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Il Figlio del Pescatore

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Storia del Sultano di Hind Storia di Abu-Niut e di Abu-Niutin, ossia l'Uomo Benefico e l'Ingannatore
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IL FIGLIO DEL PESCATORE.


«— Avendo un pescatore e suo figlio pigliato un pesce enorme, il padre concepì l’idea di offrirlo al sultano nella speranza di generoso guiderdone. Mentre dunque andava a casa a prendere un cesto adattato, il figlio, tocco di compassione per l’animale, tornò a buttarlo nell’acqua; ma temendo poi la collera del padre, si diede alla fuga, e giunse in una città lontana, dove ottenne di servire.

«Un giorno che trovavasi al mercato, vide un Ebreo comprare ad altissimo prezzo un gallo, cui mandò alla moglie, con ordine di custodirlo sino al suo ritorno. Vedendo il giovane la grossa somma pagata dal Giudeo per quel gallo, immaginò che posseder dovesse qualche straordinaria qualità, e risolse di rendersene padrone. A tale scopo comprati due bei capponi, li portò alla moglie dell’Ebreo, pregandola, da parte del marito, di restituire il gallo, da lui cambiato, diceva, coi due capponi. Glielo diede la donna, ed il pescatore, ucciso l’animale, vi trovò nelle interiora un anello magico. Stropicciatolo, ne uscì una voce che gli chiese i suoi ordini, assicurandolo che [p. 201 modifica]

sarebbero subito eseguiti dagli schiavi dell’anello. Lieto il giovane della preziosa scoperta, pensava all’uso da fare del suo tesoro, allorchè passò per caso davanti al palazzo del re, alla cui porta stavano sospesi parecchi teschi umani. Chiestane la ragione, gli fu risposto esser quelle le teste dei principi, i quali, non avendo potuto adempiere alle condizioni sotto le quali offrìvasi loro in matrimonio la figliuola del sultano, avean subito la sorte cui eransi da sè medesimi dannati. Coll’aiuto del possente suo talismano, sperò il giovane di essere più felice di quelli, e risolse di chiedere la mano della principessa. Soffregato pertanto l’anello, e fattasi sul momento udire la voce, egli comandò di recargli un ricco abito, il che tosto eseguito, lo indossò, presentossi al palazzo, e fattosi introdurre dal re, gli palesò il pericoloso motivo che lo conduceva. Acconsentì il monarca alle sue brame, sotto la condizione però che sarebbe messo a morte se non riusciva, a spostare un’alta ed enorme montagna di sabbia posta in un angolo del palazzo, prova indispensabile per divenirgli genero. Il pescatore accettò, ma chiese quaranta giorni di tempo per compiere quel trasporto, cosa che gli fu concessa. Tornato a casa, fregò l’anello, e comandò ai geni di far iscomparire la montagna, erigervi in sua vece un palazzo magnifico, e disporlo convenevolmente per dimora reale. In quindici giorni ogni cosa fu all’ordine. Allora sposò la principessa, e fu dichiarato erede del trono.» [p. 202 modifica]

NOTTE DLXXXIX

— «Frattanto l’Ebreo, al quale il pescatore aveva trafugato il gallo e l’anello magico, voleva mettersi in viaggio per cercar di ricuperare il tesoro, ma saputo in breve lo spostamento della montagna e l’erezione del palazzo, pensando non si avesse potuto eseguire tal meraviglia se non col mezzo del suo anello, ruminò fra sè qualche strattagemma per rimettersi al possesso del suo bene. Travestitosi da mercatante, recossi al palagio, annunziando di aver preziosi gioielli da spacciare. Mandò la principessa uno ischiavo per esaminarli e saperne il prezzo; ma l’Ebreo rispose non avrebbe preso se non anelli vecchi in cambio.- La principessa allora, ricordandosi che suo marito ne teneva uno vecchio ed assai brutto in un cassettino, trafugatolo mentr’ei dormiva, lo mandò al mercatante, il quale, riconosciutolo, consegnò subito tutti i suoi gioielli, e se ne partì ratto; avendo poi sfregato il talismano, comandò ai geni di trasportare il palazzo con tutti gli abitanti, tranne il figlio del pescatore, in un’isola lontana e deserta; cosa che fu in un lampo eseguita. Allo svegliarsi, lo sposo della principessa trovossi coricato sul monte di sabbia, che aveva ripreso l’antico suo posto; alzossi, e temendo l’ira del sultano per la perdita della figliuola, fuggì in un altro regno. Trascinava la vita nel dolore e nella miseria, non sussistendo se non per la vendita di alcuni gioielli che adornavano gli antichi suoi abiti, quando un giorno, vagando per la città, incontrò un uomo, che gli offerse di vendergli un cane, un gatto [p. 203 modifica] ed un sorcio. Invogliatosi di fare quel bizzarro acquisto, comprò le tre bestie, le quali doveano distrarlo da’ suoi affanni colle gherminelle gli scherzi loro. Ma quei pretesi animali erano stregoni, che, per ricompensare il generoso pescatore delle sue cure e della sua bontà , determinatisi di rimetterlo al possesso di quanto aveva perduto, l’informarono del loro divisamento. Li ringraziò egli giubilando, e tutti e quattro si misero in cammino per trovare il palazzo, l’anello e la principessa. Dopo un lungo viaggio, giunsero alle sponde dell’Oceano, da cui videro l’isola che racchiudeva i preziosi oggetti delle loro ricerche. Il cane allora traversò a nuoto il mare, portando sul dorso i due compagni, e poi si diressero tutti al palazzo. Entratovi il sorcio, e visto l’Ebreo addormentato sur un sofà con accanto l’anello, addentatolo, corse a raggiungere gli amici, e tutti e tre si accinsero a rivarcar il mare; ma giunti alla metà del tragitto, il cane s’invogliò di portar l’anello in bocca; il sorcio vi si oppone pel timore non lo lasciasse cadere; il cane allora minaccia i compagni, se ricusavano, di sommergerli nell’onde; talchè il povero sorcio, allarmato per la propria vita, cedette l’anello al cane, il quale, nel volerlo addentare, lo lasciò cadere. Approdati, narrarono la disgrazia al figlio del pescatore, ed egli, disperato del funesto caso, volea darsi la morte; ma mentre stava per eseguire il fatal pensiero, comparve un pesce enorme con in bocca l’anello, il quale, avvicinatosi alla riva, depose il talismano ai piedi del giovane, dirigendogli queste parole: — Io sono il pesce che salvasti da morte, e così ricambio il tuo benefizio.» Il pescatore, al colmo della gioia, recessi alla capitale dello suocero: giunta la notte a fregato l’anello, ordinò ai geni di rimettere nel primiero luogo il palazzo, il che avvenne sul momento. Pigliò quindi l’ebreo e lo fe’ gettare in un rogo [p. 204 modifica] acceso, che l’arse in breve. Rivide poi la vezzosa sua sposa, colla quale passò giorni felici, ed alla morte dello suocero asceso sul trono, regnò felicemente molt’anni. — Toccò la volta al terzo degli avventurieri graziati, ed egli cominciò in tal guisa: