La Cassaria (prosa)/Atto secondo

Atto secondo

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ATTO SECONDO.




SCENA I.

EROFILO, CARIDORO gioveni, VOLPINO,

FULCIO, servi.


Erofilo.     Non so che imaginarmi, che così tardi Volpino a ritornare.

Caridoro.     Se Fulcio non lo ritrova, almen ritornasse lui.

Erofilo.     Credo che tutti gl’infortuni abbino congiurato a’ nostri danni.1

Caridoro.     Eccoli, per dio, che vengono.

Volpino.     — Si potrebbe, Fulcio, per salvare dui amanti e distruggere uno avarissimo ruffiano, ordinare astuzia che fusse più di questa memorabile?

Fulcio.     Volpino, per quella fede che ho nelle mia spalle, mi pare questa invenzione simile ad uno fertile e mal coltivato campo, che non manco di triste che di buone erbe si vede pieno.

Volpino.     Quando non succeda, aremo uno conforto [p. 16 modifica]almeno, che non saremo per minima causa puniti: a che peggio si può giungere, che alle bastonate?

Fulcio.     Non ti bisognarà, so ben, desiderare più sufficiente spalle, che coteste: a stancare ogni buon braccio pur troppo idonee sono. —

Caridoro.     Vengon, mi par, ridendo.

Volpino.     — E se più sofficienti pur cercare mi bisognasse, piglierei le tue. —

Erofilo.     Che credi tu? Che sì,2 qualche buon vino trovato hanno, che come forse della tanta dimora, così deve di questo opportuno loro riso esser cagione.

Volpino.     — Studiamo il passo: non vedi tu che da’ nostri patroni attesi siamo? —

Caridoro.     Andiamogli incontra, chè pur in questa allegrezza che dimostrano, sperar mi giova.

Erofilo.     Nulla debbono della partita di Lucrano sapere, chè non verríano sì lieti.

Volpino.     Dio vi conservi lungamente.

Erofilo.     Sì, ma di miglior voglia che or non siamo.

Volpino.     Spera fin che vivi, e lassa disperare a’ morti.

Erofilo.     Tu non sai. Volpino, che dimane, o questa notte forse, Lucrano si parte?

Volpino.     Pártisi con tempesta; ma non gli credo: sono arti ch’egli usa per ispaventarvi.

Erofilo.     Taci: se udito avessi quel che al Furba suo adesso dicea, non si credendo da noi essere udito, ti parrebbe che non fussino arti: domandane costui.

Caridoro.     È così certo.

Erofilo.     Ahi lasso! come potrò poi vivere, se lui ne mena ogni mio bene? Dovunque ne vada Eulalia, ne andrà con essa il cuor mio.

Volpino.     Se ’l cuor tuo s’ha da partir questa notte, fa che io lo sappia così a tempo, che tôr possa la sua bulletta prima che si serri l’officio.

Fulcio.     E che se gli faccia una veste, o altra cosa da coprirlo.

Volpino.     Perchè veste? [p. 17 modifica]

Fulcio.     Chè, gli uccelli di rapina che usano dietro al mare, non lo becchino, ritrovandolo così nudo.

Erofilo.     Ve’, Cariodoro, come ci beffano li manigoldi! Ah misero chi è servo d’amore!

Volpino.     È più misero chi è servo de’ servi d’amore. Non ti giudicavo, Erofilo, di sì poco animo, che sentendoti Volpino appresso, in sì piccola cosa ti avessi a sbigottire.

Erofilo.     Piccola cosa è questa? nessun’altra maggiore mi potrebbe essere.

Volpino.     Guardami in viso.3 Partesi il ruffiano, come hai detto? Ancora se4 per viltà non mi mancate, non sarà un’ora di notte (benchè avemo più del giorno poco), che averete tutti dui parimente le vostre donne in braccio; e questo Lucrano, uomo sì arrogante, toserò come una pecora.

Erofilo.     O uomo di gran pregio!

