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Capitolo II Capitolo IV

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Capitolo III.

Gli dèi olimpici. — Sileno e la Moira. — La ingenuità. — La giustificazione della vita. — Lo specchio della bellezza.

Se tutto questo vogliamo ben capirlo, dobbiamo disfare a pietra a pietra, per cosi dire, l’edificio estetico della civiltà apollinea e arrivare alle fondamenta sulle quali è eretto. Vi troviamo in primo luogo le immagini sovrane degli dèi olimpici, che si ergono in cima all’edifizio, e le cui gesta adornano i suoi fregi in bassorilievi vistosi. Se anche Apollo è in mezzo a loro come una divinità in mezzo alle altre, senza pretendere al primo posto, questa eguaglianza di grado non deve trarci in inganno. Tutto quanto quel mondo olimpico è in genetale il prodotto del medesimo istinto che si è incarnato in Apollo; e in questo senso possiamo ben tenerne Apollo come padre. Quale fu il bisogno prodigioso, dal quale scaturì cotesto splendido gruppo di creature olimpiche?

Chi si accosta a questi olimpici con un alti a religione nel cuore, e domanda loro altezza morale, anzi santità, domanda spiritualità incorporea, misericordiosa amorevolezza, fa presto a voltar loro le spalle, scorato e deluso. Nulla in loro sa di ascesi, di spiritualità, di moralità: presso di loro non altro ci parla, che una lussureggiante, una trionfale esistenza, nella quale ogni cosa è deificata, e non importa nulla se sia [p. 36 modifica] buona o cattiva. Perciò l’osservatore deve fermarsi davvero stupito davanti a una siffatta soverchianza fantastica della vita, per domandarsi qual filtro magico avevano in corpo cotesti baldanzosi uomini, da godere in tal modo la vita, che dovunque guardassero, vedevano lampeggiarsi davanti il sorriso di Elena, immagine Fdeale della loro esistenza, «librata nella soavità dell’apparenza sensibile». Ma a questo osservatore già volto a tornare indietro, bisogna gridare: «Non venir via, prima di porgere l’orecchio a ciò che la sapienza del popolo greco ti dichiara intorno a quella vita medesima, che ti si stende innanzi con una serenità tanto inesplicabile! Racconta la favola antica, che il re Mida inseguì a lungo nella selva il savio Sileno, il compagno di Dioniso, senza poterlo prendere. Quando finalmente gli cadde nelle mani, gli domandò il re quale fosse per gli uomini la cosa migliore e la più eccellente di tutte. Il demone taceva, rigido e immoto; finché, sforzato dal re, ruppe in un riso sibilante con queste parole. Stirpe misera e caduca, figlia del caso e dell’ansia, perché mi costringi a dirti ciò che è per te il meno profittevole a udire? Ciò che è per te la cosa migliore di tutte, ti è affatto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma, dopo questa impossibile, la cosa migliore per te, ecco, è morir subito».

In che modo il mondo degli dèi olimpici si comporta davanti a cotesta sapienza popolare? Come la visione estetica del martire davanti ai suoi tormenti. [p. 37 modifica]

