d’un valore superiore d’assai. La qual promessa fece stupire tutta la corte, essendo noto che, fra tutti i principi, il sultano di Mossul era quello che possedeva le più belle gemme.

«Ritiratosi Abu-Niut, andò al mercato, e fatto l’acquisto d’un gallo tutto bianco, e portatolo a casa, lo custodì sino al sorger della luna. Allora, uscito solo dalla città, si recò alla collina di terra azzurrognola, che il secondo genio aveva dipinta siccome quella che nel suo seno celava infiniti tesori. Giunto alle falde, e salito sulla vetta, tagliò il collo al gallo, ed appena cominciava a colarne il sangue che, scossa la terra, presentò subitamente un’apertura, attraverso la quale Abu-Niut scoprì, con grande allegrezza, un mucchio di gemme d’inestimabil valore e di moltissime specie. Corse allora alla città, e procuratisi dieci [p. 210 modifica] camelli, con due ceste ciascuno, tornò a riempirle dei tesori, che portò a casa dopo aver colmata la cavità del monte.»

NOTTE DXC

— «La mattina appresso, Abu-Niut si recò alla reggia colle sue ricchezze, ed entrato nella corte del consiglio, dove il sultano l’attendeva, e fattogli un profondo inchino: — Sire,» gli disse, «scendete un momento per esaminare la dote della principessa.»

Alzossì il principe, discese, e messi che si furono in ginocchio i camelli, visitò le ceste, rimanendo talmente abbagliato dallo splendore di quelle pietre, superiori d’assai alle sue, che non potè trattenersi dall’esclamare: — Per Dio! i tesori di tutti i sultani dell’universo non potrebbero presentare gioie simili a queste.» Rinvenuto dallo stupore, consultò i ministri sulla condotta da tenere con Abu-Niut, e tutti furono d’avviso che si dovesse senza ritardo accordargli la mano della principessa. Furono adunque celebrati subito gli sponsali con gran pompa, e tanto bene si condusse il genero nella nuova dignità, che il sultano l’incaricò di tenere in sua vece le pubbliche udienze, e giudicare le liti tre volte la settimana.

«Era Abu-Niut da qualche tempo al potere, allorchè un giorno che, sotto il peristilio magnifico d’un suo castello di campagna, dava udienza, scorse nella folla un uomo coperto di cenci, e che in aria mesta gridava: — O voi, fedeli credenti, uomini [p. 211 modifica] caritatevoli, abbiate pietà d’un infelice!» Fattolo avvicinare, non fu mediocre la sua sorpresa, riconoscendo in colui l'indegno suo compagno, il perfido Abu-Niutin, che lo aveva sì vilmente abbandonato nella cisterna. Senza farsi conoscere, nè lasciar trasparire altra emozione, fuor di quella che la pietà produce, lo fe’ condurre al bagno, dove fu rivestito d’un abito magnifico, e quindi ricondotto al consiglio. Ritirandosi allora nel proprio gabinetto con lui: — Mio vecchio amico,» gli disse Abu-Niut, «non mi riconosci? — No, o signore,» rispose l’altro. — Hai dunque dimenticato Abu-Niut, tuo compagno e benefattore, che sì vilmente tradisti?» Gli narrò poscia tutte le sue avventure, ed assicurollo che, lungi dal conservare alcun rancore pel suo tradimento, lo risguardava come il volere del destino e come lo strumento dalla fortuna adoperato per innalzarlo alla nuova sua dignità ed accordargli ricchezze, che pur voleva dividere con lui. Ma nulla poteva cangiar il cuore dell’invidioso Abu-Niutin; che, invece di ringraziare il generoso amico per la clemenza e liberalità sua, sclamò: — Giacchè la cisterna è stata tanto a lui favorevole, perchè non lo sarebbe anche per me?» Sì dicendo, alzatosi d’improvviso, senza nemmeno prendere onesto congedo, lasciò Abu-Niut, il quale, sempre generoso, non si offese di quell'indegno procedere.

«Corso pertanto Abu-Niutin alla cisterna, vi discese coll’ aiuto d’una corda, e là sedette, aspettando con impazienza l’arrivo de’ due geni. Ci vennero essi infatti verso mezzanotte, e, fermatisi sull’orlo, interrogaronsi sulle vicendevoli avventure. — Dopo che ci siam da ultimo veduti,» disse uno, «ebbi disgraziato il giuoco; uno scaltro musulmano trovò il segreto d'ingannarmi, ed ha sposata la principessa. Nè posso vendicarmene, poichè si trova sotto la [p. 212 modifica] protezione d’un genio convertito, che il Profeta mandò alla sua custodia. — Ed io,» rispose il compagno, «io sono al par di te disgraziato, chè quel musulmano medesimo scoprì le mie ricchezze, e le conserva a dispetto di tutti i miei sforzi per ricuperarle. Ma colmiamo questa infame cisterna, che dev’essere stata la causa di tutti i nostri guai.» Sì dicendo, dato di piglio a pietre enormi, le gettarono nella cisterna, schiacciandovi l’ingrato ed invidioso Abu-Niutin.

«Alcuni giorni dopo, il buon Abu-Niut, non vedendo tornare il miserabile compagno, andò alla cisterna, e vedutala colma, la fece sgombrare, e trovando il cadavere mutilato di Abu-Niutin, indovinò come fosse stato, colla sua perfidia, strumento della propria morte, talchè sclamò, con pietoso accento: — Non v’ha rifugio che nell’Altissimo: possa egli difenderci dall’invidia, che non torna funesta se non al disgraziato che n’è riarso! —

«Abu-Niut tornò alla capitale, dove, alcun tempo dopo, il sultano, alla sua morte, lo lasciò erede della corona. I mariti delle due sorelle maggiori di sua moglie gli contrastarono l’eredità; ma intendendo i ministri ed il popolo di far rispettare gli ultimi voleri del sultano, li costrinsero a rinunziare alle loro pretese ed a sottomettersi all’autorità di Abu-Niut, il quale rimase infine tranquillo possessore del trono, e visse felice in seno alla propria famiglia. —

«Soddisfatto il sultano di quei racconti, congedò i tre avventurieri, colmandoli di nuovi doni.»

L’alba non era ancor comparsa, e Scheherazade si accinse tosto ad un’altra novella.