Caridoro.     Volpino mio da bene!

Volpino.     Ma dimmi: hai tu apparecchiato, come ti dissi, le forbici da tosarlo?

Erofilo.     Di che forbici m’hai tu parlato?

Volpino.     Non t’ho detto che di man del Nebbia facessi opera di avere le chiavi della camera di tuo padre?

Erofilo.     L’ho fatto.

Volpino.     E che togliessi quella cassa che ti mostrai?

Erofilo.     T’ho obbedito.

Volpino.     E che mandassi fuor di casa tutti li famigli?

Erofilo.     Così ho fatto.

Volpino.     E più di tutti gli altri il Nebbia?

Erofilo.     Non ho lassato cosa che mi abbi detta.

Volpino.     Bene sta: queste le forbici sono che ti dimandavo: or attendi a quanto vô che si faccia. Ho ritrovato uno mio grande amico, servo de’ mammalucchi del Soldano, venuto per faccende del suo padrone a Metellino, dove non fu mai più, nè credo che ci sia un altro che lo conosca. Io gran pratica al Cairo ebbi con lui, già fa l’anno, che vi andai con tuo padre, dove stemmo più di duo mesi; e dimane ha da partirsi a l’alba.

Erofilo.     Che avemo noi a intender di questa amicizia? [p. 18 modifica]

Volpino.     Io dirò, ascolta. Voglio costui vestire da mercatante: tôrrò de’ panni di tuo padre: oltre che ha bella presenza, lo acconcerò in modo, che non sarà chi non creda, vedendolo, che lui non sia mercatante di gran traffico.

Erofilo.     Séguita.

Volpino.     Costui, così vestito, anderà a ritrovare il ruffiano, e si farà portare la cassa dietro c’hai tolto, e lasceràgliela pegno.

Erofilo.     Pegno?

Volpino.     E faràssi dar la femmina.

Erofilo.     A chi vuoi che la lasci pegno?

Volpino.     Al ruffiano.

Erofilo.     Al ruffiano?

Volpino.     Fin tanto che ’l prezzo della Eulalia gli porti.

Erofilo.     Come diavol che la lasci al ruffiano!

Volpino.     Dico la cassa, e che si facci dare la femmina e te la conduca.

Erofilo.     Pur troppo intendo, ma non mi piace.

Volpino.     Voglio ben poi, che subito andiamo...

Erofilo.     Parla d’altro. Ch’io ponga robba di tanto valore in mano d’uno ruffiano fuggitivo?

Volpino.     Lascia a me la cura: odi.

Erofilo.     Non è cosa da udire; è troppo periculosa.

Volpino.     Non è: se ascolti, si potrà facilmente...

Erofilo.     Che facilmente?

Volpino.     Se taci, tel dirò. È bisogno a chiunque vuole...

Erofilo.     Che ciance son queste che cominci?

Volpino.     Tuo danno se udir non vuoi: ben son io pazzo.

Caridoro.     Lascialo dire.

Erofilo.     Dica.

Volpino.     Poss’io morir se più...

Caridoro.     Non ti partir, Volpino; ben t’ascolterà: odilo, lascialo dire.

Erofilo.     E che inferir vuo’ tu, in somma?

Volpino.     Che? che voglio inferire? Tutto ’l dì mi preghi, stimoli e tormenti ch’io trovi modi di far che tu abbi questa tua femmina: n’ho trovati cento, nè te ne piace alcuno; l’uno ti par difficile, periculoso l’altro; questo lungo, quel scoperto: chi ti può intendere? vuoi e non vuoi, desideri e non sai che! O Erofilo, non si può fare, credilo a me, cosa memorabile senza periculo e fatica. Ti pensi, per prieghi e lamentazioni si pieghi il ruffiano, che te la doni? [p. 19 modifica]

Erofilo.     Mi parrebbe pur gran sciocchezza poner cosa di tanta valuta a così manifesto periculo. Non sai tu, come io so, che quella cassa tutta d’ori tirati5 è piena, che due millia ducati compreríeno appena? e più, che quella è d’Aristandro,6 chè mio padre la tiene in deposito? Queste mi pajon forbici da tosar noi, più presto che la pecora che m’hai detta.