Così il monte incantato dell’Olimpo si fende, per cosi dire, al nostro sguardo, e ci mostra le radici. Il greco sapeva e sentiva i terrori e gli orrori dell’esistenza: precisamente per trovare la forza di vivere fu indotto a porre davanti a sé la luminosa creazione del sogno olimpico. Quella mostruosa confidenza contro le forze titaniche della natura, quella Moira spietata intronizzata a dominare su ogni conoscenza, quell’avoltoio che rode Prometeo, il grande amico dell’uomo, quel tremendo destino del savio Edipo, quella stirpe maledetta degli Atridi il cui fato costringe Oreste al matricidio, in una parola, tutta quella filosofia del dio silvestre insieme coi suoi esempi mitici, filosofia esaurita a fondo dai malinconici etruschi, ebbene, fu di continuo risoprasalita dall’espediente del mondo degli Olimpici, e, a ogni modo, fu coperta di un velo e sottratta allo sguardo. Sforzati dalla stretta più cupa della necessità, i greci per poter vivere doverono creare questi dèi; e il loro avvento possiamo rappresentarcelo chiaro, come il passaggio che, sotto l’istinto della bellezza apollinea, si compie lentamente dall’originaria teogonia titanica del terrore alla teogonia olimpica della gioia, al modo stesso come sbocciano le rose da uno spineto. Altrimenti, come mai quel popolo tanto suscettibile nel sentire, aperto a desideri tanto impetuosi, unico nella capacità di soffrire, avrebbe potuto tollerare l’esistenza, se l’esistenza non gli fosse stata mostrata nei suoi dèi, circonfusa di una gloria più [p. 38 modifica] alta? L’identico istinto che dà la vita all’arte, come a un complemento e completamento dell’esistenza che consiglia di continuare a vivere, diede anche origine al mondo olimpico, nel quale la «volontà» ellenica alzò davanti a sé stessa uno specchio trasfiguratore. Cosi gli dèi giustificano la vita umana, in quanto essi stessi vivono: ed è la sola teodicea che soddisfa! L’esistenza sotto il limpido splendore solare di tali dèi viene sentita come per sé stessa desiderabile, tanto che per gli uomini omerici il dolore vero e proprio non consisteva in altro che nel doversene separare, e, soprattutto, nel separarsene presto: in modo che di loro si può dire, invertendo il detto della saggezza silenica, che per essi «il primo dei peggiori mali è il morir presto, e il secondo è, comunque, il dover morire». Quando risuona un tal lamento, trova eco in Achille dalla vita breve, nel continuo trapasso del genere umano caduco e risorgente come le foglie del bosco, nel tramonto dei tempi eroici. Non è indegno del più grande degli eroi il desiderio di vivere ancora sulla terra, sia pure come un giornaliero. La «volontà» ispirata dal senso apollineo anela con tale brama a questa esistenza, l’uomo omerico si sente cosi unificato con essa, che perfino il lamento diviene il suo canto di gloria.

Qui corre l’obbligo di dichiarare, che questa armonia guardata cosi nostalgicamente dagli uomini moderni, questa unificazione dell uomo con la natura, per cui Schiller ha dato valore [p. 39 modifica] all’accezione artistica dal vocabolo ingenuo, non è minimamente uno stato tanto semplice e ingenuo, nato per sé stesso e, per cosi (lire, inevitabile, che dobbiamo per forza incontrarlo sulla soglia di ogni civiltà, come un paradiso del genere umano: a una cosa simile poteva prestarsi fede solo in un tempo, in cui si cercava di figurarsi l’Emilio di Rousseau anche come artista, e si fantasticava di aver trovato appunto in Omero cotesto Emilio artista, educato nel seno della natura. Invece, quando in arte ci viene incontro l’ingenuo, dobbiamo riconoscere in esso il più alto effetto della cultura apollinea: la quale ha sempre il cómpito di principiare con l’abbattere un regno di titani e uccidere mostri, e con potenti figurazioni fantastiche ed illusioni ardenti deve uscire vittoriosa dal formidabile abisso della nozione del mondo, e dell’inclinazione al dolore spinta alla massima eccitabilità. Ma quanto di rado è raggiunto l’ingenuo, è raggiunta l’ingenuità, la completa immedesimazione nella bellezza dell’immagine! Come è perciò ineffabilmente sublime Omero, che unico si attiene a quella cultura popolare apollinea, unico artista del sogno, che esprime la potenza del sogno propria del popolo e in generale della natura! La «ingenuità» bisogna intenderla puramente come la completa vittoria dell’illusione apollinea: ed è una di quelle illusioni, di cui fa uso tanto frequente la natura, per raggiungere i propri fini. 11 vero scopo è nascosto dietro un’immagine illusoria: noi le tendiamo le mani, [p. 40 modifica] ed ecco che col nostro inganno la natura lo raggiunge. Nei greci la «volontà» volle contemplare sé stessa glorificata nella trasfigurazione del genio e del mondo dell’arte: per glorificarsi, bisognava che le stesse sue creature si sentissero degne di gloria, si rivedessero in una sfera più alta, senza che quel mondo perfetto dell’intuizione operasse sopra di loro come un imperativo o come un rimbrotto. Ed è questa la sfera della bellezza, in cui vedevano, come in uno specchio, le proprie immagini, gli dèi di Olimpo. Armata di cotesto specchio della bellezza, la «volontà» ellenica lottò contro il correlativo talento artistico del dolore e della saggezza del dolore: e come un monumento della sua vittoria si eleva davanti a noi Omero, l’artista ingenuo.