La spedizione inglese in Abissinia (1887)/V

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La strada percorsa dalle truppe.

La baia di Annesley è una vasta insenatura di 7 chilometri circa di larghezza per 30 di lunghezza, determinata, nel suo contorno, dalla spiaggia di Zula e dalla penisola di Buri. Sicura, per la sua stessa conformazione, dai venti di ponente, mezzogiorno o levante, e difesa, a nord, dall’arcipelago di Dalac che ne segna l’entrata, questa baia può offrire tranquillo rifugio anche alla flotta più numerosa.

Alla spiaggia di Zula mette foce il torrente Haddas; e risalendo un affluente di questo si giunge al passo di Komélu, da dove con quattro giornate di marcia si riesce sull’altipiano abissino.

Più volte, prima d’ora, a proposito della linea di marcia delle truppe, è sfuggita in queste pagine la parola strada; ma questa parola va presa semplicemente nel senso di direzione, perchè in Abissinia non esistono strade, e non si incontrano che sentieri tracciati dalle impronte di pedoni, cammelli o cavalli. Ora, un semplice sentiero non poteva certo bastare ad un corpo di spedizione il quale conduceva seco, oltre al resto, una batteria di cannoni Armstrong da 12; e si dovette quindi dar mano alla costruzione di una vera strada. [p. 27 modifica]

La landa deserta che dalla riva del mare si stende sino a Komélu non poteva offrire alcuna difficoltà: e due file di pietre, che tracciavano la linea più breve tra l’accampamento sulla spiaggia ed il piede delle montagne, furono sufficienti al bisogno.

Ma oltre Komélu le cose si presentarono subito ben diverse; ivi incomincia la valle per la quale si doveva salire sull’altipiano: e quella valle, lunga 100 chilometri circa e sempre angusta, si restringe in taluni punti sino a non lasciare più di cinque o sei metri tra le due pareti che si innalzano a picco; i zappatori furono costretti ad aprire passaggi per mezzo di mine, ad incanalare rigagnoli, a fare rialzi di sostegno, a sciogliere, in una parola, tutti i problemi che può offrire la costruzione di una strada.

La stretta di Suru, che gli Inglesi avevano battezzata col nome di scala del diavolo (devil’s staircase) è stupenda dal lato pittoresco, ed ha bellezze selvagge veramente imponenti: le poche tende piantate qua e là dove lo spazio ed il terreno lo permettevano, i fuochi delle cucine, il suono stridulo delle trombe, stranamente ripercosso dalle roccie, e finalmente gli stessi pionieri indiani coi loro bizzarri abbigliamenti, aggiungevano a quelle bellezze un qualcosa di fantastico che le faceva maggiormente spiccare.

Superata quella valle, e giunti a Senafe, gli zappatori poterono dire di avere assicurata la parte più difficile del compito loro, poichè ivi cominciavano quegli altipiani, leggermente ondulati, pochissimo coltivati, e quasi privi d’alberi, che non dovevano presentare ostacoli alla marcia.

Ma non sempre la direzione della marcia poteva coincidere con quella degli altipiani; talvolta gli altipiani stessi scomparivano ad un tratto per far luogo ad una semplice cresta fiancheggiata da profondi burroni: e gli zappatori, costretti a tracciar la strada nelle valli laterali, ebbero nuove occasioni di dar prova d’alacrità e di valentia nell’arte.

In tal modo i cannoni Armstrong poterono essere trainati da cavalli fino ad Antalo, ossia a 300 chilometri dal mare: da quel punto, vista la necessità di far presto, il progetto della strada rotabile fu messo da parte; i cannoni furono caricati sugli elefanti1, ed i [p. 28 modifica]pochi lavori necessari per il passaggio delle truppe vennero affidati alla fanteria.


Lo spettacolo degli altipiani era monotono e triste; ma quando la strada scendeva nelle valli, la scena diventava subito tutt’altra: alle incolte e vaste pianure succedevano allora gole, dirupi e boschi foltissimi d’olivi, di ginepri, d’acacie, dai quali, attraverso qualche spazio scoperto, apparivano, di tratto in tratto, allo sguardo giganteschi ammassi di monti e colline, oppure le lontane pianure che si stendono tra le falde delle montagne abissine e le rive del Mar Rosso.

Dopo Senafe, prima stazione sugli altipiani, la linea di marcia era stata per Addi Gheràt ed Antalo. Poche marcie dopo Antalo il corpo di spedizione mise le tende a breve distanza dal lago Ascianghi: questo lago, a 2475 metri sopra il livello del mare, appartiene, geograficamente, al versante orientale della catena abissina; la sua bella distesa d’acqua, i monti e le colline che lo dominano da tutte le parti, i numerosi villaggi, graziosamente collocati all’ingiro sulle alture, costituiscono, tutt’insieme, un paesaggio assai pittoresco; ma il terreno paludoso che circonda le rive, e gli alligatori che vi si trovano, rendono assai pericoloso l’avvicinarsi, e fanno sì che non una sola barca si veda solcare le acque del lago.


A poche marcie da Magdalà si incontrano i due grandi altipiani di Uadela e di Talanta, divisi tra loro da una valle strettissima e profonda, dove sarebbero stati necessarii non pochi nè facili lavori per costruire una strada; ma fortunatamente la linea di marcia delle truppe veniva appunto allora a confondersi colla direzione seguita da re Teodoro per recarsi a Magdalà; ed il re, che aveva preceduti gli inglesi di qualche settimana conducendo seco i suoi famosi cannoni, era stato costretto a costruire attraverso quella valle una strada rotabile che poi non pensò o non si curò di distruggere, e di cui gli inglesi poterono approfittare.