Volpino.     Mi estimi tu di sì poco ingegno, che io cerchi perdere una cosa di tanto prezzo, e che pensato prima non abbia come riaverla subito? Lásciane, Erofilo, la cura a me: io sto a periculo più di te, quando non riuscisse il disegno: della qual cosa non dubito. Tu ne sentirai le grida solo; io il bastone, o ceppi o carcere o remo.

Erofilo.     Che via sarà del racquistarla, se non se gli portan li danari? de’ quali avemo nessuna cosa meno. E se ritornasse mio padre intanto, o che nascosamente Lucrano si fuggisse, a che termine ci troveremmo noi?

Volpino.     Se hai tanta pazienzia che m’ascolti, vederai che il mio disegno è buono, e che non v’è periculo che, súbito e senza alcun danno, non si riabbia la cosa nostra.

Erofilo.     Io t’ascolto; or di’.

Volpino.     Tosto che in man di Lucrano sia rimasa la cassa, e che ’l mercante nostro t’abbia la femmina condotta, noi ci anderemo al Bassam, padre di Caridoro, al quale tu farai querela che questa cassa ti sia stata di casa tolta, e che suspetti che un ruffiano vicin tuo te l’abbia tolta.

Erofilo.     Intendo; e sarà cosa credibile.

Volpino.     E che tu lo preghi che ti dia il braccio, sì che tu possa andare a cercarli la casa. Caridoro ti sarà favorevole appresso il padre, che teco mandi il barigello a tale effetto.

Caridoro.     Sarà facile, ed io, bisognando, ci verrò in persona.

Volpino.     Saremo sì presti, che la cassa gli troveremo súbito in casa, chè non gli daremo tempo di poterla trafugare altrove. Egli dirà ch’un mercatante per il prezzo d’una sua femmina gliel’ha lasciata pegno. Chi vorrà credere che per cosa che val cinquanta appena, si lasci la valuta di più di mille assai? Trovatogli appresso il furto, sarà strascinato in prigione, ed impiccato forse: sia squartato ancora, che pensiero n’averemo noi? [p. 20 modifica]

Erofilo.     Ben, per dio; il disegno è da succedere.

Volpino.     Tu, Caridoro, come il ruffian sia preso, potrai fornir il desiderio tuo per te medesimo; chè mentre li tuoi servi meneranno Lucrano prigione, tu farai della tua Corisca il piacer tuo. Sempre averà di grazia il ruffiano lasciartela in dono, pur che te gli offerischi appresso tuo padre favorevole, sì che almeno non ci lasci la vita.

Caridoro.     O Volpino, una corona meriti.

Fulcio.     Anzi una mitra e lo stendardo7 innanzi.

Volpino.     Non può, Fulcio, giungere a queste tue degnitati ognuno.

Erofilo.     E dove è costui che in forma di mercante vuoi vestire?

Volpino.     Mi maraviglio che oramai non sia qui, ma verrà súbito.

Erofilo.     Vuoi che lui stesso si porti la cassa in collo?

Volpino.     No; ha un conservo con lui, che farà il bisogno. Ma va in casa, ed apparecchia una delle veste di tuo padre; quella che ti par meglio: chè non si perdi tempo.

Caridoro.     Ho io qui a far altro?

Erofilo.     Ti puoi tornare a casa, che tutto il successo ti farò intendere. Addio.

Caridoro.     Addio.

Fulcio.     Se non avete altro bisogno di me, anderò con mio patrone.

Erofilo.     A tuo piacere.


SCENA II.

VOLPINO, TRAPPOLA, BRUSCO servi.


