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sileno e la moira 37


Così il monte incantato dell’Olimpo si fende, per cosi dire, al nostro sguardo, e ci mostra le radici. Il greco sapeva e sentiva i terrori e gli orrori dell’esistenza: precisamente per trovare la forza di vivere fu indotto a porre davanti a sé la luminosa creazione del sogno olimpico. Quella mostruosa confidenza contro le forze titaniche della natura, quella Moira spietata intronizzata a dominare su ogni conoscenza, quell’avoltoio che rode Prometeo, il grande amico dell’uomo, quel tremendo destino del savio Edipo, quella stirpe maledetta degli Atridi il cui fato costringe Oreste al matricidio, in una parola, tutta quella filosofia del dio silvestre insieme coi suoi esempi mitici, filosofia esaurita a fondo dai malinconici etruschi, ebbene, fu di continuo risoprasalita dall’espediente del mondo degli Olimpici, e, a ogni modo, fu coperta di un velo e sottratta allo sguardo. Sforzati dalla stretta più cupa della necessità, i greci per poter vivere doverono creare questi dèi; e il loro avvento possiamo rappresentarcelo chiaro, come il passaggio che, sotto l’istinto della bellezza apollinea, si compie lentamente dall’originaria teogonia titanica del terrore alla teogonia olimpica della gioia, al modo stesso come sbocciano le rose da uno spineto. Altrimenti, come mai quel popolo tanto suscettibile nel sentire, aperto a desideri tanto impetuosi, unico nella capacità di soffrire, avrebbe potuto tollerare l’esistenza, se l’esistenza non gli fosse stata mostrata nei suoi dèi, circonfusa di una gloria più