Dall’altipiano di Talanta si scese nella valle del Bascilo, e, rimontando poscia un piccolo affluente dello stesso Bascilo, si giunse finalmente a piantare le tende sulle alture che conducono a Magdalà. [p. 29 modifica]

La linea seguita dal corpo di spedizione, se era la più breve e la più facile, non era certo nè la più bella nè la più interessante: quegli altipiani, sia per la loro grande elevazione sopra il livello del mare, sia per la vicinanza dei Gallas, tribù nomadi maomettane, nemiche acerrime degli Abissini, sono poco abitati, e pochissimo coltivati; successe talvolta di marciare giornate intere senza neppure vedere un albero, tal’altra di dover fare qualche chilometro per trovar acqua; e i pochi villaggi che si incontravano, addossati tutti a qualche masso roccioso, oppure nascosti in qualche insenatura di valle, non offrivano altro vantaggio che di poter esaminare da vicino lo squallore e l’abbrutimento in cui vivono quelle strane popolazioni cristiane.

Numerosi indigeni venivano a visitare ogni giorno gli accampamenti, e, seduti a terra in crocchi di otto o dieci, stavano osservando, per ore ed ore, a bocca aperta ed occhi spalancati, le meraviglie di un consorzio europeo; alcuni d’essi, più socievoli, offrivano i loro pochi prodotti, come miele, burro, latte, cera o pane d’orzo; e, non appena le truppe stavano levando il campo, turbe di donne e di bambini si gettavano sullo spazio occupato già dai cavalli a grattare la terra colle unghie, per raccogliere tra le immondizie gli avanzi del grano e dell’orzo.

L’abbigliamento di quegli indigeni non pecca certo di eccessiva complicazione; le donne vestono una semplice gonna di cuoio, oppure una camicia di grossa tela stretta alla cintura, e portano quasi tutte braccialetti di filo torto di ferro o di rame, e collane di conchiglie o di vetro; alcune, forse le più distinte, si colorano di rosso le unghie delle mani e dei piedi, e si coprono le gengive di certa pasta cenerastra che fa maggiormente risaltare la bianchezza dei denti; gli uomini vestono pantaloni di tela, portano un lenzuolo sulle spalle, a guisa di mantello, e quasi tutti vanno armati di lancia.

Uomini e donne sono sempre a piedi nudi e capo scoperto: e per diminuire gli effetti dei raggi solari ungono i capelli di burro ancora solido, che, liquefatto poi dal sole, lasciano colare giù per il corpo.

Oltre gli animali dei nostri climi, quelli che si incontravano con maggiore frequenza erano scimmie e sciacalli; di notte poi si era continuamente disturbati dagli urli delle iene affamate che si aggiravano intorno agli accampamenti: in alcune valli furono visti [p. 30 modifica]elefanti e leopardi, e sulla spiaggia di Zula non mancò chi pretese aver udito ruggire il leone.


Antalo è il più grosso centro di popolazione lungo la linea per corsa dalle truppe; ma anch’esso non è che un ammasso di capanne, addossate le une alle altre alla rinfusa.

Le capanne son quasi tutte a base circolare, con pareti in fango e pietre, e tetto conico di legno e paglia: ognuna d’esse forma una camera sola, priva di indizio qualsiasi di mobilio.

Naturalmente la posizione più bella o più elevata di ogni villaggio è occupata dalla chiesa: capanna anch’essa come le altre, ma ordinariamente più vasta, le cui pareti interne sono ornate di strani dipinti d’un arte assai primitiva, rappresentanti S. Giorgio che uccide il Drago, o Gesù Cristo in croce, o la Vergine Maria.

Presso Antalo si tiene ogni mercoledì un mercato dove convengono press’a poco tutti i prodotti del paese, come: granaglie, cera, miele, pane, tela, bestiame, ed alcuni altri come: stoffe grossolane, ornamenti in vetro, caffè, ecc., provenienti dal centro dell’Abissinia e importati forse dall’Egitto.

Il commercio di questi paesi non si manifesta che in queste fiere; e a rappresentarvi la moneta sono destinati, oltre ai talleri, pezzi di sale lunghi venti centimetri circa, stretti alle due estremità e un po’ più larghi nel mezzo.

La sola industria è quella del tesser tela, esercitata, s’intende, dalle donne, giacchè gli uomini non sono che agricoltori o guerrieri. Forse questa poco lieta condizione di cose è affatto speciale alla regione degli altipiani, troppo esposta alle selvaggie scorrerie dei Gallas, e dotata, a motivo della sua grande elevazione sopra il livello del mare, di un clima comparativamente rigido. Verso il centro dell’Abissinia e lungo le valli del Takazze e dei suoi affluenti, tutto porta a credere che si debba trovare, con una maggiore ricchezza di prodotti naturali, anche un maggior sviluppo di civiltà.

Note

  1. Al trasporto dei quattro cannoni Armstrong da 12 e dei due mortai da 8 pollici erano destinati 23 elefanti: ed il carico medio di ciascun elefante era calcolato di 8 quintali circa compreso il basto.