Volpino.     Io devevo pure avere in memoria, che rare volte il Trappola era usato a dire il vero. Io son ben stato sciocco a lasciarmelo tôr da canto fin che non l’abbia qui condotto. Se lui m’averà, come dubito, ingannato, nulla potrò far di quello che disegnato avevo. Ma eccolo, per dio: la mia è stata più ventura che avvertenza.

Trappola.     È gran cosa, Brusco, che tu non sappia fare un servizio mai, di che l’uomo te n’abbia avere obligo. [p. 21 modifica]

Brusco.     È maggior cosa, Trappola, che mai le tue faccende e del padrone non ti dieno da far tanto, che non ti voglia impacciare sempre in quelle degli strani, e che niente t’appartengono.

Trappola.     Io non reputo strano Volpino, e che non mi appartenga di cercar sempre nuove amicizie, massimamente de’ gioveni, quale8 intendo questo Erofilo esser suo patrone.

Brusco.     Se pur sei volenteroso di nuovi amici, ti devría parere assai d’acquistarli in tua fatica sola, senza travagliare e me e li altri che non hanno simile desiderio.

Trappola.     E che avevamo per oggi a fare altro?

Brusco.     Provederci di pane e vino, e altre cose per uso nostro in nave; che avendo noi a partire a l’alba, non ci averemo più tempo.

Volpino.     (Si vengono più lenti9 che ’l ben farò de’ principi.) Io mi credevo, Trappola, che mi avessi ingannato.

Trappola.     M’incresce ch’abbi creduto il falso.

Volpino.     Tu vieni molto sul riposato.

Trappola.     Non è giusto, che dovendo di servo diventare uomo grave, impari un poco andar con gravità?

Volpino.     Chi lo devería saper meglio di te, che la più parte della tua vita hai fatta con ferri a’ piedi?

Trappola.     Non è bestia di sì duro trotto, che non pigliasse l’ambio nel10 suo cavalcare, se benignamente li fusse portato le balze,11 come a te tuo padrone i ceppi.

Volpino.     Andiamo, chè non è più da tardare.




Note

  1. Le antiche stampe, non bene: congiunto nostri danni.
  2. Tutte le edizioni leggono, senza alcun senso, che credi tu, che se ec. — (Tortoli.) — Il Barotti però sopprime i due che, leggendo: «Che credi tu? Se qualche buon vino trovato hanno, come forse ec.» — Sembra ancora, che meglio di opportuno, qui calzerebbe importuno.
  3. Modo ripetuto anche nella Commedia in versi; ed è un’ellissi di sentimento, quasi: guardami in viso per vedere s’io parlo per beffa o da senno.
  4. Le altre edizioni leggono ancora sì; ma, parmi, senza senso. Io intendo questo passo così: se anche questa volta per viltà, ec. — (Tortoli.) — Il Barotti soppresse ancora.
  5. Ori tirati è il medesimo (come trovasi a pag. 51) che ori filati.
  6. Ant. stamp.: Aristando.
  7. Come alla mitera de’ malfattori, così allude al cartello in cui scrivevansi la natura del delitto e la pena a cui era stato condannato il reo. — (Tortoli.)
  8. Così il Barotti. Nelle altre edizioni: quali.
  9. Tutte le stampe, invece di lenti, hanno lieti. L’arbitrio che ci siam tolti emendando, è, ci sembra, giustificato, non che dall’allusione troppo evidente alla lentezza con che si adempiono le promesse dei principi, ma eziandio dalle seguenti parole: «vieni... sul riposato;» «andare con gravità».
  10. Ant. stamp.: del.
  11. Potrebbe correggersi bolze (bolge o bolgette), come trovasi a questo luogo della commedia in versi. Ma ben considera il signor Tortoli, che, a rendere ben chiaro questo passo, converrebbe mutare più altre parole, leggendo: se lungamente le fusse fatto portare le bolze. A noi quel benignamente avrebbe suggerita la correzione: «se benignamente li fusse perdonato le bolze.» Veda il benigno e arguto lettore se ciò possa addattarsi al sentimento.